Hong Kong è un posto strano. Complicato e affascinante. Enigmatico. Ogni volta che torno nell’antica colonia asiatica di Sua Maestà avverto la stessa sensazione che mi coglie quando atterro a Dubai o a Singapore. Fisso le nuove scintillanti architetture — ancora più alte e ardite dell’ultima volta che le ho scorte — e mi rendo conto che “noi” — noi Occidente, noi Europa — abbiamo smesso di pensare le città, la città. La “civitas”. Abbiamo perduto la primazia. Spengler aveva previsto tutto e per tempo.

Da tempo il nostro Occidente ha esaurito la capacità di “novità“ , mentre ad Oriente — ed Hong Kong è un paradigma importante di questo processo storico inarrestabile — l’occidentalismo ha preso nuove forme e nuovi contenuti. Nuovi registi e nuovi fabbri. Come sottolinea l’olandese Rem Koolhass — uno dei massimi teorici dell’architettura contemporanea —  «l’occidentale non è più nostro dominio esclusivo e si sta dispiegando fuori dalle nostre mani in territori politici sconosciuti». L’Oriente, nelle sue realtà avanzate, è “altro”. Le nostre categorie interpretative sono inutili, obsolete. Da qui le difficoltà evidenti dei commentatori (e le stramberie dei geopolitici da tastiera…) di comprendere, di leggere i movimenti di rivolta promossi da Occupy Central che scuotono in queste ore la “regione speciale”.

Qualche veloce riflessione. La realtà sociale ed economica honkonghese, risultato di un “occidentalizzazione senza Occidente”, non è paragonabile con quella della Cina continentale. Altri sono i ritmi, altre sono le culture, altre le ambizioni e i modelli di modernità. L’unico vero collante sono i capitali, gli interessi. Enormi.

Con pragmatismo confuciano i potenti della “Città proibita” hanno rispettato per più di un decennio gli accordi fissati nel 1997, alla vigilia del ritiro britannico, offrendo ai “redenti” un benessere diffuso, tollerando le esperazioni sociali e le costosissime sperimentazioni urbanistiche. Non a caso. Per tre lustri l’ex colonia — un piccolo mondo scintillante racchiuso tra Victoria, Kowloon, Lantau e i nuovi territori — ha rappresentato per Pechino il biglietto da visita per accedere ai salotti buoni della globalizzazione e si è dimostrato un ottimo hub per l’economia del dragone. Una vetrina di lusso e una camera di compensazione per ogni sorta di traffici. Leciti ed illeciti. Trasparenti ed opachi.

Ora però la crisi morde la Cina profonda: il partito-Stato è attraversato da crisi e lotte intestine, le nuove generazioni (del tutto dimentiche dell’incubo maoista) pretendono consumi e frivolezze, il quadro internazionale è preoccupante. L’onda di malessere cresce non solo tra gli intellettuali e gli imprenditori ma anche tra gli operai e i contadini. L’incubo del “grande disordine”, un’angoscia che attraversa l’intera storia dell’impero di mezzo, è riapparsa. Da qui la decisione di colpire la corruzione con processi esemplari , la resurrezione del revanscimo anti nipponico, il rafforzamento delle forze armate. Ma non solo. Per rilanciare l’economia (e saldare al regime aree strategiche e iperpopolate), il potere centrale ha deciso di ridimensionare Hong Kong e Macao (l’ex possedimento lusitano acquisito nel 1999) per  aprire nuove free trade zone: Shanghai, Shenzen, Guangzhou.

Una minaccia temibile per le élites del “porto profumato”. Da qui le proteste, amplificate dai media occidentali (ansiosi di spostare l’attenzione dalla catastrofe medio orientale ai problemi asiatici), e sopportate con fatica da Pechino. Come nel teatro dei burattini della dinastia Tang, ogni mossa cela o prelude ad un’altra. L’attuale richiesta di democrazia “autentica” (?) null’altro è che la difesa di una forte autonomia economica, di una particolarità culturale (quel neo-occidentalismo che affascina e, al tempo stesso, preoccupa i mandarini rossi) e, soprattutto, la garanzia di solidissimi interessi locali.

Dietro alle sincere preoccupazioni degli studenti (gli unici che ci credono e che rischiano veramente…), felpati si muovono gli emissari del potere centrale e i portavoce delle potentissime caste locali. Per ognuna delle fazioni l’importante è raggiungere un compromesso accettabile, onorevole.  Senza “perdere la faccia”, senza umiliazioni pubbliche. L’ennesimo, micidiale, gioco d’ombre cinesi sul mar Giallo.