Comincio con due precisazioni noiosamente ripetute che servono come linee-guida per l’argomento in questione. La prima, scientificamente rigorosa: “La vita è una malattia sessualmente trasmessa, ad andamento incerto e ad esito infausto”. La seconda è validamente popolana: “La vita è come la scala di un pollaio: corta, in salita e piena di merda”.

In entrambe le espressioni ci sono due verità: che la vita è una condizione di costante incertezza ed instabilità, e che si finisca in un loculo o in padella, comunque siamo destinati a morire. Detto ciò, il lato cinicamente positivo di questa epidemia è la messa alla prova della tenuta psichica dei narcisisti e la loro modalità di compensare il trauma esistenziale dell’evento.

Dato che non esistono strutture compatte delle personalità e dei disturbi correlati, perché tutti navighiamo tra sfumature e spunti diversi, opto per una definizione più genericamente comprensibile e concisa.

Il narcisismo è quel disturbo per il quale una persona ha bisogno patologico di conferme esterne per saldare la propria fragile autostima e il senso di mancanza interiore. <<L’immagine di sé>> – annota la psicoanalista Nancy McWilliams – <<prende il posto della sostanza>>: quindi, all’inconscia consapevolezza di nullità e fallimento rispondono patologicamente con una esteriorità supponente, boriosa e spesso arrogante. Poi, ogni narcisista esprime al momento di un trauma, non solo personale ma anche ambientale, con forme reattive diverse e varianti sfumature caratteriali.

Vediamo tre esempi concreti.

Mattia Sartori, leader delle sardine. Uno sconosciuto bambinone fa emergere il suo lato infantile, e quindi sfacciato e spavaldo, con lo spunto megalomanico di proporsi come santone onnisciente e guru consigliere. A conferma che il saggio non sa niente, la persona colta sa molto e il mona – narcisista – sa tutto –  (Mona, nel mio dialetto, sta per cretino) – lui, il narcisista, dal basso della sua inconsistenza, si gonfia di saccenteria e sproloquia di quella cultura che latita dal suo orizzonte di conoscenza sprovveduta e ridicola.

<<‘Nonfarticontagiare’: è la campagna delle sardine per evitare l’allarmismo sul Coronavirus: bisogna rispondere con la mascherina della cultura>>.

Nicola Zingaretti, Segretario nazionale del Partito Democratico e presidente della Regione Lazio.

Di fronte ai dati scientificamente provati del pericolo, epidemico prima e pandemico poi, il nostro esilarante narcisista scatena la sua presunzione di onnipotenza e lo fa mettendo in atto i due meccanismi più arcaici di difesa, la negazione: “Niente può succedere, è tutto sotto controllo”, e la proiezione: “La colpa è degli altri che sono dei diffusori di terrore”. Lui è esente da paure e da incertezze, ma non solo, lui è proprio inattaccabile dalle comuni disgrazie: immune psichicamente e fisicamente da qualsivoglia avversità. Personalmente: il fatto che sia stato contagiato non mi frega niente; mentre mi indigna che il suo comportamento abbia indotto altri ad una pericolosa superficialità.

Coronavirus, Zingaretti nel mirino degli haters per una foto al ristorante del 27 febbraio

7 marzo 2020, in ristorante. <<“Coronavirus? L’allarmismo è infondato”>>.

Terzo ed ultimo esempio clinico: Giuseppe Conte, Presidente del Consiglio.

Qui, bisogna ammetterlo, la patologia si aggrava. Il narcisismo normale per tutti noi è di essere riconosciuti per il nostro lavoro e per le nostre capacità, in lui esonda. Dal fisiologico “narcisismo adattivo” che ci spinge al miglioramento, al riconoscimento e alla considerazione altrui – anche Cincinnato sarà stato orgoglioso di essere chiamato a salvare la Patria – in lui si evidenzia un “narcisismo maligno” dovuto a dei precisi spunti psicopatici. Un po’ come Macron, ma in sedicesimo, e con un supporto di autocompiacimento in meno: Macron è stato eletto dalla Francia, Conte no! Ed ecco manifestarsi l’autocrate senza autorità né carisma, che nasconde le prove, mente, rifiuta il confronto, si fa circondare da nullità, pretende obbedienza e mette in atto strategie pericolose per rinforzare il proprio fragile Sé, con il terrore di ritornare al limbo degli sconosciuti da quale “Qualcuno” lo ha tirato fuori con destrezza, come il coniglio dal cappello del prestigiatore e continua a mostrarlo al pubblico ipnotizzato.

<<Ho fatto un patto con la mia coscienza. Al primo posto ci sarà sempre la salute degli italiani. L’Italia rimarrà sempre unica>>.

E noi, noi normali o quanto meno compensati, come reagiamo al Covid-19? Come usciremo dalla sua pestilenziale presenza?

Un antico ideogramma definisce “crisi” con due termini congiunti: “pericolo” e “opportunità”. Se prevarrà il primo significa che eravamo perduti in partenza: incapaci di introspezione, di autocritica positiva per gli antichi comportamenti, gli antichi bisogni indotti, le antiche consuetudini scontate. Non capiremo che la vita è l’unica opportunità che ci è data e che ce la siamo giocata tra futilità e illusioni. Se prevarrà il secondo, ognuno troverà un nuovo senso per vivere e, quando sarà il momento, anche un diverso senso per accettare di morire