Le vicende di Catalogna prima, i referendum in Lombardia e Veneto poi hanno portato la destra italiana a confrontarsi, con colpevole ritardo, con il fenomeno delle “piccole patrie”. O, per dirla in termini meno romantici, con le istanze autonomistiche – se non addirittura indipendentiste – che riemergono con forza in molte parti d’Europa. Come spesso avviene quando si è costretti a fare i conti con temi su cui si è evitato di sviluppare un’analisi al passo con i tempi, la destra italiana è andata in corto circuito. E non solo la destra politica, rappresentata in primo luogo da FdI, ma anche quella delle riviste e dei “pensatoi” (tenuti a debita distanza dalla destra politica, come da consolidata tradizione). E’ così emersa una profonda spaccatura tra “unitaristi” e “localisti”, con non poche forzature da entrambe le parti. In molti, troppi, casi si è finito con il far di tutta l’erba un fascio, accomunando nella discussione l’indipendentismo catalano e le richieste di autonomia amministrativa di Lombardia e Veneto.

Da un lato c’è chi, sull’onda del sovranismo targato Lega, non ha esitato ad innalzare i vessilli catalani e a far propaganda per il “Sì” ai referendum lombardo e veneto, dall’altra c’è chi ha rispolverato accenti retorici degni del libro “Cuore”, inneggiando all’indivisibilità della Nazione e quasi preparandosi ad un nuovo Piave. Superfluo dire che entrambe le posizioni appaiono poco condivisibili. Soprattutto perché entrambe spesso frutto di contrapposizioni partitiche (condizionate dall’imminente campagna elettorale) o antipatie personali. E, soprattutto, in troppi casi caratterizzate da uno scarso approfondimento e mediocri argomentazioni

Opportuna, dunque, qualche considerazione più meditata. In primis sotto il profilo più strettamente politico. Il fallimento del regionalismo nato negli anni ’70 – da sempre avversato dal Movimento Sociale – è ormai sotto gli occhi di tutti. Ma davvero la risposta è in una maggiore centralizzazione di competenze? Certo, l’attuale classe politica ha dato in generale pessima prova di sé, tanto a livello centrale che locale. Eppure, a fronte di una crescente complessità della società e dei territori, appare evidente che la risposta dei Comuni, ovvero dell’ente più prossimo al cittadino, è ormai insufficiente.

Allora, più che attardarsi in battaglie di retroguardia evocando il ritorno ad un assetto istituzionale di stampo ottocentesco, forse meglio farebbe la destra italiana a farsi promotrice di una organica riforma federale dello Stato. Una riforma che punti a ridurre veramente gli attuali livelli politico amministrativi – Stato centrale, Regioni Province e Comuni – e finalmente si fondi sul binomio competenze-responsabilità. A ciascuno precise competenze – e le risorse necessarie, evitando aborti come le attuali Province, cui restano i compiti ma non i fondi – ed il compito di rispondere alle esigenze dei cittadini. Senza possibilità di giocare allo scaricabarile grazie all’incredibile groviglio di competenze esistente oggi. Abbia il coraggio, la destra, anche di modificare i confini delle Regioni, rendendoli più rispondenti alla storia ed alle esigenze dei cittadini. Abbia il coraggio, la destra, di abolire – o almeno di mettere in discussione – le Regioni a statuto speciale, ormai un vero e proprio anacronismo. Di legioni di forestali siciliani e delle inefficienze – costosissime – dell’autonomia valdostana l’Italia non ha proprio bisogno. Davvero così lo Stato – e la stessa unità nazionale – sarebbe più debole? Non lo crediamo. Anche perché l’indirizzo politico generale – oltre che competenze fondamentali come politica estera, sicurezza, difesa, ricerca, politica economica e industriale – resterebbero saldamente in mano al governo centrale. E in questo quadro anche il presidenzialismo – da sempre cavallo di battaglia della destra – potrebbe trovare un suo spazio.

In base a queste rapide considerazioni appare invero schizofrenico l’atteggiamento di FdI (per limitarsi alla maggiore aggregazione partitica della destra italiana): con Giorgia Meloni che si schiera contro i referendum in Lombardia e Veneto mentre i gruppi dirigenti di quelle regioni li appoggiano. Senza dimenticare che solo pochi anni fa un esponente di primo piano di FdI, Edmondo Cirielli, allora presidente della Provincia di Salerno si fece promotore di un’iniziativa (condivisibile, a modesto avviso di chi scrive) per ottenere la nascita di una nuova Regione, puntando a dividere in due la Campania. I motivi? Semplicemente ottenere maggiore equità nella ripartizione delle risorse, mantenendo sul territorio la maggior parte della ricchezza prodotta. Guarda un po’ la stessa motivazione portante del referendum lombardo-veneto.

Ma anche sotto il profilo culturale occorre qualche riflessione. Davvero la Patria per la destra italiana si riduce ad un’idea di stato di modello giacobino-napoleonico? Davvero la Patria è niente di più che l’Italia dei prefetti nata – male – a metà del XIX secolo? Sì, nata male. E riconoscerlo non significa certo rinnegare il valore dell’unità nazionale. Avviare un sereno confronto su quel che è stato davvero il Risorgimento non è un delitto. E, soprattutto, non è un mero esercizio di “fantastoria”: è in un processo unitario imposto dall’alto e irrispettoso delle specificità locali che vanno ricercate le cause di molti – certo non tutti – mali italiani. E individuare le cause è il primo passo verso la risoluzione dei problemi.

Davvero la destra italiana non è in grado di sviluppare una visione più ampia di quella di essere “guardia bianca” di un modello di Stato – Nazione maturato nel XIX secolo? Un modello al più liberal-conservatore. Un modello che appare, in verità, tradire l’essenza profonda dell’identità italiana. Un’identità il cui significato appare ben condensato nelle parole di monsieur de Charette: “La nostra Patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra Patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re … Ma la Patria cos’è per loro? Voi lo capite? … Loro l’hanno nel cervello, noi la sentiamo nei nostri piedi”. Ed è sotto i piedi e nella pancia che gli italiani avvertono il senso più forte della propria identità, dell’appartenenza ad uno degli ottomila campanili che formano l’impasto di cui è costituito questo Paese strano e meraviglioso che è l’Italia. Un Paese che è stato per secoli Nazione anche senza essere Stato. L’esser sudditi del Granduca di Toscana piuttosto che del Re delle Due Sicilie non impediva certo di rivendicare la comune appartenenza alla comunità italiana. E non occorre certo evocare Dante per mostrare quanto antica e solida sia l’idea di Italia e di appartenenza ad una comunità “una d’arme, di lingua, d’altare”.

Dinanzi all’offensiva della globalizzazione e dell’omologazione turbocapitalista la difesa delle identità locali è la trincea da cui lanciare il contrattacco. Con la consapevolezza che le identità locali sono gli elementi costitutivi di una più grande e solida identità nazionale. E’ questa la sfida che attende la destra italiana. Una destra non giacobina, ma genuinamente ghibellina.