E fu così che il Corrierone, in una domenica di agosto di una stagione politica tutt’altro che banale, decise di mettere tutte intere le mani nel piatto.
Le mani sono quelle di un analista politico tra i più lucidi e non sempre generosi con il centrodestra, come Ernesto Galli della Loggia. Il piatto è appunto il futuro del centrodestra dopo Berlusconi, irrimediabilmente e forse definitivamente azzoppato dopo la sentenza Mediaset.
Dopo aver dal ’92 ad oggi alimentato Mani pulite, sostenuto Segni, poi Prodi e persino Veltroni, fomentato l’antipolitica e aperto la strada a Grillo, benedetto Monti e incensato Letta, ora in via Solferino si rendono conto che il forziere politico del berlusconismo, il cosiddetto “voto moderato”, non può essere lasciato andare alla deriva con il rischio di consegnare il Paese ad una sinistra in balia delle fazioni più radicali.
Ne deriva, nel mezzo di considerazioni piuttosto scontate (non ci sono nuovi leader del centrodestra nel Pdl) e qualche onore delle armi tardivamente riconosciuto a Berlusconi (bisogna fare la riforma della giustizia), una Destra immaginaria fondata su due assunti interessanti quanto insidiosi.
Il primo: tutto ciò che non è sinistra è necessariamente destra.
Può sembrare forzato per un Paese che per cinquant’anni ha relegato l’unico partito che, seppur con aspri dibattiti interni, si dichiarava di destra (il MSI-Dn) in un ghetto politico, riconducendo alla categoria politica della Destra il passato fascista, il golpismo, le stragi e chi più ne ha più ne metta. Il tutto con la complicità e la subalternità culturale di quel mondo moderato che oggi Galli della Loggia arruola a destra. Eppure è così in gran parte di quelle che pomposamente si chiamano le “democrazie mature”. Socialisti e gollisti in Francia, Democratici e Repubblicani negli Usa, Laburisti e Conservatori in Gran Bretagna, sono semplicemente la sinistra e la destra, left and right, gauche e droite. Certo, con le loro mille sfaccettature interne ma pur sempre una destra e una sinistra.
Raramente ciò che non è sinistra si definisce centro. E addirittura, laddove sono nati movimenti identitari normalmente catalogati come di estrema destra, si finisce con incasellarli in altre categorie (euroscettici, ecc) poiché la destra “istituzionale” ha profili molto diversi e nessuno li assimila.
Ben venga dunque l’analisi di Galli della Loggia se può servire in qualche modo a “sdoganare” una categoria politica e a farne una fotografia più attinente alla realtà italiana. C’era una destra diffusa, ben oltre il MSI e proprio da questa considerazione si partì quando decidemmo di fondare Alleanza Nazionale. Allo stesso modo c’è oggi, ben oltre i confini di Fratelli d’Italia.
Di contro, nemmeno Galli sfugge a quel sintomo di subalternità culturale tipico della cultura moderata italiana, quando qualifica come Destra tutto ciò che semplicemente non è sinistra, rinunciando a delineare una Destra in positivo che invece è iscritta nella storia dei millenni. Lo stesso abuso fatto del termine “moderato” in questi anni ne è un’ulteriore sintomo: la sinistra che vuole cambiare e la destra che frena. Un’immagine peraltro del tutto infedele, di fronte a una sinistra italiana estremamente conservatrice sul piano degli assetti economici.
Ecco, lo sforzo da fare in una fase storica in cui i riferimenti tradizionali paiono perdersi e le categorie politiche sembrano svuotarsi è proprio quello di delineare un nuovo vocabolario unificante della destra.
Destra è sovranità, identità, senso del sacro, ordine naturale, lavoro, economia sociale di mercato, etica pubblica, solidarietà tra generazioni, amore per la propria terra. Non ci basta pensare che sia semplicemente qualcosa che si contrappone alla sinistra.
Il secondo assunto del professore è invece ancora più interessante, quanto subdolo e non rispondente alla realtà: una volta sdoganata la parola destra, l’aggregazione della destra la deve fare il centro.
Cioè, in termini più prosaici: la parola destra per cinquant’anni odorava di fascismo, poi ha puzzato di berlusconismo. Ora che la destra post-fascista è ridotta ai minimi termini, Berlusconi al tramonto e il centro non sfonda, serve che il centro diventi destra e dia una nuova rappresentanza politica a tutti quegli italiani che durante la seconda repubblica hanno votato i partiti del centrodestra.
Sempre nelle democrazie mature di cui sopra, quasi ovunque è successo il contrario: in Spagna sono stati gli ex franchisti a creare prima Alianza Popular e poi l’attuale Partido Popular; in Francia sono stati i gollisti a guidare il processo di aggregazione con il centro giscardiano creando l’Ump; nel mondo anglosassone le correnti moderate sono ampiamente minoritarie tanto nel Gop repubblicano quanto tra i Conservatori inglesi. E si potrebbe andare avanti con decine di esempi quasi tutti convergenti.
Se questo è vero, ed è vero anche (come giustamente richiamato da Galli) che il centro in Italia ha sempre costituito il luogo della mediazione ad oltranza mostrandosi sempre disponibile ad una alleanza di comodo con la sinistra, ecco che emerge per noi la più grande delle sfide.
Fare in modo che ci sia una destra, declinata in positivo, rinnovata nel messaggio e nel personale politico, a guidare il percorso di rilancio del (fu) centrodestra. Una destra che non abbia remore nel definirsi tale e che non sia semplicemente un centro cambiato di nome.