Provincia USA, anni ’60: padre Gregory Sargent, sacerdote cattolico in crisi, alcolizzato e autore di articoli modernisti per riviste mondane, si trova ad affrontare il caso di Susan, già causa del trasferimento di padre Halloran: un sospetto di possessione demoniaca. Lo aiuta il suo padre spirituale, il vescovo Crimmings, ben più saldo di lui nella fede.

Originalmente intitolato The Case Against Satan, il romanzo di Ray Russell, autore prediletto di William Castle (il patron di Playboy e produttore della suprema diavoleria di Polanski, Rosemary’s Baby), pubblicato nel 1962, letto oggi non spaventa né scandalizza, ma impressiona per il suo peso culturale e storico.

Anticipatore (Russell ne sarà, anni più avanti, assai rammaricato) della mania satanica a Hollywood: per dire solo i maggiori esempi, il citato, magnifico Rosemary’s Baby (film di Roman Polanski tratto, quasi letteralmente, dal romanzo di Ira Levin), lo sciocchissimo Il presagio (film diretto da Richard Donner e romanzato da David Seltzer), e L’esorcista, celeberrimo film del 1973, diretto da William Friedkin e sceneggiato da William Peter Blatty ispirandosi al suo stesso romanzo, di due anni prima (e molto superiore al film, affascinante ma superficiale assortimento di spaventi). Soprattutto L’esorcista (pur ispirato per lo più a un esorcismo realmente attuato una trentina d’anni prima, e agli studi universitari di Blatty presso i gesuiti) appare debitore de I due esorcisti: la ragazzina con i suoi turbamenti preadolescenziali e la crescita con un genitore solo, il dubbio tra i disturbi psichici e la possessione diabolica, il prete in crisi con la fede in tandem con un sacerdote più anziano e sicuro, l’inchiesta poliziesca che corre parallela alla procedura ecclesiastica.

La quarta di copertina strombazza fumantini proclami di scandalo, ponendo, sopra più ponderate citazioni giornalistiche, la sparata di Guillermo Del Toro, gran visir dei nerd con all’attivo un solo film convincente (La forma dell’acqua): tradizione del Grand Guignol, annuncia, nonostante l’assenza di scene truci; straordinaria combinazione di liberalismo ed eresia, asserisce, seppur manchino l’una e l’altra.

C’è della straordinarietà: il romanzo è bello, risente soltanto delle caratterizzazioni un po’ stereotipate dei personaggi; ma colpisce per la sua novità – mai prima era stato scritto un romanzo che descrive a tutto tondo un rituale d’esorcismo; oggi, dopo le pletore di nipoti illegittimi del super-horror di Friedkin e delle acrobazie di Regan McNeill, l’esorcismo è un settore a sé stante del genere horror; ma, come giustamente detto nel romanzo e nella sceneggiatura di Blatty, ancora negli anni ’70 che la chiesa cattolica combattesse, con precisi riti e sacerdoti specializzati, il Male non soltanto nelle sue messe in pratica umane, ma anche nella sua essenza diabolica, era un segreto di Pulcinella.

Proprio qui manca la carica eretica di Russell e del suo processo a Satana: perché l’Autore crede a ciò che racconta, si immedesima dapprima in Sargent, il prete che non riesce a pronunciare le formule sacre perché non ci crede (a Max von Sydow, il colossale attore bergmaniano che ne L’esorcista interpreta l’esperto padre Merrin, succederà sul set di impappinarsi per lo stesso motivo), salvo poi assumere il punto di vista di Crimmings, il saggio vescovo che con la saldezza della fede si assume la cura del suo discepolo e della povera ragazza, vessata da demoni sia spirituali che famigliari (da cui lo sbandieramento del paragone con Il giro di vite di Henry James – questa sì, inarrivabile pietra miliare dell’orrore). Arriva, in una nota al termine del libro, a raccontare di essere stato vessato, durante la scrittura del capitolo col rituale esorcistico, da un moscone: Belzebù…

Luciferino già nell’aspetto, scrittore colto, fantasioso e intelligente, obliato come altri autori di horror o fantascienza cui Hollywood deve molto (Ira Levin, Richard Matheson, Walter Tevis…), Russell non scrive, con I due esorcisti, un romanzo eretico (ma inciampa, e molto male, quando blatera di una presunta “spiritualità protestante”: ovviamente, una contraddizione in termini); ma prefigura la grande crisi spirituale che attraverserà l’Occidente dopo il Concilio Vaticano II e il ’68 (per valutarne la capacità profetica, si consideri che il romanzo è pubblicato nello stesso anno in cui comincia il concilio, e sei anni prima delle grandi contestazioni). Russell non perora questa crisi; l’annuncia, e ne è un poco spaventato. Après moi, le deluge!, e lo seguiranno infatti i satanisti da operetta che in Rosemary’s Baby si affidano a Satana in cerca di riscatto; lo seguirà la ragazzina che ne L’esorcista mostra la polvere sotto il tappeto – pulsioni represse, crimini nascosti, le balle di mamma e papà; lo seguirà Il mattino dei maghi, erudita e titanica raccolta di cialtronate con cui Pauwels & Bergier dimostrarono che non bastavano la piattezza di pensiero, la ristrettezza di vedute e l’intolleranza materialista della “fantasia al potere” di quei bigi ragionieri che erano e sono rimasti i ‘68ini: l’essere umano è, prima di tutto, homo religiosus, e come il vescovo Crimmings non si fa bastare la spiegazione razionalista, ma a un problema spirituale cerca una risposta spirituale: più in alto, e più in profondità.

Ray Russel

I DUE ESORCISTI

Tea editore, Milano 2018

ppgg. 208, euro 14.00