L’establishment italiano non è un’élite, selezionata secondo il merito e la capacità, ma un insieme di “barlafus” (simpatica definizione meneghina per definire uomini di nessun conto), detriti dell’alluvione demagogica che ha inondato l’Italia con l’avvento della sinistra al potere. Spiccano fra loro sedicenti intellettuali alla Saviano e alla Lerner, con “dieci paghe per il lesso” e sedicenti giornalisti-scrittori, pingui di denaro e di tribune, ovviamente tutti patetici nostalgici, alla Zucconi, dell’antifascismo postumo e redditizio. Che gridano all’apocalisse per l’avanzata dei “populisti”, non avendo capito o, forse, proprio perché hanno capito che il loro tempo è finito.

Il voto degli italiani il 4 marzo ha chiuso un’epoca, quella dell’antifascismo e del sinistrismo provvido e remunerativo, che la borghesia, specie quella dorata dei quartieri, delle redazioni e dei salotti chic, ha professato per decenni con spolverio e vantaggio. Il 4 marzo ha rivelato che il popolo aveva finalmente capito: capito che i conclamati “diritti civili”, le ideologie “transgender”, l’esaltazione delle “diversità “, sono una sorta di nuova canasta, gioco per “gente bene, di grasso censo e smunta coscienza”, ma irrilevanti, se non perniciosi, per i cittadini comuni. E , piuttosto che l’usato certamente inaffidabile, ha scelto il rischio dell’ignoto.
Inaffidabile.