Giusta, e sacrosanta, la ricerca della responsabilità personale per il tragico crollo del ponte di Genova. Ci saranno dei colpevoli, sicuramente, ed andranno individuati, dimostrati e puniti.

Ma, se vogliamo dirci la verità fino in fondo, il dramma di Genova è il prodotto di un impoverimento collettivo, di una comune sciatteria che da qualche decennio a questa parte sta colpendo in modo progressivo ed inarrestabile la coscienza civica di ciascuno di noi.

Incuria, menefreghismo, deresponsabilizzazione, capacità di trovare tutte le colpe degli altri senza porre mai una domanda a se stessi, sono vizi (e vezzi) che appartengono alla nostra cifra caratteristica di popolo culturalmente alla deriva.

Se si arriva ad osteggiare ed impedire la realizzazione di nuove grandi opere, a fronte di una domanda di traffico che si è moltiplicata decine di volte dall’esecuzione delle ultime infrastrutture, è il segno che qualche possibile-temporaneo-disagio personale diventa più grave di un incontestabile necessità collettiva.

E questo è proprio quello che – tra le altre cose -certamente è capitato a Genova. Che quel ponte non fosse più sufficiente è stato detto, scritto e documentato da qualche decennio. Eppure, l’ipotesi di costruire percorsi aggiuntivi ed alternativi é diventata, una volta di più, occasione per fomentare, riunire, strumentalizzare gli utili idioti in servizio permanente effettivo.

Ed è proprio la prevalenza della comodità personale, che poi è assai più chiaramente definibile come “farsi i propri porci comodi“, a lordare in maniera continuativa la nostra quotidianità.

Salire sull’auto del car-sharing, dove è ben esposto il divieto di fumo, e lasciarla piena di cenere, mozziconi di sigaretta, puzza di fumo, tanto chi se ne fotte del prossimo utente.

Prendere il mezzo pubblico senza biglietto, tanto i controllori non si vedono mai.

Andare in università a sostenere un esame con i pantaloni corti o in ufficio con i sandali perché si sta più comodi, senza pensare che il modo in cui mi propongo rende anche evidenza del rispetto che nutro verso il mio interlocutore.

Lasciar correre e strillare i figli in luoghi pubblici, incuranti del fatto che il prossimo non deve subire gli effetti della tua incapacità di educarli.

Non avere la capacità di esprimersi in italiano corretto, e pretendere comunque che ti sia rilasciato un diploma senza il quale non puoi completare il curriculum o accedere all’agognato concorso.

Combattere ogni forma di gerarchia e negare la competenza di chi si esprime su argomenti che ha studiato e professato, perché “uno vale uno e siamo tutti uguali”; nell’ignoranza, purtroppo.

Pretendere sempre tutto dallo Stato, dimenticando che costruzione e gestione di scuole, strade, ferrovie, ospedali, si possono sostenere solo con le tasse, ovvero con i soldi degli altri.

Considerare normale che un magistrato, diventato famoso per qualche inchiesta condotta più sui giornali che nelle aule di tribunale, si metta in politica assumendo un ruolo necessariamente di parte, e che terminato il suo mandato rientri in ruolo a giudicare i cittadini secondo una terzietà che ha pubblicamente smarrito; contemporaneamente, contestare il conduttore televisivo (diventato ricco anche perché tu lo guardi quotidianamente in tv) che usa la propria ricchezza personale per recarsi in vacanza con l’aereo privato.

Giustificare il figlio che ha insultato l’insegnante, anziché fargli cadere (al figlio, beninteso) quattro denti a suon di ceffoni.

Rivendicare, in modo spesso incivile, la continua espansione dei diritti, senza aver cura di adempiere i più elementari doveri.

Elevare il cretinismo collettivo al rango di piattaforma politica programmatica; costruire soggetti politici fondati sull’ignoranza diffusa e pretendere che il consenso elettorale ti conferisca una competenza per acquisire la quale non hai mai speso una goccia di sudore.

Il popolo di Dante e Petrarca, di Michelangelo e Leonardo, di Volta e Marconi, di Manzoni e Cavour, é diventato un cumulo di gentaglia in ciabatte, canottiera e stecchino tra i denti.
Subumani che strillano, carichi di livore ed invidia sociale, in attesa che qualcuno risolva loro i problemi con un colpo di bacchetta magica.
Ma senza che, nel farlo, si possa provocare il minimo disturbo alla propria sciatta esistenza.

Ma, per fortuna, c’è un lieto fine all’orizzonte: siamo il paese al mondo con il più basso tasso demografico. E tra qualche decennio, non esisteremo più.