Ventitré lunghi anni, un inferno che ha provato Bruno Contrada e lo ha segnato per sempre. “Ventitré anni di vita devastati non potrà restituirmeli nessuno. Così come i 10 anni trascorsi in carcere” – ha commentato a caldo l’ex dirigente del Sisde dopo la sentenza della Corte europea per i Diritti umani. ”

Da oltre un ventennio la sua vicenda giudiziaria tiene banco non solo nelle aule di giustizia italiane ed europee ma anche nel dibattito politico e giudiziario perché Bruno Contrada, 84 anni, napoletano ma palermitano d’adozione, quando fu arrestato era ai vertici degli apparati investigativi italiani, numero tre del Sisde, dopo aver percorso tutte le tappe dell’ investigatore da dirigente di polizia ad alto funzionario dei servizi segreti nell’ arco di un trentennio.

Arrestato, la vigilia del Natale ’92, l’anno delle stragi palermitane, poi a giudizio per concorso esterno in associazione mafiosa, è stato condannato a 10 anni di carcere il 5 aprile ’96. Sentenza ribaltata in Corte d’appello il 4 maggio 2001: assolto. La Cassazione ha rinviato gli atti a Palermo. Poi la nuova condanna a 10 anni nel 2006, dopo 31 ore di Camera di consiglio della Corte d’appello palermitana, e la conferma della Cassazione l’anno successivo. Quindi il carcere, i domiciliari e poi la fine pena nell’ottobre 2012. Sono poi cominciati i tentativi di revisione del processo e gli appelli alla corte di Strasburgo per i diritti umani. Italia condannata due volte: nel febbraio 2014 perché il detenuto non doveva stare in carcere quando chiese i domiciliari per le sue condizioni di salute e oggi perché l’ex poliziotto non doveva essere condannato per concorso esterno in associazione mafiosa poiché, all’epoca dei fatti (1979-1988), il reato non “era sufficientemente chiaro”.

Contrada in questi anni ha sempre combattuto per “salvaguardare – diceva – l’onore di un uomo delle istituzioni”. “Voglio l’onore che mi hanno tolto, non ho perso fiducia nello Stato” ripeteva. Ha parlato dei tanti collaboratori di Giustizia che lo accusavano, con disprezzo, ricordando quando lui e i suoi uomini della questura di Palermo li arrestavano trattandoli come delinquenti e presentavano ai magistrati dossier corposi sulla mafia. E si è sfogato, in questi anni, con gli amici su quella nebbia che nel processo è sembrata calare sul suo rapporto col capo della mobile di Palermo, Boris Giuliano, assassinato nel luglio ’79 da Leoluca Bagarella mentre prendeva un caffè da solo al bar. “Eravamo due fratelli – ha detto – lavoravamo fianco a fianco. Non mi sono mai fermato nelle indagini sul suo omicidio”. Sono stati scritti almeno quattro libri sulla sua vicenda giudiziaria e migliaia di articoli di giornale che hanno aperto dibattiti nel mondo politico e che hanno diviso l’opinione pubblica italiana.