Non sono mai stato un grande estimatore della comunicazione della Lega, anche se i sondaggì mi danno torto, visto il raddoppio dei consensi ottenuto nel giro di soli dodici mesi. Tuttavia, devo riconoscere che la decisione di Salvini di festeggiare il 25 aprile in Sicilia, celebrando la lotta contro la mafia, è un piccolo capolavoro comunicativo. Si può contestarlo – è vero – e lo hanno già fatto sia le opposizioni sia gli “alleati” di governo grillini, ma non si può spingere la critica troppo in là, perché si dovrebbe ricordare che uno dei principali padri nobili della “lotta di liberazione” è stata la mafia, il che inquina vagamente certe paternità, sia pure solo un po’…        

Non so se questo possa essere considerato un atteggiamento sovranista, e neppure mi interessa, ma mi piace ricordare che l’alleanza tra la mafia e i servizi segreti statunitensi in occasione della preparazione e dell’esecuzione dello sbarco alleato in Sicilia del 10 luglio 1943 – ampiamente documentata in libri come quelli di Carlo D’Este (1943. Lo sbarco in Sicilia, Mondadori, Milano 1990) e Alfio Caruso (Arrivano i nostri, Longanesi & C., Milano 2004) – ha fatto scrivere a uno storico sicuramente di Sinistra come Paolo Maltese le seguenti parole: “Fu, quella, una decisione gravida di conseguenze per la Sicilia e per l’Italia, giacchè il fatto di appoggiarsi ad elementi della mafia, addirittura dando loro una autorità pubblica, porterà poi, come logica conseguenza, a un rafforzamento della ‘onorata società’, favorendone il potere nelle zone in cui essa tradizionalmente dominava” (Maltese, Lo sbarco in Sicilia, Oscar Mondadori, Milano 1981, p. 140), per approdare, in ultimo, alla nota trattativa Stato – Mafia.      

Trovo intelligente e apprezzabile la decisione di sottolineare non solo che la diatriba fascismo/antifascismo è leggermente datata, ma anche e soprattutto che i “buoni” (o presunti tali) non erano propriamente delle verginelle e, non potendo vantare tra le loro file un prefetto Mori, avevano scelto di avvalersi di un Lucky Luciano e di un Vito Genovese:  à chacun son goût,  ovviamente.        

In definitiva, due ottimi piccioni con una sola fava: in primo luogo, le celebrazioni di regimi sfiatati, anzi sfiatatissimi, sono effettivamente un po’ datate, quando non del tutto eteroteliche; secondariamente, i “buoni” erano (e sono) forse un po’ meno buoni di quanto amino descriversi e hanno anch’essi alcune facce impresentabili, nell’album di famiglia. Il manicheismo, del resto, non ha mai giovato ad alcuno..