Luglio 1981. L’altoparlante dell’aeroporto di Fiumicino fa improvvisamente il mio nome, distogliendomi dalla noia dell’attesa ; sono convocato al desk della JAL, la compagnia aerea giapponese. Lì mi dicono che il mio cognome è stato distorto nel telex inviato ad Abu Dhabi, potrebbe essere che io venga respinto alla dogana e rimpatriato in Italia con il primo volo disponibile, nel caso che non ci sia nessuno ad attendermi all’aeroporto. Decido di partire ugualmente ed in effetti , una volta atterrato, c’è un impiegato ENI ad accogliermi e così inizia la mia prima esperienza lavorativa in un paese arabo.

Subito mi viene spiegato che non potrò mangiare, bere e fumare in pubblico per tutto il tempo del Ramadan; se vorrò del vino dovrò procurarmi una alcol list , una specie di tessera a punti con cui acquistare alcolici in modo controllato dal governo locale. Non potrò guidare alcuna macchina, la mia patente non vale niente; dovrò servirmi dei taxi locali, che circolano senza sosta per le vie della capitale.

La mattina successiva, all’alba vengo svegliato dalla preghiera del muezzin, dall’alto di un minareto; ne rimango affascinato, mi sembra molto suggestivo che con il sorgere del sole l’uomo si affidi a Dio e si ricordi di appartenere ad un unico creato.

Inizio a praticare la mia attività di medico per gli italiani della Snam Progetti e dopo pochi giorni vengo invitato da un collega iracheno, specialista in medicina nucleare, a visitare l’ospedale riservato agli emiri ed a tutti i cittadini nati nella UAE, gli Emirati Arabi Uniti; scopro per la prima volta che esiste il reddito di cittadinanza, riservato ai locali che non vogliono lavorare. Ma d’altra parte sono così ricchi, possono permetterselo, penso io.

L’ospedale è bellissimo, all’avanguardia nella tecnologia, i pochi pazienti sono trattati con il meglio che la medicina ufficiale possa offrire, con professionisti superpagati e tra i migliori al mondo; rimango stupito nel poter toccare con mano cosa significhi avere finanziamenti senza limiti nelle cure al malato. Il collega iracheno mi spiega tutto in modo molto cortese.

Qualche giorno dopo è la volta di una dottoressa inglese ad invitarmi nel suo ambulatorio, dove cura gli stranieri, i lavoratori immigrati, soprattutto pachistani, di religione islamica ovviamente. Un collega egiziano l’aiuta nelle visite, molto sommarie dato l’affollamento, effettuate con mezzi limitati; entrambi i medici fanno quel che possono , si arrangiano con quel poco che hanno. D’altra parte i pazienti sono pachistani, al loro paese non avrebbero di meglio, sono poco di più che degli schiavi ; cosa pretendono, mi vien fatto capire.

Un altro giorno ancora è la volta di una caposala inglese che mi invita a visitare il suo reparto di neonatologia nel super ospedale del primo giorno. Durante la visita la ragazza ad un certo punto si sofferma su una culla termica dove dorme un neonato; mi spiega che è vivo grazie a lei. Durante il parto il padre era stato avvertito che si sarebbe dovuto procedere ad un taglio cesareo ma lui si era opposto, non voleva che sua moglie venisse “violata”. Poiché mamma e bambino rischiavano seriamente di morire, l’infermiera si era inventata qualcosa, non ricordo esattamente cosa, per cui il padre con l’inganno era stato costretto ad autorizzare il parto cesareo. Una volta nato il bambino, la moglie salva e le apparenze pure, il marito aveva compreso lo stratagemma ma aveva fatto finta di nulla ed accettato il dato di fatto.

I giorni passavano, annunciati dalla preghiera del muezzin, ma più il tempo trascorreva e più sentivo che qualcosa mi mancava. Quel qualcosa era il suono delle campane: come ci accorgiamo di respirare solo quando ci manca l’aria, così avvertivo che mi mancavano i rintocchi che ogni giorno, in Italia, davano il ritmo alle mie giornate. Le campane che annunciavano la festa, la messa del mattino, il suono solenne di un funerale, il tocco di mezzogiorno, la gioia di un matrimonio. Mi resi conto che appartenevo ad un mondo diverso, che era dentro profondamente al mio animo, e che quel mondo era per me il migliore che si potesse pensare.

In questi giorni leggo che l’ arcivescovo di Caserta, tale Raffaele Nogaro, avrebbe affermato : “ Sarei pronto a trasformare tutte le chiese in moschee se fosse utile alla causa dell’accoglienza .”

Quest’uomo , che ha fatto evidentemente della religione una professione, appare del tutto insensibile a ciò che avviene nel mondo.

Finge di non sapere che in Pakistan una giovane donna, Asia Bibi, è stata processata per apostasia e dopo nove anni di carcere duro assolta da quel reato. La sua colpa era stata di aver bevuto ad una fonte dove erano presenti alcune donne islamiche che l’avevano denunciata per aver contaminato l’acqua, lei, una cristiana infedele.

Era stata condannata a morte, le avevano promesso di revocare la sentenza se si fosse convertita all’Islam, non lo ha fatto. “Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire” ha affermato senza paura. Alla sentenza di assoluzione milioni di islamici in Pakistan sono scesi in piazza a chiedere la sua morte , esibendo minacciosi cappi per l’impiccagione. Asia Bibi vive isolata e nascosta, la sua vita non vale niente.

Non vale nulla nemmeno per quel’alto prelato, sotto la tonaca niente, per cui conta di più l’ideologia che la fede. Non vale nulla per i numerosi inutili pidioti di questo paese, che fingono di non vedere.

Eppure le immagini frettolose dei telegiornali mostrano migliaia di persone pronte ad uccidere Asia Bibi, una donna d’oro per il suo esempio di fede e di coerenza. Quando mai a qualcuno di noi verrebbe in mente di uccidere un uomo per motivi religiosi ?

Poi penso di nuovo ai pidioti di turno, loro sì sono disposti a tollerare la morte di giovani donne italiane, in nome dell’accoglienza, la loro fanatica nuova religione.

L’Olanda si è detta disposta ad accogliere Asia Bibi, se riuscirà a fuggire con la sua famiglia e se sopravvivrà alla fame, perché nessuno in Pakistan è disposto a rischiare la propria vita per portarle da mangiare .

Noi in Italia, trascinati nel vortice dello squallore più totale, ci trastulliamo con i diritti di una altra Asia, fatta di un altro metallo, più vile.