Condannati a morire di burocrazia. Non ci sarebbe da stupirsi, eppure resta sempre addosso il solito senso di sconforto e di umiliazione nell’apprendere dell’ultimo resoconto che certifica in modo ufficiale il ruolo di fanalino di coda dell’Italia in tema di efficienza della pubblica amministrazione. Un ruolo da ultimi della classe in condivisione con la Grecia tra i 19 paesi dell’Eurozona che ci proietta di diritto nel Pantheon dell’inefficienza cronica, del disservizio ordinario e troppo spesso del malaffare ormai peculiare. Mali inaccettabili eppure divenuti una piaga ordinaria da cui l’Italia non riesce ad affrancarsi, quasi che lo Stato italiano non concepisca nel suo essere più profondo la possibilità di dare ai suoi cittadini servizi onesti, puntuali ed efficienti degni della civiltà contemporanea: in altre parole a riconoscere i diritti più elementari e sacrosanti che spettano a ognuno di noi dalla nostra amministrazione pubblica.

L’ultima conferma dello stato disastroso della burocrazia tricolore è arrivato in questi giorni, nel solito disinteresse generale, con la pubblicazione dello studio della Cgia di Mestre sulla qualità dei servizi garantiti dagli uffici pubblici dell’Eurozona. Uno studio che conferma quanto ormai la nostra amministrazione pubblica abbia superato il livello di guardia in tema di mancanza di trasparenza, scarsa comunicazione tra uffici, incertezza giuridica e adempimenti di eccessiva onerosità per gli utenti: un corollario di inefficienze che costringe ogni giorno alla fuga gli operatori stranieri che avevano deciso di investire i propri capitali in Italia. Un disastro su tutta la linea che da tempo ha prodotto una lacerazione profonda nei rapporti tra comuni cittadini, imprenditori e aziende e uffici pubblici.

In realtà, a un’analisi accurata dei dati e degli indici lo studio della Cgia di Mestre dimostra che pur nella desolazione generale anche la burocrazia italiana è capace di fornire esempi virtuosi di qualità superiore, basti pensare alla sanità nel Settentrione, a diversi istituti universitari e formativi e vari centri di ricerca, così come a vari settori della nostra Pubblica sicurezza, tutti quantomeno al pari dei più alti standard europei. Tuttavia, a preoccupare è il livello medio dei servizi estesi a tutto il territorio nazionale, con i picchi di inefficienza e i disservizi più madornali tutti registrati dalla burocrazia del Meridione. 

A testimoniare le perniciose ricadute sul Paese di una macchina statale inefficiente è il legame strettissimo e il rapporto di reciproca dipendenza tra una macchina statale che funziona e la produttività media delle aziende, sempre più alta laddove l’amministrazione pubblica è funzionante al meglio. Una burocrazia snella e rapida infatti è la condizione essenziale per un sistema produttivo virtuoso, così come regole e procedure facili da rispettare e interpretare e tributi in linea con il resto dell’Unione sono la condizione indispensabile per sottrarre al pantano delle lungaggini e dei ricatti dei funzionari corrotti l’Italia che produce e che compete sui mercati globali.

Ma davvero è questo il destino ineluttabile dell’Italia e null’altro è concesso ai suoi cittadini oltre alla rassegnazione e alla resa? A consultare le ricerche degli ultimi decenni si fa fatica a trovare motivi di speranza, e di certo non conforta la sostanziale inefficacia dell’attività di decine di governi nazionali impegnati, almeno a parole, in questa battaglia contro i bizantinismi di una burocrazia tanto vituperata eppure potente e sinora invincibile.