I sindacati, in queste settimane, non godono di buona stampa. Vi è il forte attacco alla politica paracorporativa della “concertazione” da parte di Renzi, che emana i suoi decreti legge facendoli approvare a suon di fiducia e senza nessun confronto preventivo; vi sono le dichiarazioni del ministro del lavoro (ex comunista e dirigente elevato della Lega delle Cooperative!) che afferma di decidere in modo autonomo perché “la musica è cambiata”; vi sono le inchieste giornalistiche sui bilanci delle confederazioni, che trovano spunto anche dalla recente vicenda dell’UGL ancora tutta da chiarire; vi è infine l’insoddisfazione ed il distacco crescente dei lavoratori, ed in particolare dai giovani, da organismi che dovrebbero tutelarli ed invece spesso si chiudono in sé stessi; vi è il congresso della CGIL diviso in correnti non più partitiche, come è sempre stato, ma piuttosto d’impostazioni finalistiche.

Cerchiamo allora di mettere qualche punto fermo su tutte queste questioni.

La concertazione, tanto esecrata, in realtà in Italia ha riempito negli ultimi trent’anni il vuoto determinato dalla carenza di competenza delle assemblee parlamentari, riempite da politicanti di professione che nella maggior parte dei casi non hanno mai lavorato in vita loro.  Come si fanno a fare riforme molto tecniche e specializzate – come quelle delle pensioni, della sicurezza sul lavoro, del diritto del lavoro, della pubblica amministrazione, degli ammortizzatori sociali, ecc. – senza coinvolgere coloro che materialmente, praticamente, quotidianamente di quelle questioni se ne occupano e quindi vengono a conoscenza dei pregi e difetti, dei funzionamenti e delle dispersioni, delle ricadute positive o negative, delle prospettive? Quando non lo si fa, escono riforme pasticciate come quella presa in assoluta solitudine dalla professoressa Fornero che ancora lascia le sue tracce per quanto riguarda i cosiddetti “esodati” e l’”Aspi” per i disoccupati.

Ci vorrebbe caso mai una specie d’istituzionalizzazione di questa procedura, magari con tempi prefissati per la discussione e formulazione di pareri formali vincolanti per il Governo e per il Parlamento sulle materie in questione: ma agire senza tener conto del parere di chi rappresenta non solo i lavoratori ma anche i datori di lavoro porta solo ad errori. E, d’altra parte, chi è ispirato da una visione corporativa e collaborativa tra i vari fattori della produzione non può che condividere questa impostazione.

Per quanto riguarda poi i bilanci delle confederazioni, è certamente necessario chiedere la trasparenza con la loro pubblicazione e la spiegazione analitica delle spese. Però ricordiamoci sempre che, per ignavia o per pressioni politiche dei maggiori partiti, i legislatori non hanno mai approvato il contenuto dell’art. 39 che prevedeva la personalità giuridica dei sindacati e, quindi, anche il loro ruolo pubblicistico con possibilità di controlli. Attualmente i sindacati sono delle semplici associazioni di fatto, equivalenti – anche se hanno milioni di aderenti – ad una bocciofila di paese od al circolo dei giocatori di scopone; i loro mezzi finanziari derivano dai contributi degli iscritti, e quindi il loro utilizzo – a termini di legge vigente – è deciso insindacabilmente dai loro organi direttivi. Quindi, se si vuole regolamentarli si dovrebbe varare una legge per il riconoscimento giuridico dei sindacati, con tutti gli annessi e connessi.

Però, si dice, ci sono i Patronati, i CAF, gli Enti di Formazione che producono entrate cospicue. Ma anche qui dobbiamo essere chiari. Se vi è stata una crescita enorme di questi enti di servizio, ciò è dovuto esclusivamente allo Stato che ha abdicato alle sue funzioni delegandole ai sindacati: ciò si chiama “sussidiarietà” e ci fu un ministro del lavoro del Governo Berlusconi, Maurizio Sacconi, che la teorizzò come il futuro delle prestazioni sociali italiane.

Allora precisiamo qualcosa che non è sufficientemente noto al pubblico.

L’Inps, divenuto ormai l’unico ente previdenziale italiano che si occupa di tutto (dalle pensioni alla disoccupazione, dalla malattia alle liquidazioni) presenta – per effetto dei tagli inconsulti della spesa pubblica – una forte carenza di personale, quasi dimezzatosi in un decennio. L’ente ha quindi deciso di eliminare la gran parte degli sportelli aperti al pubblico e di operare solo tramite internet, mediante “pin” individuali: ultima decisione, quella di non inviare più ai pensionati i modelli CUD per la denuncia dei redditi, che dovrà essere richiesta tramite internet….

Ma come pensate che un operaio, un anziano, un immigrato, un analfabeta elettronico possa essere in grado di utilizzare questo strumento vista la complessità dell’Ente e del suo sito? Ed allora si rivolge al Patronato, che agisce (gratuitamente) in nome e per conto dell’assistito. Ma si dirà: come si finanzia il Patronato? Mediante una piccola percentuale delle aliquote contributive trattenute dal datore di lavoro, erogate (in ritardo) dal Ministero del Lavoro che ha il compito della vigilanza su questi Enti.

Quindi, si potrebbero pure sopprimere i patronati: ma allora l’Inps dovrà riempire l’Italia di sportelli aperti al pubblico, ovviamente previa assunzione di decine di migliaia di persone.

Per i Caf, è la stessa storia. Poiché fare le denunce dei redditi è sempre più difficile, poiché le regole cambiano ogni anno, anche un normale impiegato o ragioniere avrebbe delle difficoltà. Ed allora ecco che ci si rivolge ai Caf, sia per la semplice presentazione di una domanda già precompilata (senza spese) sia per farsi aiutare a compilarla pagando un compenso all’operatore. Si possono chiudere? Certamente: ma allora il ministero dell’economia dovrebbe aprire migliaia di sportelli in tutt’Italia, destinandovi altre migliaia di persone, per raccogliere e compilare le denunce dei redditi di lavoratori dipendenti, autonomi, pensionati.

La questione dei centri di formazione professionale è ancora più emblematica. Negli anni sessanta, lo Stato – dovendo provvedere a questa forma d’istruzione tecnica – aveva istituito alcuni enti nazionali che qualcuno ricorderà: Inapli per l’industria; Iniasa per l’artigianato; Enalc per il commercio ed il turismo, ed altri ancora per l’agricoltura, i trasporti, ecc.

Venuta prima la rivoluzione distruttrice del sessantotto, poi l’istituzione delle regioni, queste – per darsi uno scopo – rivendicarono a sé stesse la formazione professionale. Furono chiusi gli enti nazionali succitati: però, poiché le regioni non erano in grado di effettuare direttamente in proprio questa funzione, la delegarono ad enti costituiti da associazioni sindacali e/o datoriali. Non solo, ma furono piuttosto indulgenti nei controlli talché la formazione è diventata per tanti una fonte di lucro:

esiste un detto secondo cui il sistema della formazione crea lavoro per i “formatori” anziché per i lavoratori..

Quindi, da questa esposizione si rileva che per evitare che i sindacati sfruttino queste situazioni occorre che lo Stato assuma direttamente quelle funzioni: altrimenti, potremmo arrivare allo smantellamento dell’assistenza sociale perché nessuno se ne occuperebbe più, né lo Stato né le Regioni né le Associazioni sindacali e datoriali. Ma, forse, questo è quello che vogliono i teorici del libero mercato assoluto che lascia il cittadino solo ed indifeso….

 

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Detto questo, va tutto bene oggi per il mondo sindacale? Certamente no, e la loro crisi – a parere dello scrivente – è più politica ed etica che organizzativa e finanziaria. Infatti, come in tutti gli organismi, nei sindacati è prevalso lo spirito di conservazione anche mediante la ricerca di compromessi a livello politico ed industriale, l’utilizzo massiccio dei servizi sopra indicati, l’adesione tacita a modelli economici e sociali d’impronta mondialista e liberista.

Così, per esempio, i sindacati – a parte qualche valutazione negativa in sede congressuale – non hanno mai contestato duramente la globalizzazione, a cominciare dall’invasione dei prodotti e dei laboratori clandestini dove si praticano addirittura forme indirette di schiavitù. Si è mai visto qualche sindacato denunciare, manifestare, occupare i laboratori ed i depositi clandestini di merce cinese od indiana a Roma, Milano, Prato ed in tante altre città per chiedere il rispetto delle norme sul lavoro? Dove sta lo spirito dell’internazionalismo operaio che dovrebbe far tutelare i lavoratori dovunque si trovino? Abbiamo l’assurdo che la sede romana della CGIL sta nel quartiere Esquilino pieno di depositi e laboratori clandestini cinesi, ma le proteste le hanno fatto solo i giovani della Sezione Colle Oppio, ieri del Msi, oggi di Fratelli d’Italia/Alleanza Nazionale? E lo stesso dicasi per le migliaia di bancarelle abusive, che vendono prodotti anche pericolosi per la salute, tollerati dal sindaco Marino il quale però è stato fatto eleggere dai sindacati. Intanto, il commercio “legale” soffre questa concorrenza sleale ed ogni giorno c’è qualcuno che chiude i battenti, con aumento della disoccupazione.

Lo stesso dicasi per l’immigrazione clandestina. Tutti i sindacati sostengono il diritto all’accoglienza: di chi, dei nuovi schiavi futura preda dello sfruttamento del lavoro o della malavita? Ed a favore di chi, della mafia internazionale degli scafisti trasportatori di carne umana? Nessuno riflette che queste persone, oltre ad essere sfruttate, fungono da “dumping” sociale per i lavoratori italiani che trovano offerte di lavoro a bassissimo prezzo ed in “nero”?

Eppoi, l’Europa e l’Euro, altro mito intoccabile. Ci sono ormai decine di economisti, sociologi, politologi, anche di sinistra, che criticano quest’Europa basata sulla finanza, che elimina ogni giorno qualche prestazione dello “stato sociale”, che con l’Euro ha creato in Grecia, in Spagna, in Italia miseria e degrado: eppure, non si tocca, se no hanno ragione i “populisti”. Ma non erano i sindacati che fino a qualche anno fa usavano in abbondanza nella loro propaganda la parola “popolo”? Adesso è diventata una parolaccia?

Vi è la questione del trasferimento delle industrie italiane all’estero, problema in crescita e preoccupante per la disoccupazione che provoca. Ma perché i sindacati si sono sempre opposti alla partecipazione, pur stabilita dall’art. 46 della Costituzione, che avrebbe legato insieme lavoratori ed azienda ed avrebbe potuto evitare, con manovre economiche e contrattuali interne, tali trasferimenti? Un altro tabù, perché la partecipazione l’aveva applicata Benito Mussolini……

Infine, l’etica. L’ha ricordata a sorpresa Maurizio Landini al congresso della Cgil, non più diviso tra socialisti, comunisti, terza componente come fino a qualche anno fa ma ora diviso dalle prospettive e dai programmi. Lo sviluppo dei servizi, connesso ad altre funzioni quali l’assistenza legale e la conciliazione obbligatoria delle vertenze (anche questa delegata alle Parti Sociali dal governo Berlusconi tramite il ministro Sacconi) ha portato progressivamente il sindacato ad essere non più il difensore di una parte debole, il lavoratore dipendente, il suo consigliere, il suo assistente, il suo ausilio, il suo avvocato, il suo fratello ma ad avere il viso arcigno del funzionario pubblico o di banca che per ogni intervento chiede formalità, soggezione e – soprattutto – denaro. Dov’è finita la parte umana ed eroica (perché c’è stata anche quella!) del sindacalista?

Ecco, queste riflessioni dovrebbero servire a valutare con attenzione in tutti i suoi aspetti la questione sindacale, che oggi sta diventando non solo di attualità ma molto drammatica.