I pirati somali solcano ormai anche le acque del Mediterraneo. Il campanello d’allarme era già suonato dopo il tragico naufragio di Lampedusa del 3 ottobre scorso, nel quale morirono 366 migranti. Oggi la conferma è arrivata con l’arresto di Mouhamud Elmi Muhidin, 34enne miliziano originario dell’ex colonia italiana. Il somalo è stato arrestato proprio a Lampedusa dagli agenti delle squadre mobili di Palermo e Agrigento, in collaborazione con lo Sco di Roma, a seguito di un’indagine che lo vede più che sospettato di essere uno degli organizzatori della traversata della morte.

 

La cattura di Muhidin ha aperto un vaso di Pandora. Stupri, torture e forse brutali uccisioni prima del naufragio. Dalle carte dell’inchiesta emergono i presupposti per l’accusa di sequestro di persona a scopo di estorsione, associazione a delinquere finalizzata al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, tratta di esseri umani e violenza sessuale. Il somalo farebbe parte, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, di una rete ben organizzata che unisce pirati del Corno d’Africa con miliziani libici, un’alleanza che garantisce lucrosi profitti sfruttando il traffico di esseri umani. Già qualche settimana fa il giornalista esperto di conflitti africani, Gian Micalessin, intervistato da destra.it aveva avvertito come la Libia stava per trasformarsi in una nuova “Tortuga” nel Mediterraneo. Le coste della Quarta sponda, senza il controllo di un forte governo centrale, sono ormai la sentina dei peggiori tagliagole in cerca di facili profitti. E così guerriglieri mussulmani e predoni somali stanno progressivamente affinando l’alleanza facendo base nei porti della sponda sud del Canale di Sicilia.

 

L’arresto di Elmi Muhidin è stato provvidenziale, sia perché ha confermato la bontà della pista seguita dagli investigatori, sia perché il miliziano era scampato al linciaggio nel Cie di Lampedusa dopo essere stato riconosciuto da un gruppo di eritrei sopravvissuti al naufragio come il capo di una banda di armati resasi responsabile del loro sequestro nello scorso mese di luglio, mentre si trovavano in viaggio nel deserto dall’Eritrea alla Libia, in una zona tra il Sudan e la Libia stessa.

 

“Ho pregato Dio giorno e notte affinché mi avesse fatto rincontrare in vita questo soggetto per fargliela pagare…”. Queste parole sono state pronunciate da Alay, un giovane eritreo di 35 anni interrogato oggi dagli inquirenti. Alay era sul barcone naufragato lo scorso 3 ottobre davanti alle coste di Lampedusa. Anche lui, come tanti altri suoi connazionali, sono stati prigionieri per mesi del gruppo di somali. Il migrante tigrino ha raccontato di avere incontrato Elmi Mouhamud Muhidin, la sera del 25 ottobre, dopo che quest’ultimo era sbarcato sull’isola delle Pelagie su un barcone con altri 90 somali. “Mentre mi trovavo all’interno del Centro d’accoglienza insieme ad altri miei connazionali ho saputo che con l’ultimo sbarco era arrivato il somalo che nel deserto, al confine tra Sudan e Libia, nel luglio scorso aveva sequestrato e torturato me ed altri 130 miei connazionali mentre eravamo in transito in direzione Libia – ha raccontato ancora sconvolto – recatomi da subito nel piazzale mi hanno detto che lo stesso era stato già preso dalla Polizia italiana e che non era possibile avvicinarlo”.

 

Il predone somalo, secondo le ricostruzioni delle vittime, insieme ad altri suoi connazionali, dopo avere bloccato la marcia dei profughi, li avrebbe costretti sotto minaccia di armi da fuoco a salire in alcuni furgoni. I migranti sarebbero poi stati condotti  all’interno di una casa nella città di Sebha in Libia. Qui, rinchiusi in una grande stanza, i prigionieri sarebbero stati privati degli effetti personali. I miliziani utilizzavano i telefoni cellulari per chiamare i familiari delle loro vittime per chiedere un riscatto per la liberazione.  “Eravamo costretti a stare in piedi e in silenzio per tutta la giornata – ha raccontato Alay – siamo stati rinchiusi per periodi che variavano dai 10 ai 16 giorni”. Da film dell’orrore le scene di sadismo  cui i miliziani hanno costretto i loro prigionieri: “Il somalo in questione ed i suoi uomini ci hanno obbligato, tutto il tempo, a vedere i nostri compagni che a turno venivano torturati con vari mezzi, tra cui manganelli, scariche elettriche, tenendoci legati mani e piedi, ed infine minacciandoci con delle armi da fuoco puntate alla testa –Ha ricordato il testimone eritreo – I nostri sequestratori, dopo avere richiesto riscatti di 3300 dollari per ognuno di noi, ci hanno rinchiusi nella stanza per oltre 10 giorni fino a quando i soldi da loro richiesti venivano accreditati sui conti bancari che loro stessi fornivano ai nostri familiari. Per me, hanno ricevuto dai miei genitori che vivono in Eritrea 3300 dollari che solo dopo giorni i miei sono riusciti a mandare, grazie ad alcune offerte di altri miei parenti”. E ancora: “Ci mettevano in libertà a gruppi di 25 e che successivamente dopo averci caricati a bordo di un furgone ci accompagnavano fino a Tripoli”. La testimonianza di Alay inchioda alle sue responsabilità l’uomo arrestato a Lampedusa.

 

“Il somalo è colui il quale era in possesso di tutte le chiavi di quella casa, comprese quelle degli armadi che custodivano le armi”. – ha confermato il testimone . “Addirittura un giorno dopo averci bagnati con dei secchi d’acqua ed allagato il pavimento hanno preso dei fili elettrici e dopo averli appoggiati a terra ci hanno fatto prendere una scarica elettrica che è durata solo pochi secondi solo grazie al conseguente corto circuito della rete della casa, successivamente dopo che i nostri carcerieri avessero provveduto a riaccendere la luce gli stessi ci prendevano in giro e ridendo ci dicevano che se morivamo loro erano contenti perché noi eravamo solo dei cristiani, esseri inferiori a loro musulmani”. Il racconto prosegue con il ricordo delle violenze sulle donne. Almeno due ragazze minori sono state portate via a forza una notte con il chiaro intento di abusarne sessualmente. “Dopo circa un’ora – ha ricordato l’Eritreo – abbiamo visto rientrare nella stanza solo una delle due ragazze, in compagnia dei tre uomini, che alla nostra richiesta di informazioni ci riferiva di essere state portate via a bordo di un’auto nel deserto dove sono state violentate dai tre uomini, inoltre la ragazza ci ha detto che sia lei che la sua compagna avevano provato a fuggire ma che lei era stata bloccata e che sconosceva la fine che avesse fatto l’altra, dicendo che probabilmente era stata raggiunta ed uccisa senza però l’uso di armi da fuoco, perché non aveva sentito degli spari. La ragazza ritornata quella sera si chiamava Sara, ma purtroppo è una vittima del naufragio di giorno 3 ottobre” ha concluso Alay.

 

Chi invece ha subito abusi sessuali, è sopravissuta e lo ha raccontato agli investigatori è una diciottenne connazionale di Alay. “Mi hanno buttato in testa della benzina provocandomi un forte bruciore al cuoio capelluto, alla pelle del viso ed infine agli occhi, successivamente, non contenti, hanno abusato di me” – ha confermato la giovanissima vittima. Complessivamente, comunque, gli inquirenti hanno ricostruito venti casi di ragazze violentate e “offerte” a miliziani armati. Con il somalo è stato fermato, per un altra vicenda, il palestinese Attour Abdalmemen, 37 anni. La Direzione distrettuale antimafia di Palermo gli ha contestato il reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in relazioni a uno sbarco di immigrati avvenuto il 15 ottobre, sempre a Lampedusa.