Per completare la nostra ampia disamina delle vicende del 29 aprile manca un ultimo tassello che riguarda il sindaco Sala. Che oramai, per motivi di opportunità politica e anche personale (l’ex city manager del vecchio centro destra ha ben chiari i vantaggi del copione sinistra-sinistra) il ruolo di sindaco rosso gli piaccia assai è un dato di fatto. Per lui, come per tutti i convertiti dell’ultima ora, calarsi nella parte dell’antifascista intransigente, duro e puro, è in fondo una necessità.

Su questo al momento non c’è molto da dire né da fare, se non riflettere sugli errori politici della destra che hanno permesso ad un personaggio del genere di approdare sulla poltrona più alta di Palazzo Marino con meno voti di quelli raccolti dalla Moratti sconfitta da Pisapia. Alla luce dei fatti legati alla commemorazione di Sergio Ramelli, però, qualcosa da fare, sia pure su un piano puramente simbolico, ci sarebbe.

Riprendo e cerco di ampliare una giusta considerazione già svolta su queste pagine da Alfonso Indelicato e pongo ai rappresentati cittadini di FDI, anche alla luce della condotta alla manifestazione del 29 aprile, una semplice domanda: che senso ha, anche – ma non solo – alla luce degli ultimi avvenimenti, la cosiddetta “commemorazione ufficiale” di Sergio Ramelli ed Enrico Pedenovi (quest’ultimo peraltro quest’anno nemmeno ricordato)?

Una specie di vuoto e bolso rituale per addetti ai lavori al quale non partecipa il sindaco di Milano con la fascia tricolore ma solo il signor Sala (casualmente anche inquilino di Palazzo Marino), non si capisce in quale veste e con quale ufficialità, solo per buttare lì 4 banali paroline di circostanza con l’aria di un impiegato dell’anagrafe alle prese con una noiosa routine.

Poi, sbrigata la pratica, il signor Sala saluta la compagnia, rientra nei panni del sindaco Sala, fazioso e settario, e ricomincia come se niente fosse a sobillare autorità, lanciare anatemi, invocare punizioni esemplari, esigere divieti, evocare leggi che non esistono, coccolare e proteggere chi invoca ed esibisce sui suoi manifesti chiavi inglesi come quelle utilizzate sul cranio di Sergio Ramelli.

Un’ipocrita ed inutile sceneggiata alla quale i pochi partecipanti si prestano di buon grado, compiti e sussiegosi, guardandosi bene dal contestare o anche solo discutere il comportamento del sindaco, paghi dell’elemosina istituzionale ricevuta. Che senso ha un teatrino del genere? Nessuno, ovviamente. Che senso ha partecipare e prestarsi di buon grado alla messinscena? Nessuno.

Quello che avrebbe senso sarebbe un autentico gesto di pacificazione e riconciliazione, netta, formale e ufficiale senza distinguo e camuffamenti. Soprattutto da parte del Comune di Milano che nei confronti della memoria di Sergio Ramelli sarà sempre debitore per quell’infame applauso del consiglio comunale alla notizia della sua morte. Il sindaco di allora, Aldo Aniasi, fece finta di niente e non disse una parola né quel giorno, né mai. Quello di oggi, invece, di parole ne dice anche troppe, ma sono quelle sbagliate.

Nella sgradevole situazione che si è creata in città a causa di scelte errate ed atteggiamenti irresponsabili, però, parlare di rispetto della memoria e pacificazione è impossibile, per cui prendere le distanze da certi comportamenti, anche con gesti simbolici ed anche a costo di infrangere il conformismo pseudo istituzionale dovrebbe essere una scelta ovvia, logica e naturale.

C’è un anno di tempo per pensarci e tante cose possono cambiare, ma se fossi un rappresentante politico di area una riflessione sulla questione comincerei a farla già da ora.