Scusate la frivolezza, ma vi è un dato mediatico che merita d’essere registrato e commentato: i 18 anni di “Don Matteo”, una lunga favola di buoni sentimenti che incanta da quasi due decenni l’Italia. L’Italia delle famiglie, l’Italia onesta, autentica. L’Italia vera.

Un mondo di valori semplici ma genuini. Non a caso l’altra sera Bruno Vespa,  vecchio marpione del giornalismo e attento osservatore del costume, ha voluto festeggiare l’anniversario della serie con i protagonisti storici, obbligando tutti ad indossare i costumi di scena. Ed ecco allora a “Porta a Porta”, preti vestiti da preti veri (e non da postini…), carabinieri con alamari, medaglie e (ma solo i migliori) con brevetti da paracadutista. Un omaggio a Terence Hill e a Frassica  — due ottimi professionisti — e al tutto il cast. Ma anche ai valori che questa produzione esprime: onestà, fede, onore.

Certo, “Don Matteo” è per molti versi una narrazione caramellosa e rassicurante e a tratti fastidiosamente “buonista”, ma sullo sfondo c’è l’Italia più bella — gli scenari dell’Umbria — intrecciati ai riflessi di questo tempo malato. Vi sono cattiverie, rancori, vendette. Cronaca di provincia. Poi a risolvere ogni enigna arriva, con la sua tonaca nera, Don Matteo — una proiezione nostrana del magnifico Padre Brown di Gilbert Chesterton — accompagnato dal maresciallo — il suo Watson — e ogni cosa si risolve. Il bene, in ogni caso, trionfa.

Favolette. O forse no? Milioni di spettatori — e,  secondo i numeri di Vespa, tantissimi giovani  — seguono le avventure di Terence Hill (79 splendidi anni) e Frassica carabiniere. Anno dopo anno, milioni di persone d’ogni età si ritrovano a guardare e ammirare un prete e un militare. Tifano per loro. Per la giustizia. Sperano. Vi è ancora qualcosa di buono in questo Stivale.