Sono usciti quasi in contemporanea “Da Wagner al Jazz” di Julius Evola e la ristampa di “Prismi” di Theodor W. Adorno e questo permette una comparazione tra le opinioni dei due pensatori riguardo al jazz. La caratteristica che accomuna le due analisi è l’assenza di qualunque riferimento sonoro preciso i.e., nessun autore, musicista o brano di genere è citato nell’analisi, utilizzando, per evidenziare analogie o contrasti, autori o brani ottocenteschi.

Quest’approccio comporta la visione del genere quasi come un fenomeno di costume o storico, del quale viene comunque sottolineato la distanza dalla tradizione musicale europea, legato ad una sorta di cesura storica di cui è segno. La questione della novità del jazz è ciò che separa in modo netto i due filosofi in quanto si rifanno a due idee diverse di tradizione musicale: se per Evola il concetto è legato ad un’antichità i cui valori riescono ciclicamente a permanere nel tempo, per Adorno coincide con un percorso evolutivo che li muta costantemente.

I due scritti principali sono “Filosofia del Jazz” di Evola scritto nel 1936 e “Moda senza tempo. Sul Jazz” di Adorno scritto nel 1953.  Nel primo scritto il filosofo italiano parte dal presupposto che l’elemento barbarico della musica sia un segno della crisi della musica romantica ed un ritorno all’espressione sentimentale in luogo dell’elaborazione intellettuale. In evidente polemica col concetto di Entartete Musik, Evola sottolinea l’importanza del Jazz come ritorno del primordiale inteso come una forma d’arte che scuote il corpo e non solo l’anima e che, riannodando i legami con la danza, si contrappone alle forme romantiche, da contemplare seduti in salotto o a teatro, fino a che non ne viene contaminato.

Anche se negli scritti successivi, scritti prevalentemente dopo la guerra, prenderà posizioni più critiche sul jazz, legate all’imporsi degli stili più legati alla canzone con conseguente eclissi della tradizione, rimane la visione della crisi della modernità del linguaggio musicale d’avanguardia che avrebbe ridotto la sua corsa alla complessità in breve tempo. Nel secondo scritto il filosofo tedesco si rifà espressamente alla parte del genere più legato alla canzonetta e, pertanto, sintetizza una visione che verrà più estesamente esposta nei suoi scritti sulla musica pop.

Prendendo il punto di vista del jazz come genere di consumo, e quindi moda, l’oggetto dell’analisi non è tanto la musica quanto il suo ascoltatore. Le critiche fatte alla musica, basate sull’apparente complessità di questa, aprono all’analisi dell’ascoltatore nel momento in cui, associandolo agli adepti del neopositivismo logico, arriva alla conclusione che è l’espressione di una finta ribellione che ha già accettato il sistema ed è da essa sostenuto. Ipotizzando che il motivo per cui un ascoltatore possa scambiare un accordo sporcato con uno atonale sia il risultato di un’ignoranza autocosciente, che vede nella cancellazione del passato le condizioni della propria libertà, si richiama ad una tradizione intesa come conoscenza del passato senza la quale non si può interpretare il presente.

Pur in un’evidente conoscenza parziale del fenomeno, visto che entrambi si rifanno ancora all’epoca delle big band e non immaginano le innovazioni che arriveranno, dopo appena qualche anno, portando da un lato alla musica come pura forma estemporanea, e da un altro contaminandosi col linguaggio di derivazione europea, intuiscono entrambi che l’irruzione del jazz è legato ad un cambiamento sociale del quale entrambi sono critici. Per Evola è il segno di una civiltà tradizionale che sta entrando in una crisi, visto che s’impone una musica di un altro luogo, dovuta, per Adorno, all’irruzione della massa nei consumi musicali che è l’inizio della trasformazione dell’opera d’arte in oggetto di consumo.