Il male più evidente e più vistoso dell’Italia è l’accoppiata corruzione-criminalità organizzata.
Fenomeni, certo, presenti in tutti i Paesi e in tutti i tempi, ma vasti, capillari e radicati come
nell’Italia attuali, mai visti prima e da nessuna parte.
Mai prima e da nessuna parte corruzione e criminalità hanno pervaso poteri politici e
finanziari, istituzioni nazionali e locali, amministrazioni pubbliche e private,(dalle Alte
Magistrature agli amministratori di condominii), come oggi da noi.
Come mai? Quali sono le cause?
Sono sotto gli occhi di tutti :
– la mortificazione della famiglia, il cui profilo etico, sociale e giuridico è sempre più
confuso e incerto;
– la inadeguatezza del sistema scolastico, dalle primarie all’università, per difetto di
ispirazioni strategiche, di competenze, di strutture e risorse;
– la marginalità della ricerca scientifica e tecnologica, pagata anche con la scarsa
competitività del nostro sistema imprenditoriale;
– la sostanziale impunità del crimine e dell’illegalità, che ha consegnato intere aree del
territorio ed ampi settori dell’economia e della finanza alle organizzazioni criminali;
– la voracità e l’insufficienza delle burocrazie pubbliche e private, scardinate da ogni
scrupolo etico, da qualsiasi riscontro di merito, da qualsivoglia responsabilità.
Soprattutto, però, e prima di tutto, se non causa di tutto, l’eclissi di valori, di obiettivi ideali e
culturali, di idee-forza nella classe dirigente in genere, politica culturale e giornalistica in specie
(anche quella di destra)
In questi ultimi decenni, come annota Marco Tarchi, « si sono irrise, quando non demonizzate, le
ideologie, che avevano fatto a lungo da cemento a solide (e quindi pericolose) identità
collettive….E , sulla scia, si sono squalificati i partiti che ne erano stati veicolo ».
Così si sono spalancate le porte alla cosiddetta “società civile”, « agli uomini del fare », in
concreto, agli uomini degli affari :
da Berlusconi a Verdini, da De Benedetti a Farinelli, da Bazoli a Mussari, da Frigerio a Greganti.
E ai loro seguiti e alle loro corti di grassatori, nani e ballerine, che infiltrandosi anche nelle
rappresentanze assembleari hanno rapidamente trasformato «l’esercizio dell’azione politica
nelle istituzioni in una lucrosa professione, trasmissibile per via familiare, partitica o clientelare ».
Quali sono i rimedi?
Ammesso, e non concesso, che siano ancora possibili, i rimedi si definiscono per
contrapposizione netta e diretta ai malanni.
Soprattutto e prima di tutto, riattingendo ai Valori etici e culturali, necessari ed essenziali per
qualunque autentico progetto di vita sia privata che pubblica.

« In principio è la fede » scrisse anni fa Nicolò Giani, nome che dovrebbe esser noto a caro alla
gente di destra, prima di testimoniarla con il sacrificio della vita, offerta sull’altare dei suoi
ideali, volontario in guerra.
In principio è la convinzione « che la vita non si esaurisca nel godimento dei benefici materiali,
ma che esista una sfera etica e morale cui vita privata e Cosa Pubblica devono rendere conto »,
come dice laicamente il mio amico Massimo Corsaro.
Questa « sfera etica e morale » è stata indicata già da gran tempo a Mosè sul monte Sinai, e si
esplicita in comandamenti incontestabili , a prescindere dai primi tre, anche per chi non crede
in Dio.
In quest’ottica è ancora forse praticabile la ristrutturazione della famiglia, del sistema
scolastico, della ricerca scientifica, della legalità, trasparenza ed efficienza del sistema Italia.
Ristrutturare bene significa recuperare e rafforzare le fondamenta e capitalizzare la tecnologia.
Significa collegare tradizione e innovazione.
La tradizione non è il vecchio, ma l’antico, ciò che perdura nel tempo, che è perenne, sempre
attuale;
l’innovazione non è il nuovo, la novità del giorno, la moda, ma il futuro.
Tradizione e innovazione, classicità e futurismo sono i connotati peculiari e irrinunciabili della
visione del mondo di chiunque abbia un sentire e un pensare di destra, comunque alternativo
alla sinistra.
Avere alterato, dissimulato, oscurato questi connotati etici, culturali e politici è la principale
responsabilità della classe dirigente della destra degli anni novanta.
Hanno avuto paura della « diversità culturale » finendo per perdere anche la diversità morale e
politica.
Si sono rassegnati, adattati , adeguati all’unica “cultura”, al « pensiero unico »
liberaldemocratico : la crescita economica, il profitto, tanto meglio se privato, la società del
benessere.
E’ la società dell’avere, dominata dalla cupidigia, « l’appetito disordinato di qualsiasi bene
temporale » (Tommaso d’Aquino); la lupa dantesca « che di tutte brame, sembrava carca nella
sua magrezza, che mai non empie la bramosa voglia » ; « e dopo il pasto ha più fame che pria ».
Alla destra conviene tenere « altro viaggio », con altre guide, con linee-guida che mettano in
continuità tradizione e futuro.