«Sono un militare italiano soggetto all’esclusiva giurisdizione nazionale in virtù del principio d’immunità delle forze militari in transito. Considero illegale questo tentativo di sottrarmi con la forza alla giurisdizione italiana».
Sono queste le parole pronunciate il 19 febbraio da Massimiliano Latorre, in attesa di processo in India, quando viene arrestato dalla polizia del Kerala. Una specie di dichiarazione da prigioniero di «guerra» riportata sul giornale di bordo dell’Enrica Lexie, la nave italiana che i marò difendevano dai bucanieri. Latorre e Salvatore Girone sono ancora in India accusati di aver ucciso due pescatori scambiandoli per pirati.
Quando vengono fatti sbarcare è presente una corposa delegazione italiana, che non riesce ad evitare il peggio: Gianpaolo Cutillo, Console generale a Mumbai, gli ammiragli Franco Favre, addetto militare all’ambasciata italiana a New Delhi e Alessandro Pirosi, capo del Terzo reparto pianificazione della Marina. Poi ci sono altri due ufficiali inferiori, Marco Mattesi e Francesco Marino oltre al consigliere legale Jean Paul Pierini.
Dopo l’arresto dei due marò inizia il calvario della Lexie, del suo equipaggio composto da 19 indiani e 5 italiani, oltre ai 4 fucilieri del San Marco superstiti del nucleo di protezione anti pirateria.
«Siamo stati abbandonati dallo stato italiano – denuncia il direttore di macchine della Lexie, Mario Massimino – Si rischiava di rimanere in India fino a luglio. E lo stesso è accaduto ai quattro fucilieri rimasti a bordo. Anche se ogni due giorni li chiamavano dalla Marina erano scoraggiati». Massimino non ha peli sulla lingua e ricorda come «l’ambasciatore non si sia mai fatto sentire. E poco via per i ministri che sono venuti in visita. Quando è arrivato Terzi, quello degli Esteri, non ha neppure fatto una telefonata a bordo». Il direttore di macchine ricorderà «sempre i marò con affetto. Non solo: proprio nei momenti difficili hanno saputo dimostrare la loro grande professionalità. E sia chiaro che Girone e Latorre hanno sparato solo in acqua».
Un documento di tre pagine con la data del primo maggio riassume le concitate telefonate nelle ore precedenti fra l’armatore, Luigi D’Amato ed il capo di stato maggiore della Marina, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli. E dimostra quanto sia stata confusa la linea italiana nel momento cruciale della liberazione della nave.
«Alle 13.30 ho ricevuto una telefonata dall’ammiraglio Binelli che lamentava una ventilata nostra ipotesi di far sbarcare i 4 NMP (i marò superstiti ndr) – scrive l’armatore – (…) Ho fatto presente che se avessimo avuto questa intenzione lo avremmo fatto fin dall’inizio, ma l’idea (…) non era mai stata presa in considerazione».
La nave resta bloccata fino a quando il governo italiano non firma «una lettera d’impegno per far tornare i 4 NMP in India qualora si fosse ravvisata la necessità processuale per una loro testimonianza».
L’ammiraglio Binelli si mobilita e alle 13.40 richiama l’armatore «per confermarmi formalmente che il governo italiano, tramite i ministri interessati, aveva ordinato all’Ambasciatore di firmare tale lettera d’impegno». Ed invece salta tutto.
«Alle 15,30 ho richiamato l’Ammiraglio Binelli, il quale mi ha confermato che quanto detto precedentemente (…) non aveva più alcuna validità» si legge nel documento in possesso de Il Giornale. A questo punto l’Ammiraglio Binelli mi ha testualmente detto: “che si era chiamato fuori e se ne voleva lavare la mani”» scrive l’armatore.
Sul piatto c’è il destino della nave con 28 uomini a bordo. Alla fine l’ammiraglio Favre, addetto militare dell’ambasciata italiana, spiega che secondo il legale indiano «firmando quella lettera si correva il fortissimo rischio che venissero arrestati i 4 NMP (a bordo della Lexie ndr)». Secondo la società armatrice, invece, «era vero l’esatto contrario, per cui con la firma dell’impegno la nave sarebbe immediatamente partita con i NMP».
Il sospetto è che si tenga «legata la liberazione della nave alla soluzione del caso dei 2 NMP imprigionati (Latorre e Girone ndr) (…) che fanno clamore sui media (…) – si legge nel documento – Tale strategia (…) si è rivelata totalmente sbagliata e perdente».
Il giorno dopo, il 2 maggio, la Corte suprema di Delhi concede la luce verde alla partenza della nave, a patto che ci sia la lettera d’impegno per i marò rimasti a bordo ed il governo italiano finalmente la firma.
I familiari di Latorre e Girone stanno tornando in India per incontrare i loro cari, come avevano fatto in aprile.

Pubblicato sul Il Giornale del 5 luglio 2012