L’ultimo numero di Limes – Rivista italiana di geopolitica (n. 1/2020) è dedicato ad un tema di strettissima attualità come “America contro Iran”. Tra vari contributi di notevole livello, spicca quello del generale Carlo Jean, che ho sempre considerato un mio maestro, ricco di gustosi (e piccanti…) commenti sulla “politica estera” italica in generale e sulla questione libica in particolare, dove si leggono giudizi di questo tenore: “sembra che la politica estera sia divenuta una trasmissione televisiva tipo Grande Fratello. Non credo che neppure coloro che vengono giustamente chiamati “dilettanti allo sbaraglio” abbiano pensato di poter influire [sulla medesima] cercando di allestire un doppio incontro con Haftar e al-Sarrag sull’andamento della crisi in Libia” [p. 243].      

E la chiusa dell’articolo (significativamente intitolato A ridatece er puzzone, pp. 241-245) vale l’acquisto (o quanto meno la lettura) dell’intero numero della rivista: “La questione libica non dovrebbe essere affrontata dal nostro paese come se si trattasse di una campagna elettorale interna. Passi che le invocazioni pacifiste vengano dal Vaticano. E’ il suo mestiere farlo. E’ anche comprensibile che l’attuale pontefice trascuri quanto detto da Giovanni Paolo II in riferimento alla prima guerra del Golfo, ovvero di non essere pacifista, ma di essere per la pace. Quando è in atto una guerra, se ne può imporre la fine o una tregua. Non lo si può fare con la semplice maledizione della guerra. Ci si pone così al di fuori della storia. Prima o poi si cade nel ridicolo. Purtroppo il nostro paese lo sta facendo, con grande sollazzo internazionale, come ad esempio nominando un comico a rappresentarci nella commissione dell’Unesco. Speriamo che non si insista troppo sulla partecipazione al “tavolo di lavoro” della Russia e della Turchia sulla pace in Libia, su embarghi non imposti con la forza o su cervellotiche no-fly zones, sparate come proposte geniali da parte di consiglieri strategici atterrati dalla Terra dei Fuochi alla Farnesina” [p. 245].        

Vagamente crudele, la conclusione, ma un giusto e dovuto riconoscimento ai perduranti seguaci dell'”uno vale uno”…