Cosa accomuna Jules Verne, il grande scrittore francese di fine ottocento, con il generale Rommel e la nostra eroica Folgore, il presidente USA Eisenhower  e la inquietante ( si puo’ dire insopportabile o si fa peccato?)  ragazzina svedese Gretha ?

La risposta è la depressione di Qattara, che non è una strana malattia ma una vasta regione del Sahara orientale che si trova sotto il livello del mare, fino a raggiungere i 133 metri di profondità. E’ una zona quasi completamente arida, con vaste saline, solo qualche piccola oasi selvaggia nella parte sud occidentale dove sopravvivono alcuni ghepardi, mantenuti in vita dalla presenza concomitante di piccole mandrie di gazzelle.

Durante la seconda guerra mondiale quest’area aveva rappresentato un ostacolo alle manovre di aggiramento delle truppe italo-tedesche da una parte ed inglesi dall’altra che si fronteggiavano a El Alamein, costringendole allo scontro frontale. La presenza di croste di sabbia che celavano fratture del terreno rendeva troppo rischioso il passaggio in quelle terre.

Verne era venuto a conoscenza che nel deserto del Sahara esistevano alcune depressioni che se collegate con il Mediterraneo, avrebbero provocato la comparsa di veri e propri piccoli mari al suo interno. Nel suo ultimo romanzo “L’invasione del mare”, pubblicato nel 1905, immagina che a causa di un terremoto si crei un canale naturale che porti acqua in una di queste depressioni, identificata dallo scrittore in una realmente esistente in Tunisia, con la creazione di un mare all’interno del Sahara. Nel corso della storia nasce un conflitto tra le truppe francesi e le tribù berbere, in cui qualcuno identifica una precognizione della comparsa del terrorismo islamico dei nostri giorni.

L’idea di Gulio Verne viene oggi riproposta in un progetto per allagare la depressione di Qattara, creando all’interno dell’infuocato Sahara un mare interno che avrebbe l’estensione di circa venticinque laghi di Garda messi assieme. Sfruttando il dislivello esistente, con un sistema di canali larghi 50 metri e quattro o cinque  tunnel sotto la sabbia, dove ci sono piccole alture, per una lunghezza di circa cento chilometri, forse meno, si collegherebbero le coste del Mediterraneo con la depressione che verrebbe per intero allagata con acqua marina.

In cinque anni , per un costo di circa cinquecento milioni di dollari, una sciocchezza rispetto alle spese affrontate per la creazione del canale di Suez, nascerebbe un mare interno al Sahara che determinerebbe una seria importante di vantaggi:

1-il continuo flusso di acqua dal Mediterraneo al mare di Qattara, favorito dalla vasta evaporazione delle acque per il caldo della zona, porrebbe le condizioni per la creazione di una grande centrale idroelettrica in grado di produrre energia pulita per la vicina città di Alessandria d’Egitto.

2- l’opera, realizzabile in cinque anni, determinerebbe la creazione di decine di migliaia di posti di lavoro per gli egiziani ed i vicini libici. Una soluzione utile in un momento di vasta ed irragionevole emigrazione verso l’Europa.

3-Il mare di Qattara permetterebbe l’insorgere di una vasta zona con un clima più mite, temperato, che con l’evaporazione delle acque, determinerebbe piogge in zone fino ad ora aride. Lungo le coste di questo mare artificiale potrebbero sorgere aree di vegetazione , anche coltivabili, ed avremmo quindi del verde dove oggi c’è sabbia.

4- Sul modello di Dubai, ma a poche ore di volo dalle città europee, potrebbero sorgere insediamenti turistici alberghieri che darebbero sviluppo economico in un territorio povero e sovraffollato come quello del nord Egitto.

Una soluzione utile per l’ambiente, a costi contenuti, determinante risparmio energetico, con creazione di posti di lavoro in aree di povertà socialmente instabili.

A parte Giulio Verne, questo progetto era già stato considerato dagli americani nell’immediato dopo guerra, ed Eisenhower, una volta sorto il cosiddetto mare di Qattara, avrebbe voluto trasferirci i palestinesi, quasi fossero un pacco postale, per crearsi una nuova patria lontano da Israele. Se questo progetto verrà un giorno realizzato si potrebbe dire che la lotta per un clima migliore compierebbe un primo piccolo passo verso un’inversione di tendenza assolutamente necessaria.

Fino ad ora la lotta contro il surriscaldamento del pianeta è tutta basata su strategie difensive; si parla di riduzione dell’emissioni di fonti di CO2 , di diminuzione della produzione di sostanze plastiche, di rallentamento dei disboscamenti delle grandi foreste tropicali. E’ lodevole che qualche rockstar compri ettari di Amazzonia per sottrarli alla ruspe dei coltivatori di mais ma sono piccole battaglie che non cambiano l’esito della guerra.

Invece di ridurre le emissioni, aumentiamo la produzione di ossigeno, creiamo nuove zone verdi. Tra l’oceano Indiano ed il Pacifico c’è un’enorme isola galleggiante di rifiuti di plastica ma cosa ci impedisce di creare una flotta, sotto l’egida dell’ONU, di navi pulitrici, che raccolgano questi materiali e li portino a distruzione ?

 La povera manipolata Gretha parla un linguaggio vecchio di lotte di retroguardia ; non è soffocando il progresso che si vincono le battaglie per un pianeta migliore ma convogliandolo verso nuove strategie.

Nel 2030 non vorrei assistere alla fine del mondo, profetizzata da tanti portasfiga, ma farmi, per esempio, un bagno nel mare di Qattara.