“Non ci sono eroi per il proprio valletto”, sostenevano gli antichi francesi. Ma spostandoci al di qua delle Alpi ed ai giorni nostri, ci si accorge che la massima vale sempre. Con quale gioia i valletti di ogni provenienza e colore hanno accolto la notizia di un’inchiesta (sacrosanta) su una quindicina di morti all’Olivetti di Ivrea! L’accusa, nei confronti di oltre 20 persone (tra cui De Benedetti e Passera) è di omicidio colposo e lesioni perché le malattie ed i decessi sono considerati dalla Procura come conseguenza della presenza di amianto nelle fabbriche. E De Benedetti, a lungo presidente di quello che era il gioiello dell’industria italiana ed è stato ridotto ad una cianfrusaglia da chiudere, si è difeso sostenendo di aver agito correttamente sulla base delle conoscenze scientifiche dell’epoca. In pratica lui non ne sapeva niente, della pericolosità dell’amianto. Peccato che la storia sia diversa.

Nel ’43, in piena guerra mondiale, la Germania aveva già individuato la correlazione tra amianto e cancro ai polmoni. Peccato che in Italia, prima di arrivare al divieto di produrre e lavorare l’amianto siano occorsi più di 40 anni. Dunque gli industriali sapevano? Ed i valletti si sono scatenati: le fabbriche mica le ha costruite De Benedetti (lui le ha chiuse, mandando a casa i lavoratori), ma quell’Adriano Olivetti che era appena stato ricordato e mitizzato da uno sceneggiato tv. Dunque liberiamoci dall’immagine positiva di Adriano e mettiamo tutto e tutti sul medesimo piano. Perché, sostiene la Fiom, la fabbrica perfetta non esiste e sbagliano i lavoratori che erano convinti di aver lavorato in un’azienda perfetta.

Vero, Adriano Olivetti era un industriale, non un benefattore dell’umanità. Guardava al profitto, indubbiamente. Ma con qualche sostanziale differenza rispetto a chi è arrivato dopo di lui a distruggere l’azienda. Innanzi tutto Adriano ha creato occupazione, gli altri l’hanno distrutta. Ha aperto fabbriche, che gli altri han chiuso. Ha lanciato l’Olivetti oltre Oceano, con la prima acquisizione da parte italiana di una multinazionale Usa (e chi è arrivato dopo di lui ha svenduto tutto). Ha creduto nell’elettronica, e Valletta si è subito impegnato a vendere “questo bubbone che non ha futuro”. Ha creato il movimento di Comunità, alternativa ai partiti tradizionali, ha stabilito nuove relazioni con i lavoratori, ha mandato nelle colonie Olivetti, per vacanze al mare o in montagna, i figli dei dipendenti. Per questo non piaceva agli industriali, non piaceva ai sindacati, non piaceva ai partiti. E non piaceva ai media. Soprattutto a quelli vicini a Fiat.

Perché mentre Fiat, con Valletta, riproponeva l’immagine del padrone delle ferriere e puntava solo sulla città-fabbrica, Adriano trasformava Ivrea nella capitale della cultura. Portando in Olivetti artisti, registi, storici, letterati. E anche se la fabbrica perfetta non esiste, una fabbrica diversa è esistita. Ed è abbasta squallido osservare come i valletti di oggi si affannino a distruggere un mito che loro stessi hanno nascosto a tutti, tranne che ai lavoratori dell’Olivetti di allora. Che, forse, han lavorato in presenza di amianto (l’inchiesta è all’inizio), ma han lavorato anche in condizioni immensamente migliori rispetto ai loro colleghi di altri gruppi.