Nel 2018 tutta una generazione di ultrasessantenni si dovrà confrontare con quello che fu il 68 e cosa quel mitizzato anno ha lasciato non solo nei ricordi ma anche nelle coscienze.

Sì, perché quando superi i sessant’anni si giunge ad un’età in cui è obbligatorio trarre un bilancio della propria vita : la pensione è già arrivata o sta per arrivare, i propri figli sono ormai grandi ed in età per dare dei nipoti, : si ripercorrono le proprie scelte di studio, di lavoro , affettive ,si cerca di ricavarne un giudizio e poi si prende fiato per la volata finale degli ultimi venti, trent’anni, se va bene. Ma ora a chiederci un ulteriore bilancio si mette anche il sessantotto e tutto ciò che ne seguì, per dirci se fu vera gloria il sommovimento giovanile di allora, se fu giusto o meno battersi per ideali allora considerati vere conquiste generazionali.
Dopo tutti questi anni sembrerebbe logico guardarsi dietro con un certo disincanto, eppure rimangono ancora scorie del passato che non vogliono andar via. Ripensare a quei cortei di giovani in eskimo che esibendo il libretto rosso di Mao urlavano “ Viva Marx, viva Lenin, viva Mao Tse Tung”, al di là dei cento milioni di morti che il comunismo provocò, appare oggi assurdo, imbarazzante, fuori da ogni logica ; si evocavano miti ed ideologie distanti dalla nostra realtà italiana, che infatti rimasero un’ubriacatura temporanea nelle coscienze dei giovani di allora. Però in quello stato di ebbrezza si vissero autentiche tragedie, una generazione si spaccò in due opposti schieramenti.
Dall’altra parte, forse solo per sfida, si urlava “viva il Duce”, e pensavo che se Mussolini avesse potuto nell’aldilà ascoltare queste invocazioni, avrebbe fatto la faccia, tra il deluso ed il perplesso, che mostrò quando scoprì che furono i tedeschi e non gli inglesi a “liberarlo” sul Gran Sasso : “Ma come, ancora voi, ma non dovevamo vederci più ?”
Penso a Sergio Ramelli ed ai tanti giovani uccisi come lui, in agguati di coetanei, questi per gran parte ancora vivi. Penso all’assurdità di quegli assassinii, a quanto sarebbero state belle le vite di quei ragazzi, colpevoli solo di tanta generosità, di quanto avrebbero donato ai tanti che li avrebbero conosciuti. Mi illudo che alcuni dei loro carnefici abbiano avuto qualche sussulto di rimorso : Alessandro Degli Occhi, che ebbe il padre con il cranio sfondato da un agguato di un commando di compagni, mi confidò di aver incontrato per strada un giorno di qualche decina di anni fa, Paolo B., oggi noto giornalista televisivo sportivo, che, abbassando il volto bofonchiò uno “scusa” per i dolori che gli aveva provocato, passando oltre ; Alessandro, anima candida e dotato di una fede cristiana incrollabile, si sentì quasi ripagato per quel timido gesto. Ma non sempre è così : la morte improvvisa in un incidente stradale di Altero Matteoli, di questi giorni, purtroppo lo dimostra : sciacalli rossi hanno inveito sulla sua memoria, hanno sputato il loro fiele sulla fine di un “fascista”, dimostrando che i frutti marci del sessantotto ancora emanano i loro pestilenziali veleni.
Di quei “formidabili anni” non è stato raccontato abbastanza il quotidiano. Se uno era di destra in una scuola tutta di sinistra, ed aveva un difetto fisico, i compagni puntavano su quello e cercavano di umiliarlo, prendendosi gioco di quel piccolo o grande handicap, loro “ gli antirazzisti”, imbastendo una gogna di parvenza medioevale per ridicolizzare e ghettizzare il loro “nemico”; volantini e ta-tze-bao, i manifesti di allora, irridevano alla zoppia, alla balbuzie, all’acne sul viso del malcapitato con crudele accanimento. Un mio compagno di classe era un mingherlino brufoloso, di bassa statura e molto miope ; non aveva certo il fisico per fare presa sulle ragazze, in più era un liberale di destra, isolato e pieno di complessi. Poi un giorno decise di fare il grande salto, si comprò un eskimo, cominciò a citare Marx, si esibì in analisi anti capitalistiche in classe e credette di essere diventato qualcuno, avendo solo rinnegato se stesso.
Un giorno , sempre in quegli anni convulsi, venni avvicinato da un mio compagno di liceo, un mio “gemello” in quanto siamo nati lo stesso giorno dello stesso anno, il 10 luglio del 1954 ; costui , nei bagni della scuola, con fare complottistico, mi chiese se volevo aderire ad un gruppo di studenti anticomunisti che si stava formando al liceo Manzoni. Disse qualcosa come “dobbiamo mettere fine allo strapotere dei rossi!” Io risposi a Michele , questo il suo nome, che ancora non me la sentivo di mettermi in gioco, avevo appena sedici anni e rimandai la mia adesione.
Michele poi cambiò schieramento, trovò vita facile e divenne una delle firme più autorevoli del giornalismo di sinistra, nonché autore di libri di successo. Eppure sono convinto che il vero Michele ebbi il privilegio di incontrarlo io quel giorno.
In quegli anni facevo atletica leggera e mi piaceva molto una bionda mezzofondista che si allenava sul mio stesso campo.
Abbiamo iniziato a frequentarci e tutto filava liscio, fin quando un giorno andando a prenderla all’uscita dal liceo , le chiesi di metterci insieme. La risposta fu che non sarebbe riuscita a stare con uno di destra, che non se la sentiva ; ricordo che risposi che era molto triste che la politica prevalesse sui sentimenti. In Italia in quegli anni l’ideologia riusciva in ciò che nemmeno i Capuleti ed i Montecchi avrebbero mai pensato di ottenere. Qualche giorno più tardi quella ragazza mi chiese di rivederci, forse per un ripensamento, ma ormai l’incantesimo si era rotto e fui io a dire di no. La incontrai tanti anni dopo, sul tram, mi salutò con un sorriso dolce ; nel frattempo era diventata un’importante traduttrice ed il suo nome compare oggi sulle copertine dei grandi classici della letteratura russa.
Da questi piccoli episodi si può trarre anche qualche altra conclusione, che cioè a sinistra, se hai talento, non ti è preclusa la strada del successo. A destra , puoi avere tutto il talento e la classe del mondo, ma la fortuna la devi cercare altrove, non nei campi della cultura e dell’informazione. Almerigo Grilz, il nostro più famoso corrispondente, l’unico passato alla storia, dovette trovare pieno riconoscimento lavorando all’estero e nel giornalismo estremo, quello di guerra ; e pagò con la vita la sua passione. Così i giovani sessantottini non allineati a sinistra furono costretti a buttarsi nelle professioni liberali, divennero medici ed avvocati, ingegneri ed artigiani ; solo la strada della magistratura rimase sempre preclusa . Una mia amica, coetanea e di destra, conclusi gli studi di legge, volle sondare l’ipotesi di intraprendere la carriera di magistrato a Milano : chiese a qualcuno di fidato ed introdotto in quell’ambiente che le rispose raccomandandole di lasciar perdere, che avrebbe avuto delle possibilità solo se di sinistra. I frutti avvelenati di quegli anni li vediamo ancora oggi, dove magistrati ideologizzati sono spietati con chi subisce una rapina in casa e reagisce, clementi al limite della complicità con chi aggredisce violentando l’intimità altrui.
Nei prossimi mesi leggeremo ed ascolteremo alte celebrazioni del sessantotto ma non saranno sincere ; parleranno i pochi che hanno tratto benefici da quel periodo, coloro che non vorranno ammettere il fallimento delle proprie scelte di allora . Rievocherà il ’68 e gli anni a venire chi non si è mai reso conto di tutti gli effetti collaterali di quel periodo che minano ancor oggi la nostra società.
Chi fece scelte non conformiste non ha forse conseguito vittorie materiali ma può dire di essere rimasto se stesso e difficilmente dovrà chinare il capo per bofonchiare scuse tardive.