Mettersi d’accordo non è stato facile. Anzi a tratti è sembrato impossibile. Lo dimostrano le cinque ore e mezza di aspri colloqui impiegate da Vladimir Putin e dal presidente turco Recep Tayyp Erdogan per annunciare il cessate il fuoco che dovrebbe mettere fine ai combattimenti nella provincia di Idlib a partire dalla mezzanotte.

Un cessate il fuoco seguito, stando alle intese, da pattugliamenti congiunti russo-turchi lungo la zona cuscinetto di sei chilometri destinata a dividere i ribelli dalle forze di Bashar Assad.

Ma il cessate il fuoco, la zona cuscinetto e le pattuglie congiunte sono in verità pannicelli caldi utili a tamponare momentaneamente, ma non certo a risolvere una situazione in cui Mosca e Ankara hanno finalità opposte e assolutamente inconciliabili. Putin non punta certo a una semplice tregua. Per lo Zar l’unico obbiettivo accettabile è la restituzione all’alleato Bashar Assad dei territori di Idlib, la provincia nord occidentale occupata da oltre 12mila militanti di Tahrir Al Sham, la costola siriana di Al Qaida, e da circa 50mila jihadisti unificati dai servizi segreti turchi sotto la sigla del Fronte Nazionale di Liberazione. Strappare quei territori ai ribelli è essenziale – nei piani di Putin – per annunciare la vittoria finale e avviare, d’intesa con Damasco, il cosiddetto processo di pacificazione nazionale. Non a caso Putin ha imposto che il comunicato finale – firmato da Erdogan – prevedesse il riconoscimento dell’integrità territoriale siriana. Ma nella logica del Cremlino quell’obbiettivo deve basarsi su un mix ben dosato di vittorie militari e successi diplomatici. Per differenziare il successo russo in Siria dai fallimenti di Usa e Nato in Irak, Afghanistan e Libia Putin vuole imporsi non come un conquistatore, ma come un mediatore.

Erdogan non ha, però, alcuna intenzione di abbandonare la Siria. E soprattutto vuole restarci senza rispettare gli accordi di Sochi del settembre 2018. In quella sede il Sultano s’impegnò con Putin a mandare il proprio esercito a Idlib per disarmare Al Qaida e gli altri gruppi jihadisti favorendone l’uscita dal territori. Oggi invece l’esercito di Ankara combatte al fianco di Al Qaida e dei gruppi ribelli. Ma era difficile andasse diversamente. E non solo perché Ankara appoggia da sempre i nemici di Bashar Assad e della Russia. Per rispettare le intese di Sochi Erdogan avrebbe dovuto farsi carico di 70mila terroristi accogliendoli sul proprio territorio e ammettendo il totale fiasco dell’avventura militare di cui è stato uno dei demiurghi. Il dietrofront turco faciliterebbe tra l’altro il rientro in Siria di 3,6 milioni di migranti privando Erdogan della principale arma di ricatto nei confronti dell’Europa. Insomma nonostante le apparenze e la reciproca necessità di dimostrarsi amici e alleati Erdogan e Putin restano due irriducibili avversari. E la finzione finirà solo e quando uno dei due sarà costretto a fare un passo indietro.