Mai come in questi giorni l’attualità per chi riesce a distinguervi ciò che in un futuro verrà chiamata storia ha avuto il sapore di un amaro “deja vù”.

I carri armati turchi sulla cresta sormontante la città di Kobane, stanno tristemente ricordando i tanks sovietici oltre la riva della Vistola che nella Polonia dell’ottobre 1944 attendevano pazientemente che i nazisti eliminando le ultime sacche della rivolta della capitale polacca diretta dagli elementi del governo polacco legittimo in esilio, facessero per essi il lavoro sporco purgando il movimento di resistenza polacco dalla grave colpa di essere anti comunista.

La storia, come suggeriva Vico, è un corso e ricorso continuo, ma mai come in questo momento un ricorso come  quello che sta venendo permesso a Kobane dovrebbe essere permesso.

E non solo per il disperato coraggio dei peshmerga curdi di fronte alle schiere di fanatici imbottiti di armi e di islam deviato, emuli di valorosi disperati combattenti polacchi,  ma perché sarebbe ora che venisse posto al satrapo di turno, in questo caso il turco Erdogan, il quesito su cosa intende fare.

Il permettere ai fanatici dell’Isis di eliminare il grosso della resistenza armata curda apparentemente sarebbe un regalo ad Ankara nel breve, brevissimo periodo.

Ma nel lungo? Come quello sovietico il regime delle bandiere nere di Mosul è un regime totalitario, ma in esso non vi è neppure quel minimo di ragionevolezza che un regime politico come quello sovietico — risultato di un’esperienza culturale devastante e contradditoria come il marxismo —poteva concedere ai suoi oppositori.

Si sono posti per anni alla Turchia spartiacque su come dimostrare il proprio occidentalismo, la propria adesione ai principi democratici, la propria maturità europea vera o presunta.

Ora di fronte ai muri sbrecciati di Kobane, Obama o chi dirige o che presume di dirigere una raccogliticcia coalizione negli scopi e nei mezzi, dovrebbe porre ai neo ottomani domande chiare ed imporre scelte nette : un aut aut ad Erdogan facendogli capire che il presunto problema curdo di fronte a quello che gli si prospetta nel lungo periodo è una banalità.

Schierarsi contro l’Isis direttamente o perlomeno permettere ai rinforzi di uomini e armi di rimpolpare il dispositivo militare curdo che difende ormai con le unghie quel poco che controlla ancora della città di Kobane. Abbandonare quella linea di tentennamento levantino, intollerabile in un frangente storico come l’attuale. Attendere, rinviare, mediare e ancora attendere sono un lussi inaccettabili che non possono essere consentiti.

Il sonno della ragione genera mostri, è stato detto, ma è auspicabile che qui ora si destasse e con tutti i sensi ben svegli.

Gravi incognite sul futuro in questi giorni arrivano da quest’area del mondo, ma sarebbe bello che studiando un domani la storia del passato, il nome di Kobane fosse associato ad un momento in cui il male ha dovuto arrestarsi di fronte ad un ostacolo insormontabile che ha bloccato una marcia apparentemente inarrestabile.