Niente da dire sulle liste civiche. Anzi, se non ci fossero state, il naufragio dei partiti “tradizionali” sarebbe stato ancor più evidente. Eppure c’è qualcosa che non torna in questa ricerca ansiosa del candidato da offrire alle masse per portare a casa un sindaco, un presidente di regione o un minisindaco di una ancor meno rilevante circoscrizione comunale.

Come se i partiti, o quel che resta di loro, non fossero ormai più in grado non dico di selezionarla, la classa dirigente, ma neppure di scegliere nelle proprie fila un profilo men che accettabile di amministratore in grado di governare la macchina amministrativa di una città.

Una volta andava di moda nelle grandi città il city manager: una figura tecnica, esperta per lo più di conti e organizzazione aziendale. L’idea che la politica mancasse di basi e competenze tecnico organizzative e, di conseguenza, il sindaco si dovesse dotare di tali figure di supporto alla sua azione, aveva fatto breccia. Poi, per imperscrutabili motivi, quella figura andò sbiadendosi, fino a scomparire nelle pieghe di una burocrazia sempre più invasiva. Altre volte, sindaci e city manager, per opposti caratteri e convinzioni, finivano per confliggere. A quel punto, il sodalizio andava in malora.

L’idea poggiava, comunque, su un valido fondamento. Nella combinazione Sindaco-City manager la politica, nella sua funzione di indirizzo, preservava valore e forza. Non abdicava. Scriveva lo spartito, lo consegnava al manager e questi, come si conviene al direttore d’orchestra, lo trasmetteva agli orchestrali per rendere armoniosa la melodia.

In questo modo un pezzo di società, quella tecnico-aziendalista, per intenderci, varcava le porte del Comune. Senza ambire ad occuparlo né a sostituire il politico di turno.

Ora, tutto è cambiato. Ora, per le grandi come per le piccole città, si cercano candidati sindaci nella società civile, per lo più tra imprenditori, personaggi televisivi, professionisti di Covid-19. Si punta al nome di prestigio, al grado di popolarità nei talk show. Politica? Macché. I partiti si nascondono. E le liste civiche pullulano come funghi.

Più cala la passione per la politica, più i partiti, da destra a sinistra, si mimetizzano. Mostrano vergogna di sé stessi. Avvolti in un mito incapacitante. Vittime della loro resa.

Indietreggiano, si arrendono, gettano la spugna come pugili suonati. Senza più ideali e neppure un inventario di valori su cui far leva. Assistiamo al paradosso di una politica che non c’è, e di partiti che non sanno fare politica. Un vero naufragio. Il naufragio è solo una metafora, confessa Amin Maalouf nel suo ultimo splendido racconto. “Ma è come una ossessione. Non passa giorno, in questi ultimi tempi, senza che mi venga in mente”.