Il ministro Mauro è una brava persona. Un uomo intelligente, gentile e colto. Purtroppo, oggi è un uomo malinconico. Triste. Ma è inutile, sciocco maramaldeggiare su una delle poche figure dignitose del governo Letta o infierire su personaggio serio del mondo cattolico non progressista. È necessario ragionare. Capire.

Il ministro Mauro è una vittima. Di se stesso, della situazione, degli eventi. Andiamo per ordine. Dopo una partenza a razzo nel PdL (nel Nord ovest strappò il record di preferenze alle ultime Europee), nessuno, nemmeno i suoi, vollero valorizzarlo appieno quanto. Un errore. Abbandonato nelle nebbie di Bruxelles, Mauro pagò il debito delle sue (forbite ma dure) critiche al “Celeste” e al sultano di Arcore. In pochi anni, nonostante le assicurazioni dei suoi (Formigoni in primis), il professore si scoprì centrifugato e silurato dai “berluscones” e dal suo (provvisorio) mentore Tremonti. Fatti suoi, certo. In ogni caso, il Mauro si è ritrovato (Formigoni benedicente) nelle fila montiane e, poiché non è un deficiente, non ha avuto problemi (a differenza di Casini e Fini) ad imporsi nel triste cenacolo dei professori, degli “ottimati”. Insomma, un ciellino serio (senza loden) è superiore a qualsiasi docente bocconiano di loden munito e agli attrezzi della prima repubblica…

Il problema è un altro. In questo strambo governo, Mario Mauro si è ritrovato a interpretare — senza alcun entusiasmo e con gran fatica — il ruolo di ministro della Difesa di una Nazione a sovranità limitata. Un problema doppio, anzi triplo. Mauro è un bravo italiano, un buon cattolico ed è un militante di CL. Un militante convinto. Le imposizioni e gli ordini dei protestanti anglo-americani e germanici lo infastidiscono; il rispetto all’insegnamento di Don Giussani e la fedeltà a Santa Romana Chiesa è per lui un obbligo; la solidarietà alla galassia delle chiese orientali — un punto fermo per Comunione e Liberazione e il Vaticano — è un dovere e una missione.

Da qui il travaglio di un uomo che digiuna — su invito di papa Francesco — lo scorso sabato per la pace in Siria e il ministro costretto a inviare  il cacciatorpediniere Andrea Doria per “proteggere i caschi blu italiani nel sud del Libano ed, eventualmente, reimbarcare il contingente”. Una sciocchezza. Mauro sa bene — e il generale Graziano e il suo staff in via XX settembre glielo hanno spiegato — che il Doria, il gioiello della nostra Marina Militare, serve ad altro. Serve a combattere, a bombardare. Serve a fare la guerra. Contro la Siria e i suoi alleati libanesi o a intercettare (assieme alle flotte “alleate”) la squadra russa che Putin ha inviato nel Mediterraneo. Illazioni? No. Domande sì. Tante domande. Che continueremo a ripetere sinchè qualcuno non risponda ad un quesito semplicissimo: perchè nelle acque libanesi non vi sono la San Giusto, la San Marco e la San Giorgio, le uniche piattaforme nazionali utili per un’operazione di ritiro delle truppe ma una delle (poche, purtroppo) navi da combattimento della nostra Marina? 

Domande a cui si assommano altre domane. Sul Sole 24 Ore — non un bollettino d’estremisti o un sito web di sociopatici più o meno variopinti… — leggiamo un’analisi di Giampiero Gajani — un dei migliori analisti di questioni militari — che sottolinea come «l’Italia potrebbe aumentare presto il coinvolgimento militare nella crisi siriana pur senza partecipare ad azioni offensive contro Damasco. Due batterie di missili antimissile Aster (sistema SAMP/T) del 4° reggimento artiglieria contraerea “Peschiera” di Mantova, potrebbero venire schierate in Giordania per proteggere Amman da eventuali rappresaglie siriane. La nuova missione oltremare non avrebbe ancora avuto il via libera definitivo ma il rischieramento a difesa della capitale giordana è previsto per fine settembre e del resto l’Esercito ha stanziato recentemente molto denaro per approntare le batterie e perfezionare l’addestramento del 4° reggimento che ha appena acquisito (con alcuni mesi di anticipo sui tempi previsti) la Full Operational Capability (Foc), cioè la completa capacità operativa. Attività culminate nel marzo scorso quando militari francesi e italiani si addestrarono congiuntamente lanciando una serie di missili Aster-30 simulando l’intercettazione di missili balistici e velivoli presso il Centro Sperimentazioni Missilistiche di Biscarrosse, in Francia.

Il sistema antiaereo e antimissile balistico mobile SAMP/T è stato acquisito dalle forze aeree francesi in 10 batterie e dall’Esercito italiano in 5 batterie (più una per addestramento) assegnate al 4° reggimento che si è distinto in un’esercitazione nel novembre scorso allestendo in soli 21 minuti una batteria pronta al lancio. I missili Aster 30 (utilizzati anche dal sistema PAAMS impiegato dalla Marina) sono concepiti per intercettare in un raggio di 100 chilometri missili balistici a corto raggio (come quelli siriani), missili da crociera e aerei. L’intero programma ha un costo previsto per l’Italia di 1,7 miliardi di euro ma assicura per la prima volta una capacità nazionale di difesa contro i missili balistici… Uno degli aspetti militari che finora hanno ostacolato un intervento internazionale in Siria è costituito dalle decine di lanciatori di missili balistici (Iskander russi, Scud e derivati di origine nordcoreana e iraniana) di cui dispone il regime di Bashar Assad e che potrebbero venire impiegati per scatenare rappresaglie contro i Paesi vicini (Israele, Turchia e Giordania) anche impiegando testate chimiche. Dall’autunno scorso batterie di missili antimissile Patriot forniti da Stati Uniti, Olanda e Germania sono stati dislocati, su richiesta di Ankara, lungo il confine tra Siria e Turchia. Due batterie di Patriot americani sono state trasferite in aprile da Kuwait e Qatar in Giordania dove sono poste a difesa della base di Mafraq (che ospita i jet F-16, forze speciali e un migliaio di marines) e dei campi d’addestramento nei quali consiglieri militari statunitensi addestrano i miliziani dell’esercito Siriano Libero. Benché il rischieramento degli italiani avvenga su richiesta giordana e sia previsto esclusivamente a scopo difensivo, la presenza di truppe e mezzi in un’area che potrebbe presto diventare calda implica il rischio di coinvolgimento, anche indiretto, di forze italiane nel conflitto. Se la missione verrà confermata si può stimare l’impegno nei dintorni di Amman di almeno 2/300 militari italiani tra artiglieri, unità logistiche e forze di sicurezza».

Domande, ordini e richieste a cui il professor Mauro dovrà — almeno finchè dura il governo Letta — dare risposte. Offrire chiarimenti. Spiegare e convincere. Un modesto suggerimento. Le risposte sono tutte nelle pagine scritte da “Don Gius”. Ministro, riapra i suoi vecchi taccuini. In fretta.