Come sempre accade in una consultazione elettorale, il dato che emerge dalle urne offre molteplici chiavi di lettura, alcune più immediate, altre relative a una più lunga prospettiva. La più rilevante attiene sicuramente alla consacrazione della leadership del premier e a un chiarimento sull’azione di governo: l’indiscutibile e netta vittoria pone Matteo Renzi nella condizione di dipanare a pieno le sue idee e la sua iniziativa, soprattutto sul terreno decisivo delle riforme e del rapporto con l’Europa.

Accanto, però, ai temi urgenti se ne intravedono altri meno immanenti ma che attengono alla qualità della democrazia italiana. L’esito del voto europeo lascia sul tappeto, irrisolta e aggravata, l’anomalia italiana dell’assenza di un centrodestra credibile e rappresentativo delle culture moderate. Negli anni Settanta, dopo aver vissuto per oltre trent’anni negli Stati Uniti, Giuseppe Prezzolini coniò la formula la «destra che non c’è» per indicare, allora, quello che gli appariva un limite della politica italiana. Si trattava di un contesto storico assolutamente diverso segnato dalla Guerra fredda, eppure, lo scrittore, che negli Usa aveva approfondito i tratti del conservatorismo americano già intravedeva questa carenza.

L’assenza di un’offerta politica, in termini di proposta e di leadership, da parte dei moderati ha spinto molti elettori provenienti da questo alveo culturale a rivolgersi altrove. «Il centrodestra che non c’è» potrebbe essere l’estrema sintesi prezzoliniana del voto europeo che lascia da questa parte sul tappeto macerie. Una serie di ambiguità irrisolte, una decadenza lenta e stanca della struttura dirigente formatasi negli anni Novanta, l’incapacità di elaborare una nuova prospettiva culturale e riformista.
C’è un primo aspetto decisivo che attiene alla natura del centrodestra, molto spesso i suoi esponenti hanno rinunciato ad affermare la propria identità culturale e si sono accucciati a ripetere, con qualche timida variante, nozioni prevalenti e conformiste.

Il Novecento ha dimostrato come da destra siano state possibili esperienze fortemente riformatrici e modernizzatrici: De Gaulle ha creato la Quinta Repubblica francese; Reagan e Thatcher hanno affermato una rivoluzione liberale; Kohl seppe superare l’ostpolitik. Sempre, in ogni caso, ciascuno di loro costruì un’alternativa dirompente rispetto allo status dominante in quel momento.

Il centrosinistra ha vinto la battaglia delle parole, il centrodestra ha paura di una diversità culturale e non è in grado neanche di spiegare la differenza tra «populismo» e popolarismo, come insegnò Sturzo. Procede per vecchi slogan consunti, senza un’analisi della società che tenga conto dell’epocale spostamento dell’asse globale della ricchezza dall’Occidente verso l’Oriente. Non valuta la possibilità di una risposta comunitaria alla società liquida. Eppure, sono di destra alcune acute analisi sul declino delle società occidentali, da Dostoevskij, a Spengler, a Pirandello, a Heidegger.

Un secondo deficit attiene al tratto, non solo anagrafico, del personale politico che – fatte rare eccezioni – appare frutto di cooptazioni per cerchi concentrici, stratificatesi a più riprese, con personalità raccogliticce e improvvisate. Infine, l’errore che ciclicamente si ripete, da parte di pezzi del centrodestra (Dini, Fini, Alfano) che anziché perseguire la dura strada della costruzione di un progetto alternativo trovano comodo supportare il quadro di maggioranza del momento.

Il tema non è solo di una parte, ci dovrebbe essere un interesse generale. In politica come in economia la qualità e la libertà dipendono dalla possibilità dell’alternanza e dalla molteplicità dell’offerta programmatica e culturale. L’omologazione, l’unicum, non fa bene alla democrazia.
Almirante, Malagodi e La Malfa, sia pur in una profonda diversità, osteggiarono la nascita delle Regioni, profetizzandone i guasti amministrativi ed economici. L’ultimo centrodestra ha accettato acriticamente la vulgata federalista.

Le soluzioni europee di estremo rigore, ora tardivamente criticate, presero le mosse con i governi di centrodestra che, per contro, ha dissolto quel naturale filo che dovrebbe legarlo ai ceti produttivi del Paese, agli imprenditori, ai professionisti, agli artigiani.
Occorre domandarsi chi potrà mai rialzare le bandiere di quella che è stata definita la Rivoluzione conservatrice italiana, di un filo nobile che muove dalla destra storica di Spaventa, Sella, Jacini, che si innova con le avanguardie di Prezzolini, Papini e Soffici, che incrocia la visione economica di Pareto, l’idealismo di Benedetto Croce e Giovanni Gentile.