Minacciare è facile, colpire un po’ meno. La prima cosa che i nostri ammiragli vorrebbero chiedere al generale Khalifa Haftar è come pensa di affondare le loro navi.

 Anche perché – dopo l’ultima incursione contro le basi islamiste di Derna nella Cirenaica Orientale conclusasi, il 29 luglio, con l’abbattimento di un cacciabombardiere, il generale di Tobruk ha a disposizione soltanto due dei tre Mig 21UMs che operano solitamente dalla base aerea di Tobruk. Certo, in teoria, la flotta aerea di Haftar è assai più ampia. Stando ad alcuni conteggi il generale dovrebbe avere negli hangar 14 Mig 21 e quattro Mig 23 oltre a 7 elicotteri Mi 24/35 Si tratta però di un conteggio teorico vista la continua necessità di cannibalizzare lo schieramento per mantenere in linea almeno una coppia di caccia bombardieri.

La cannibalizzazione non previene, però, l’usura e i conseguenti malfunzionamenti che rendono assai vulnerabile l’aviazione di Tobruk. Soltanto negli ultimi 19 mesi Haftar ha perso, tra abbattimenti e malfunzionamenti, quattro Mig 21, cinque Mig 23 e almeno sei elicotteri, tra cui due Mi 24/35, la corazzata volante di fabbricazione russa. Di fronte a questa disastrosa percentuale a poco servono gli aiuti degli alleati egiziani ed emiratini costretti, tra l’altro, a forzare l’embargo dell’Onu per garantire l’operatività dell’aviazione di Tobruk. Le parti di ricambio, indispensabili per garantire il parziale rinnovamento di alcuni Mig 23, non bastano infatti a compensare le perdite. E comunque anche una flotta aerea al massimo dell’efficienza non garantirebbe le capacità minime richieste per colpire le nostre unità navali. I Mig 21 progettati all’inizi degli anni ’50 e diventati operativi nel 1956 sono bombardieri con un raggio d’azione che non supera i 360 chilometri. Un’autonomia decisamente insufficiente se si considera che la distanza aerea tra Tobruk e il mare prospiciente Tripoli supera i mille chilometri. Se il fattore meccanico è seriamente limitante il fattore umano lo è ancor di più.

Il colonnello Adel Al-Jihani, abbattuto e ucciso a Derna, era al pari dei suoi colleghi al servizio di Haftar, un pilota ormai sessantenne sicuramente valoroso ed esperto, ma non molto adatto al combattimento aereo. Un problema non di poco conto. Addestrare nuove leve con cui sostituire i piloti caduti è, infatti, ancor più difficile che trovar pezzi di ricambio perché non esistono paesi con dei Mig 21 e 23 in ruolo attivo dove addestrare al combattimento i nuovi allievi. Anche disponendo di giovani e miracolosi «top gun» capaci di far volare quei Mig al di là della loro autonomia il generale dovrebbe comunque spiegare come pensa di poter centrare le nostre navi. I missili Zvezda Kh-66 e Kh-23 Grom utilizzati dai Mig 21 e 23 hanno un raggio di soli dieci chilometri. In compenso il sistema radar «Empar» prodotto da Finmeccanica e montato sulle nostre unita più recenti ha una portata di oltre 100 chilometri. Il che significa che i Mig sarebbero individuati 90 chilometri prima di poter colpire. E in questo intervallo spazio temporale potrebbero venir agevolmente neutralizzati dai missili «Aster 15» e «Aster 30» con cui le nostre fregate e i nostri cacciatorpedinieri possono colpire obbiettivi aerei fino alle distanze di 30 km e 120 chilometri. Ma se anche un missile riuscisse a partire dovrebbe vedersela con i proiettili del cannone Oto Breda 76/62 particolarmente adatto – soprattutto nella versione Super Rapido con cadenza da 120 colpi al minuto – per l’intercettazione in volo dei missili nemici. Certo l’affondamento durante il conflitto delle Falkland del cacciatorpediniere britannico Sheffield, colpito da un missile Exocet argentino nonostante l’ assoluta superiorità tattica e tecnologica della marina britannica, dimostra che in guerra nulla è prevedibile. Ma fu l’unico colpo messo a segno dagli argentini. E a farlo arrivare nella pancia della Sheffield contribuì un doppio errore degli inglesi nell’interpretazione dei segnali radar. Ma a differenza di Haftar gli argentini disponevano di aerei e piloti ancora in grado di volare.