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«Li ammazzeremo tutti. L’assedio è sempre più stretto per non lasciarli fuggire», dichiara senza peli sulla lingua il generale Mohamed Al Gasri. La guerra a Sirte è senza pietà. Per i seguaci dello Stato islamico, che ancora combattono non c’è speranza. L’alto ufficiale è il portavoce dell’operazione Bunian al Marsus, che ha il suo comando a Misurata. L’obiettivo è liberare la città costiera libica, che ha dato i natali a Muammar Gheddafi e dall’anno scorso è stata occupata e trasformata in capitale dello Stato islamico. Si combatte da 4 mesi e oramai siamo alla battaglia finale.

Sirte sta cadendo. È vero che non volete fare prigionieri fra i miliziani superstiti del Califfo?

«Non permetteremo a nessuno di scappare. Dato che non si arrendono li elimineremo tutti. Non a caso abbiamo stretto ancora di più l’assedio senza lasciare vie di fuga. Dal corridoio umanitario aperto per far evacuare i civili, le loro famiglie, non è passato nessuno. Non vogliamo che i terroristi vadano a seminare terrore da altre parti. Per questo vanno ammazzati».

Quanti jihadisti sono ancora asserragliati a Sirte?

«La guerra è vinta. Non hanno alcuna possibilità di resistere, ma penso che siano ancora qualche centinaio. Gente votata alla morte da non sottovalutare».

Dopo la caduta della capitale delle bandiere nere, la minaccia dello Stato islamico in Libia è finita?

«Non rialzeranno la testa. Possono esserci ancora delle cellule dormienti annidate in altre città, ma per noi di Misurata la guerra è finita. Abbiamo già perso quasi 500 uomini e contiamo oltre 2500 feriti».

Nelle zone liberate di Sirte abbiamo trovato diverse scritte che inneggiavano alla conquista di Roma. La minaccia è reale?

«Quando annunciano attacchi o di espandersi, poi lo fanno. Il loro obiettivo era partire da Sirte per controllare la Libia e usarla come trampolino verso l’Europa. Tutte le capitali europee, occidentali sono in pericolo, non solo Roma».

Chi vi ha aiutato dall’Occidente?

«A essere sinceri solo gli americani e gli inglesi sono stati al nostro fianco fin dall’inizio, offrendoci aiuti, appoggio logistico e d’intelligence. Dai primi di agosto gli Stati Uniti hanno lanciato i raid aerei su Sirte in supporto all’avanzata delle nostre truppe».
E l’Italia non vi ha appoggiato?

«I rapporti sono ottimi. Ringraziamo l’Italia per avere accolto a Roma 30 feriti, ma non è abbastanza. Ci avete fornito 400 giubbotti anti proiettile ed elmetti, ma abbiamo bisogno di ben altro per disinnescare mine e trappole esplosive. Attendiamo l’arrivo di vostri medici militari e di un ospedale da campo a Misurata».

L’Occidente ha fatto abbastanza per la liberazione di Sirte?

«Gli Stati Uniti sì, ma altri Paesi, come la Francia, no. Le nostre forze hanno subito ingenti perdite per combattere una guerra che non è solo libica. Tutte le nazioni democratiche del mondo libero dovrebbero almeno offrire un aiuto umanitario per evacuare e curare all’estero i nostri feriti più gravi».

Le bandiere nere sono state appoggiate da qualcuno nel loro sbarco in Libia?

«Il cugino di Gheddafi, che vive in Egitto, sosteneva che i terroristi di Daesh (Stato islamico in arabo nda) sono bravi musulmani. Sperava che annientassero Misurata vendicando la morte del dittatore».

Ci sono sostenitori del defunto colonnello fra le bandiere nere?

«Certo. Ufficiali dell’ex 32ma brigata che era guidata da Khamis, uno dei figli di Gheddafi. In Libia si è ripetuto il copione già visto in Irak. Gli ex ufficiali di Saddam sono passati con il cosiddetto Califfato per vendicarsi degli americani. Stesso discorso con gli ex gheddafiani, che vogliono vendicarsi dei paesi della Nato per la caduta del colonnello».

Dopo la liberazione di Sirte cosa chiederete alla comunità internazionale?

«Appoggio per chi ha combattuto anche per voi contro una minaccia globale. In concreto dovreste aiutarci a creare e addestrare un esercito che si basi sulle forze in prima linea a Sirte e risponda al governo di unità nazionale a Tripoli. I carabinieri italiani sono ottimi addestratori. E noi, i liberatori di Sirte, siamo il primo nucleo delle future forze armate libiche capace di garantire sicurezza a tutto il paese».

 

Il Giornale, 15 settembre 2016