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A PROPOSITO DEI LAOGAI, I LAGER CINESI
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| La triste storia di Harry Wu internato per 19 anni da regime maoista |
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di Vincenzo Nardiello |
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Se Harry Wu fosse reduce da un lager nazionalsocialista sarebbe un eroe, il suo nome universalmente conosciuto, le sue testimonianze note in tutto il mondo e pubblicate dalle principali case editrici. Invece Wu è sì un eroe, ma sconosciuto; è sì reduce da un campo di concentramento, dove ha passato ben 19 anni tra inenarrabili sofferenze fisiche e psicologiche ma, a differenza degli altri reduci da analoghe esperienze, della sua storia non frega niente a nessuno. Wu non ha ricevuto medaglie. Il suo diario di prigionia e la sua dirompente denuncia non importano un fico secco a quelle case editrici che sui diari delle Anna Frank di mezzo mondo hanno costruito fortune e notorietà. Insomma, Harry Wu sembrerebbe figlio di un Dio minore. Invece è soltanto figlio di un campo minore. Dei lager tedeschi, chiusi nel lontano ’45, sappiamo tutto. Dei gulag sovietici, entrati in disuso purtroppo con oltre mezzo secolo di ritardo, la storiografia più attenta e politicamente meno “impegnata” negli ultimi anni ha fatto grandi passi in avanti sulla strada del disvelamento di una verità troppo a lungo occultata. Ma dei laogai, i campi di concentramento cinesi, non sappiamo nulla. Eppure essi sono oltre mille e, mentre leggete queste righe, tutti attivissimi nella Cina del cosiddetto miracolo economico. Il 4 maggio scorso si è svolta a Washington la Conferenza internazionale su “I Gulag e i Laogai”. Ma il silenzio dei media è stato assordante. Guai a disturbare il grande manovratore rosso. Nel suo intervento Wu, presidente della Fondazione Laogai, ha spiegato che «la vita nei laogai è tuttora orribile e almeno 50 milioni di cinesi hanno sofferto nei laogai». Pestaggi e torture sono l’ordinaria amministrazione. Le scariche elettriche e la sospensione delle braccia pure. Nonostante l’Onu sia al corrente di tutto non si muove foglia. Al convegno sono intervenuti storici, esperti e scrittori del calibro di Anne Appelbaum, e Joel Kotek. Il professor Dieter Henzig ha evidenziato le somiglianze tra Gulag e Laogai a iniziare dalla tortura, la denuncia degli amici (ne sanno qualcosa gli oltre mille comunisti italiani morti in Urss grazie all’”amico” Togliatti), il lavoro forzato, il ricatto del cibo. Ma vi sono anche differenze: come la “riforma del pensiero”, ossia il sistematico lavaggio del cervello, ha spiegato il professor Henzig, che i comunisti cinesi continuano a praticare fin dal 1937, quando Mao Zedong lo introdusse. «La “riforma del pensiero” si attua mediante l’indottrinamento politico quotidiano e l’autocritica che ha luogo davanti ai sorveglianti ed agli altri detenuti. E’ finalizzata a riformare la personalità di chi si autoaccusa». «Una vera e propria riprogrammazione del cervello», ha aggiunto Wu. Ma i laogai, proprio come i Gulag, sono anche uno dei pilastri economici della Cina moderna. Infatti è nei laogai che si producono buona parte dei prodotti che invadono i mercati occidentali perché venduti a prezzi stracciati in quanto frutto del lavoro forzato di detenuti politici e religiosi. Insomma, dietro il miracolo economico cinese non c’è solo il lavoro dei bambini, la violazione dei più elementari diritti e norme di tutela, lo sfruttamento senza pietà dei lavoratori; ma anche la tortura, il lavoro forzato, il laogai che nulla ha da invidiare al lager o al gulag tranne la nostra indignazione. Tuttavia, la realtà del pericolo giallo - che è poi rosso del sangue e delle sofferenze del comunismo che le produce - è se possibile ancora più agghiacciante. Wu spiega infatti che i laogai non sono che un ingranaggio del sistema terroristico dello Stato cinese. «Decine di migliaia di esecuzioni di massa, migliaia di organi espiantati dei condannati a morte e venduti con alti profitti, collagene preso dalla pelle dei morti per produrre cosmetici, decine di migliaia di aborti e sterilizzazioni forzate» in ossequio al genocidio silenzioso denunciato da Antonio Socci in un suo recente libro sono le tappe dell’inferno cinese. «Per non parlare - aggiunge Wu - della persecuzione sistematica contro i credenti di tutte le Religioni e dell’abuso della psichiatria a scopo repressivo politico». Dedicato a chi ancora crede che il comunismo sia morto.
26 Maggio 2006 |
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