“…Finché  in Italia ci sarà del classismo, anche se fatto di sfumature spesso insensibili agli stessi interessati per lungo allenamento di generazioni; e finché il principale criterio nello stabilire la gerarchia sociale degli individui sarà il denaro o l’apparenza del denaro, secondo l’uso delle società nate dalla rivoluzione borghese, delle società mercantili, apolitiche ed antiguerriere; potremo dire e ripetere che c’è molto da fare … Il che poi non è male. Non è male, a patto che lo si sappia bene”.

(Berto Ricci, “L’Universale”, 10/2/1935)

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Visti i risultati elettorali, si può dire, utilizzando il perentorio titolo del recente pamphlet di Luigi Iannone,  che la destra è “inutile” ? A guardare i numeri e quindi gli orientamenti degli elettori  verrebbe  voglia di dire di “sì”. Il mancato quorum di Fdi-An, il risicato risultato di Ncd e l’autentico tracollo di Forza Italia offrono oggettivamente un quadro disarmante del centrodestra, quello stesso centrodestra, che – non dimentichiamolo – appena cinque anni fa inanellava, sotto la sigla del PdL, un 35,26% di consensi.

Se da un lato è sterile  riepilogare quanto è avvenuto  dal 2009 ad oggi, d’altro canto non è superfluo porre il tema dell’ utilità (o meno) della destra. Facendo, con questo, non un mero esercizio intellettuale, né un rancoroso rinfacciarsi di responsabilità e neppure una frustrante elencazione di appuntamenti mancati, ma cercando di guardare al di là del voto, ad una prospettiva di più ampio respiro.

Che cosa ha reso “inutile” la destra agli occhi degli elettori ? La paura del “quorum”? La radicalità del confronto tra il Movimento Cinque Stelle ed il Pd ? L’ eccessiva moderazione (rispetto al decisionismo della Lega Nord, che infatti ha recuperato consensi) ?  Certamente tutto questo insieme, con in più una sorta di effetto trascinamento rispetto a quella che il già citato Iannone  ha individuato come l’errore più grave, compiuto, negli ultimi vent’anni,  dalla destra italiana, quello di essersi rifugiata nel presente, “col rischio poi concretizzatosi di sprofondare nell’abisso dell’insignificanza”, nel senso di ciò che è non solo irrilevante ma anche, tutto sommato, banale.

Al di là delle immagini simbolo, viste, nel marzo scorso,  al Congresso di Fiuggi, ben oltre le parole-guida proposte in campagna elettorale, fino al messaggio,  un po’ tardivo, di dare un significato “patriottico” al voto per le europee (avvolgendo di tricolore   i luoghi simbolo delle nostre città), FdI-An è parsa troppo poco cattiva e “trasgressiva” – ci si passi il termine – rispetto al perbenismo renziano, ai toni urlati di Grillo, al frustrato imbarazzo  di Fi (“guidata” da un leader “dimezzato”).

Da qui bisogna partire per riaffermare l’”utilità” di una destra la quale  ha in sé grandi potenzialità, ideali e programmatiche, ma che deve ritrovare quella visione  “di prospettiva” necessaria per superare la grave crisi contemporanea, che è – non dimentichiamolo – crisi economica e sociale, politica e culturale.

Vogliamo  chiamarla, sintetizzando,  “crisi di sistema” ? Vogliamo provare a darle un significato socialmente rilevante agli occhi dell’opinione pubblica (abituata a considerare la destra come l’espressione della grettezza individualistica , del più becero classismo, dell’egoismo fatto sistema) ?  Vogliamo iniziare a lanciare la sfida là dove il disagio (non solo economico, ma soprattutto antropologico)  è più marcato?

Non è difficile. Si tratta di passare dai principi di fondo alle elaborazioni complesse. Dalla protesta alla proposta. Per farlo occorre guardare alla realtà con più attenzione, con più spirito critico, con un  maggiore sforzo di analisi e comprensione (magari parlando di più ed in modo non saltuario con le categorie produttive, con il mondo del volontariato e dell’associazionismo, della cultura e delle Università). Si potrebbe allora scoprire che lo sviluppo globalizzato ha oggi bisogno di nuove regole e di un nuovo interventismo sanzionatorio dello Stato, che la nuova frontiera della socialità si chiama Responsabilità Sociale dell’Impresa (magari da applicare sulle merci prodotte all’estero), che è tempo,  per i manager, di legare i compensi alla produttività reale, che sull’immigrazione occorre sviluppare una rigorosa azione di controllo, di denuncia (come si è fatto a Prato) e di tutela (evitando di spacciare per solidarietà le nuove forme dello schiavismo), che non si deve avere paura di fare della battaglia demografica una grande sfida di civiltà, che merito e giustizia salariale debbono essere coniugate unitariamente (attraverso nuove forme di contrattualizzazione partecipativa), che la battaglia sull’identità, anche rurale, del nostro Paese è una grande opportunità di crescita e di integrazione dei territori.

La destra non è “inutile”, a patto che essa torni ad essere consapevole della propria identità e del proprio ruolo, che è insieme nazionale e sociale, e di una più ampia visione d’assieme, di contenuti e di prospettive.

In fondo – non è un segreto – le elezioni passano. Le idee invece rimangono. Si tratta solo di non lasciarle appassire.