Un sistema in crescita, che può rivoluzionare, se non l’ha già fatto, il modo di fare la guerra. I contractors non sono più semplici mercenari al soldo di qualche piccolo emirato o qualche signore della guerra. Queste organizzazioni paramilitari sono diventate delle vere e proprie forze armate parallele, sempre più utilizzate dalle superpotenze per gestire i conflitti in cui non vogliono (o non possono) impiegare i propri soldati ma anche per controllare aree di interesse strategico in cui le autorità degli Stati alleati hanno difficoltà (economiche, logistiche o anche semplicemente belliche).

Non c’è nulla di romantico, se mai ce ne fosse stato, nelle logiche delle società di contractors. Ma sgombrato il campo da questioni di natura etica (che ogni utilizzo di questi uomini implica) va ormai compreso che non possano più essere ritenuti secondari nella comprensione delle guerre. Il loro uso è ormai non solo assodato ma anche estremamente consistente. E l’industria che è stata creato con il loro impiego (Repubblica parla di un giro d’affari vicino ai 400 miliardi di dollari) conferma l’assoluta importanza  di un mondo che ha assunto ormai un valore politico, diplomatico ed economico che è assimilabile a quelli di vere e proprie forze parallele rispetto a quelle delle autorità nazionali.

I contractors al soldo di Mosca

La questione ha assunto particolare importanza in queste settimane perché numerose inchieste hanno portato alla luce la presenza di cittadini russi (non si possono definire soldati perché non appartenenti alle forze armate) tra le file del generale Khalifa Haftar. L’uomo forte della Cirenaica ha da sempre un rapporto privilegiato con il Cremlino confermato dalle visite a Mosca e anche dalle relazioni di interesse intessute non solo con i colossi energetici russi ma anche con vari settori dell’intelligence e della diplomazia russa (e degli alleati di Vladimir Putin). E questo rapporto è stato confermato appunto nell’assedio di Tripoli quando, con l’annuncio della cosiddetta “ora zero” da parte del maresciallo si è anche palesata la presenza di “mercenari” russi, in particolare del Gruppo Wagner. Presenza che era stata già paventata a suo tempo dai servizi segreti britannici i quali avevano segnalato la possibile presenza di uomini russi a Derna ben prima dell’avanzata su Tripoli e la contemporanea possibilità di uno scenario siriano per la Libia. Ipotesi che evidentemente all’MI6 avevano analizzato a fondi, dal momento che la realtà, a quanto pare, non è così lontana dall’allarme di Londra.

La presenza di contractors russi in Libia è naturalmente solo una parte della strategia del Cremlino riguardo la Libia e tutti i conflitti in cui è direttamente o indirettamente coinvolta. Perché se è vero che la Wagner opera insieme al maresciallo Haftar nel controllo della guerra che sconvolge la Libia dalla caduta di Muhammar Gheddafi, è anche vero che la Cirenaica (e ora anche la Tripolitania) sono solo due delle molte aree in cui la Wagner opera per gli interessi di Mosca. Mercenari russi sono stati uccisi in Mozambico a novembre con un’operazione che ha destato non poche perplessità nella comunità internazionale. Non solo per la violenza con cui sono stati uccisi i russi, ma anche per la presenza (confermata purtroppo dalla loro morte) fisica di combattenti al servizio del  Cremlino in un Paese con cui la Russia ha un forte collegamento politico dai tempi dell’Unione sovietica. Soldi, armi e energia – i binari su cui corre la strategia russa in Africa – hanno coinvolto anche il Mozambico. E la presenza di miliziani russi ha certificato la necessità di Mosca di controllare che i suoi interessi fossero tutelati.

Interessi che non sono molto diversi da quelli che la Russia ha nella Repubblica centrafricana, dove non a caso sono presenti altri contractors, sempre della Wagner, saliti alla ribalta delle cronache per la morte di alcuni giornalisti (Orkhan Dzhemal, Aleksandr Rastorguyev e Kirill Radchenko) che viaggiavano da Bangui a Bambari. Il governo russo parlò di una rapina. Ma gli stessi media locali e africani puntarono il dito contro la Wagner e sui presunti traffici dell’organizzazione con le autorità locali. Quell’episodio è rimasto avvolto dal mistero. Ma quello che è certo è che nessuno ha più smentito la presenza di mercenari russi nel Paese, mentre le autorità locali si sono trincerate dietro l’autorizzazione della Russia da parte dell’Onu a sostenere gli sforzi della Repubblica centrafricana nel controllo del territorio.

Siria e Ucraina

Dall’Africa al Medio Oriente, la presenza di contractors russi della Wagner (generalmente ex soldati dell’esercito ed ex membri del Gru) è invece assolutamente certa nel territorio della Siria. Anzi, i combattenti mercenari sono stati spesso sfruttati dal Cremlino proprio per evitare che le forze regolari di Mosca intervenissero in scenari difficili o comunque dove fosse lecito attendersi un rischio molto elevato per le truppe. La guerra in Siria è stata (ed è) un impegno enorme per Putin: soldati uccisi non sono mai accettati dall’opinione pubblica. Ma anche in questo caso, rischi non sono mai stati pochi. Le foto di “civili” russi in mimetica, abbronzati dal sole cocente del deserto, che sbarcavano in Russia con voli spesso anonimi provenienti dal Medio Oriente hanno più volte fatto comprendere il loro impiego in teatri operativi. E nel febbraio 2018, per quattro interminabili ore, soldati americani e forze aeree Usa hanno avuto un pesantissimo scontro con i combattenti della Wagner, probabilmente 500. I caduti tra le file dei mercenari nella piana di Deir Ezzor sono state decine: nessuna cifra ufficiale. Ma quello che è certo è che per la prima volta forze statunitensi e russe (sebbene paramilitari) si sono fronteggiate in Siria provocando decine di morti.

Come non si sa con esattezza quanti siano stati i morti tra i contractors russi in Ucraina, dove invece è da anni certa la presenza di queste forze negli eserciti delle repubblica filo-russe del Donbass e di tutto il fronte orientale ucraino. In particolare, l’uso dei contractors in battaglia è stato confermato nella battaglia di Debaltseve e in quella di Starobesheve. Anche in questo caso, i caduti in conflitto non hanno mai avuto un numero ufficiale. Tutto avvolto nel mistero.

Infografica di Alberto Bellotto

Mercenari e Pentagono

La Russia non è chiaramente l’unica forza a usare i contractors. Anzi, in realtà gli Stati Uniti da tempo hanno impostato una strategia che prevede un sempre maggiore uso delle forze delle compagnie militari private nella gestione degli scenari di guerra dove Washington non ha più interesse ad avere una presenza massiccia di truppe.

Il primo e più importante scenario in cui esiste questa strana convivenza tra contractors e soldati è quello dell’Afghanistan. Nella guerra più lunga degli Stati Uniti, i combattenti delle agenzie private che vengono impiegati dal governo americano sono stati migliaia. E migliaia sono stati soprattutto i morti: segno che quando si parla di mercenari è sempre sbagliato darne una lettura di parte per cui li utilizzano solo potenze o Stati non occidentali. Un’inchiesta del Washington Post ha addirittura confermato che il numero di vittime tra i contractors al servizio degli Stati Uniti è superiore (e di molto) a quella dei militari, raggiungendo la cifra record di 3.814 caduti. Un numero enorme se si pensa alla pochissima pubblicità che viene data allo sfruttamento di queste compagnie da parte del Pentagono, ma che dimostra come quella strategia pensata da Donald Trump (e Erik Prince) riguardo alla “privatizzazione” della guerra afghana non sia qualcosa da considerare avulso dalle strategia statunitensi. Al contrario, i contractors sono da sempre una componente essenziale dei piani strategici dei militari Usa in una guerra che l’opinione pubblica da tempo considera del tutto fallimentare e priva di alcuna utilità.

Ma quella guerra, se non si può vincere, sicuramente non si può abbandonare. Ed è per questo che dalla Casa Bianca è arrivato l’ordine di provare a privatizzarla. Del resto, una compagnia privata cosa meno rispetto alle forze regolari (decine di milioni di dollari di meno) e un soldato morto vale, in termini di percezione sociale, molto più di un civile che va in guerra con un’azienda. Come ricorda Repubblica, The Congressional Budget Office ha chiarito che “un battaglione di fanteria in guerra costa 110 milioni di dollari all’anno, mentre un’unità militare privata 99 milioni”. Va da sé che 20 milioni in meno, ogni volta, rappresentano un risparmio non di poco conto. Ed è un investimento su cui l’America ha puntato talmente tanto che il governo federale ha speso in cinque anni (tra il 2007 e il 2012) circa 160 miliardi di dollari in queste aziende. I cui servizi possono essere usati anche in vari contesti, dall’addestramento delle truppe regolari fino ai conflitti dove gli Stati Uniti non vogliono far capire di essere pienamente coinvolti, pur avendo interesse a sostenere l’alleato sul campo.

I contractors al servizio di Pechino

Anche al Cina non è immune dall’utilizzo dei contractors. Anzi, i dati mostrano che il business delle compagnie militari private è in netto aumento a tal punto che ormai sono aziende con un fatturato enorme che Pechino sfrutta per controllare tutte le aree in cui non vuole usare le forze regolari. Lo stesso obiettivo di Russia e Stati Uniti è così stato assunto dal Dragone che, con la Nuova Via della Seta, sa di non poter lasciare i suoi interessi e le infrastrutture che costruisce in giro per il mondo in mano al controllo di forze che, soprattutto in Paesi in via di sviluppo, non garantiscono un chiaro monitoraggio del territorio. E non garantiscono soprattutto fedeltà all’alleato cinese né i suoi interessi.

Per questo motivo, non deve stupire che in questi anni vi è stata una netta presa di posizione da parte della Cina nell’utilizzo delle Pmc. Anzi, il governo cinese ha anche fatto un ulteriore passo in avanti. Mentre prima i colossi del Paese utilizzavano in larga parte aziende private estere, perché, come riportato da Eastasia, i contractors cinesi erano considerati inesperti, ora viene preferito l’impiego di compagnie private cinesi che in questo modo si addestrano sul campo e soprattutto evitano che i dollari investiti dalle autorità cinesi finiscano in un fiume generalmente collegato ad altre potenze (appunto Stati Uniti e Russia in primis). Come dimostrato anche dai contratti siglati dalla Blackwater con la Cina per operazioni che Pechino ha voluto sempre mantenere nel più stretto riserbo.

Ma soprattutto questo rende anche più facile la possibilità che gli interessi cinesi siano tenuti in qualche modo più coperti e nel grande calderone della burocrazia dell’Impero. Il governo cinese ha inviato compagnie private di contractors a tutela dei lavoratori inviati in Sud Sudan come in Iraq, ma ha anche blindato gli interessi del corridoio con il Pakistan così come i porti della Nuova Via della Seta e la cosiddetta “Collana di perle” dell’Oceano Indiano. Del resto, come riportato anche da Xinhua, gli investimenti sulla sicurezza all’estero per le autorità cinesi ammontano già a decine di miliardi di dollari. E questo business non può che crescere con l’aumentare degli interessi cinesi fuori dal suo territorio. La riluttanza di Pechino a non inviare truppe fuori dal Paese rende poi tutto più chiaro.

Lorenzo Vita, Il Giornale, 1 gennaio 2020