Nella storia, l’affermarsi di alcuni «diritti» altro non è che la conseguenza di determinate situazioni ed evoluzioni culturali, nonché di precisi atti formulati da comunità politiche. I diritti come elementi astratti validi per tutti in ogni parte del globo, semplicemente non esistono. Basti pensare a come la parola stessa sia declinata e intesa in maniera diversa a seconda del paese, della religione e del bagaglio culturale di chi la pronuncia. Si pensi inoltre a come la bandiera del diritto e dell’uguaglianza universale sia servita a molte grandi potenze per imporre i propri interessi nazionali rovesciando o destabilizzando governi ostili (Libia uno dei casi che ci tocca più da vicino). I diritti umani sono diventati «l’armatura ideologica della globalizzazione» con cui i popoli e le culture vengono livellati sul modello individualista e mercatista del «finanzcapitalismo» descritto da Luciano Gallino. Per l’establishment cosmopolita figlio del marxismo e del «vangelo unico progressista»,  che unisce sinistra no-border, multinazionali e alta finanza, le battaglie in favore dei diritti diventano spesso armi per squalificare qualsiasi visione del mondo avversa. L’interlocutore che mette in dubbio i dogmi dell’accoglienza indiscriminata o della negatività dei confini viene così bollato con l’etichetta di «razzista» e messo ai margini dai «padroni del discorso».  

I diritti non sono infinti. È la politica che decide dove e quando ci si può e ci si deve fermare con le concessioni al popolo, a seconda degli equilibri interni e globali, raccogliendo e interpretando le pulsioni stesse della società. È la politica che deve individuare i gruppi da tutelare e le misure prioritarie per lo sviluppo del paese, programmando i decenni a venire. È la politica che deve decidere se alcune riforme rispondono principalmente ai capricci individualisti di minoranze, agli interessi di oligarchie economiche o sono effettivi progressi per la comunità. Nessuna misura è neutra, perché ogni legge e provvedimento è anche un messaggio culturale. Di fronte a chi promuove la negazione delle differenze di genere (la cosiddetta ideologia gender) o le adozioni gay, si può tranquillamente affermare che queste ledano il «diritto ad avere un padre e una madre», nel quadro di una visione del mondo che concepisce la differenza biologica e spirituale tra i due sessi come meravigliosa fonte di ricchezza su cui si deve continuare a fondare la società, senza nulla togliere alla libertà sessuale delle persone. La famiglia dovrebbe essere un nucleo fondato sul sacrificio e sull’amore ma principalmente un dovere civile basato sui figli, come è sempre stato, con diverse declinazioni, in quasi tutte le società tradizionali fino all’articolo 29 della nostra Costituzione. La famiglia è la cellula fondamentale per preservare la continuità storica di una comunità, che può esistere solo se si concepisce come passato, presente e futuro.

Infine, all’odio per i confini e all’obbligo di accoglienza si dovrebbe rispondere col «diritto a non emigrare» che postulò tra gli altri Papa Benedetto XVI. Lo sradicamento dalla terra natia indebolisce le nazioni di partenza, spesso private dei giovani e delle classi medie su cui dovrebbero fondare il loro sviluppo, quanto quelle di arrivo se hanno già problemi a livello di occupazione, criminalità e degrado delle periferie. Senza contare che spesso talune culture o religioni potrebbero generare problemi di lungo periodo a livello di integrazione nel tessuto sociale del paese ospitante. Si tratta di processi delicati e violenti, che per dare frutti devono essere graduali e controllati, anche per il rispetto di chi emigra: i casi delle banlieus francesi, della Svezia o di città come Molenbeek in Belgio, diventate no-go zones incontrollabili, dovrebbero dirci qualcosa.

Il diritto dei popoli ad esistere, a tutelare le proprie radici e il proprio avvenire è oggi quello maggiormente a rischio. Solo con una precisa identità le diverse nazioni possono incontrarsi, scambiarsi proficuamente idee ed esperienze e cooperare a livello culturale e commerciale, verso un sistema in cui ognuno possa trovare il suo posto senza obbedire a logiche sradicanti o materialiste. Le stesse che denunciava l’intellettuale del Burkina Faso Joseph Ki-Zerbo, quando accusava le Ong di essere il veicolo degli interessi francesi e dell’esportazione del modello occidentale in Africa. In Italia, i confini per cui sono morti i nostri avi hanno favorito la nascita di una comunità unita da un patto sociale e lo sviluppo di un sistema economico messo ogni giorno di più a repentaglio dalle spinte antinazionali dell’Unione Europea, della finanza e del «globalitarismo». La battaglia in favore di questi confini contiene più diritti di quanto pensino i cosmopoliti figli del nostro tempo.