Fra gli amici, due venivano prima, per decorrenza e per consonanza: Marzio Modena ed Enrico Di Luciano. Marzio e’ morto, ghermito da un cancro rapido e rapace. Enrico combatte, fronteggia calmo e determinato il mieloma, vincendo ogni giorno la battaglia.
Di Marzio non sono pronto a parlare, la lacerazione sanguina ancora. Di Enrico posso perché c’è , e perché la sua forza sostiene anche me. La sua forza gentile di Cavaliere come appena sbalzato dalla Magna Curia federiciana.
Quante volte, appunto, abbiamo scherzato fra amici, se definirlo gentile o gentiluomo. Hidalgo, come taluno suggeriva per quella sua testa mora e l’aitante asta del fisico, hidalgo no, per lo strascico venale che comporta. Gentile e gentiluomo,invece, “d’indole generosa, di fine educazione, modi signorili, rettitudine di costumi”, secondo l’antico canone del diritto romano – le XII Tavole – e del Convivio dantesco – IV Trattato. Sono gentili “qui capite non sunt deminuti”, coloro che sono liberi e indipendenti, nobili “per nominanza e gloria sociale”.
Gentile, nobile e sociale Enrico Di Luciano.
Se gentilezza e nobiltà ascendono alla lezione di Federico II, più siciliano che tedesco, la socialità attinge alle radici greche di Siracusa, la sua città di nascita e di vita. Enrico e’ un cittadino della polis, sentita come comunità , cioè un popolo con interessi comuni e che in comune, tutti i cittadini insieme, costruiscono, governano, arricchiscono e fanno più bella.
“Non vi è polis che sia governata da un solo uomo” replica Emone al padre Creonte, che rivendica il suo potere di re, (Antigone-Sofocle).
“Il Greco pensava alla polis come ad una istituzione attiva e formativa, atta a educare le menti e a forgiare il carattere dei cittadini”, (H.D.F.Kitto – I Greci). E Di Luciano pure:”l’individuo per essere libero dev’essere cittadino e ,quindi, essere partecipe della vita pubblica…sento il dovere di impegnarmi, sempre e comunque, attraverso una presenza attiva per dare il mio contributo alla vita della mia Città “, afferma già nell’introduzione di “A carte scoperte” (Emanuele Romeo editore, Siracusa).

Non vi sovviene l’eco di Pericle? E di Giovanni Gentile? Entrambi hanno colto il nesso inscindibile tra libertà e socialità , tra indipendenza e partecipazione, tra il coraggio dell’azione disinteressata e il vantaggio per la comunità.
Istituto Nazionale del Dramma Antico, Teatro Greco, Museo di Archimede, Consiglio comunale, Rotary Club, le sedi e insieme gli strumenti topici del suo impegno per Siracusa: donazioni, suggerimenti, convegni, epitaffi, saggi, presentazioni, ritratti, eventi.
Impegno sentito, concepito e praticato come “bene culturale”, “cultura azione” accanto alla “cultura laboratorio”,(pagg.66/69). Con lo spirito di un suo illustre parente e maestro, Salvo Randone, che poteva dire di se’ :”Sono un indipendente, uno che difficilmente tiene il morso in bocca”.
Libertà , indipendenza, indifferenza al rischio come alla convenienza, forse e’ questa la chiave che ha aperto la porta dell’amicizia fra Enrico Di Luciano e me, nonostante significative dissonanze. Lui è alacre, io pigro; e’ fiamma ardente, io brace incenerita; e’speranza, io disincanto. Lui è elica, io ancora.
Il suo stato e’ al centro del colle Temenite, nel “maximum theatrum” di Siracusa, uno dei teatri più belli del mondo greco. E guarda la sua Città, “che ha rappresentato l’ombelico del mondo”(pag.77). Una delle sole tre poleis, con Atene ed Agrigento, che avevano oltre ventimila cittadini all’epoca della guerra del Peloponneso. L’unica che Roma non espugnò con soltanto il valore, ma anche servendosi del tradimento. Dove vissero Bacchilide , Pindaro, Eschilo, Teocrito e Archimede. Dove insistono e resistono l’Area di Zeus Eleuterio, la Fonte di Aretusa, l’Anfiteatro, l’Orecchio di Dionisio, l’Epipoli, il Castello Eurialo, il Castello di Maniaci…Syracusae Syracusarum, declinata al plurale,secondo Enrico, non per le cinque città in cui si articolava, ma “per la grandezza, la nobiltà, la potenza, la bellezza.
Guarda, Enrico, traguarda, guarda oltre, tra cielo e mare azzurrissimi, belli da far male: oltre il mistero della vita, “una spada, un’arancia, una rosa” fra le nostre mani, (Gesualdo Bufalino); “calda sabbia lieve” che scorre “per entro il cavo della mano in ozio”, (Gabriele D’Annunzio ); “pillola blu, pillola rossa, pillola bianca”.
Pillola maledetta, figlia della malattia. Pillola benedetta, scudo all’assalto della morte.
Guarda e sorride, scrutando i volti di Leila, di figli e nipoti, degli amici che furono e che sono; rivedendo le opere della sua vita, i segni incisi nella sua città . Testimonianze d’amore, di dedizione e di coraggio, di poesia e di bellezza. Da cui trae la carica e la speranza “per affrontare l’ignoto”. Carica e speranza anche per noi.