La diffusione del video del soffocamento, con conseguente morte, di George Floyd ad opera di Derek Chauvin e l’ondata di rivolta della comunità afroamericana che è tuttora in corso, riporta alla mente il caso analogo del tassista Rodney King. Al termine di un inseguimento, il 3 marzo 1991 Rodney King viene fermato dalla polizia di Los Angeles dietro segnalazione di un eccesso di velocità del tassista, il violento pestaggio viene ripreso da un videoamatore, George Holliday, e trasmesso da un emittente locale, la KTLA. L’assoluzione degli agenti dall’accusa di aggressione è la miccia che scatena una rivolta a Los Angeles che dura dal 29 aprile al 4 maggio del 1992, e che è legata anche alla diffusione di quel video che scosse l’opinione pubblica dell’epoca.

A partire probabilmente con l’epocale filmato di Abraham Zapruder che riprende l’omicidio di John Kennedy, si sviluppa una delle caratteristiche della contemporaneità che è la progressiva erosione della differenza tra produttore e consumatore d’immagini. La disponibilità di mezzi di registrazione a costo relativamente basso crea per il giornalismo un serbatoio documentale diffuso, ad opera della cittadinanza, che s’affianca a quelli tradizionali e che è il germe del concetto di controinformazione. La progressiva consapevolezza di poter esercitare un ruolo giornalistico avendo i mezzi tecnici, anche in assenza di una formazione, è legata ad un passaggio da una concezione amatoriale.  Zapruder vuole solo un ricordo del passaggio di Kennedy e ne filma l’omicidio per caso, ad una pseudo professionale, Holliday vuole documentare il pestaggio di una persona disarmata da parte della polizia.

Questo slittamento del ruolo ha un aspetto metapolitico in quanto la popolarizzazione dei mezzi di produzione audiovisiva comporta la possibilità per una comunità economicamente debole di autorappresentarsi. Non è casuale che la critica principale che viene mossa oggi ai nuovi media dai liberal(i) è che non filtrino i cosiddetti non competenti, poiché è legata alla fine di un’era in cui un’élite gestiva la rappresentazione di una società in quanto la produzione giornalistica, ma non solo, era preclusa per ragioni economiche al resto della popolazione. In altri termini, una delle motivazioni dietro il filmato del pestaggio di Rodney King era la produzione di un punto di vista afroamericano della società da opporre a quello anglosassone.

Da quest’ottica, a primo acchito, la documentazione del trattamento di George Floyd sembra analogo a quello di Rodney King ma una visione più approfondita ne rivela la natura di spartiacque formale. Il filmato di George Holliday è il classico filmato a media distanza, e conseguentemente muto, con la presenza di un narratore invisibile, e presenta i protagonisti presi di spalle o di lato, i quali non hanno consapevolezza della presenza di un osservatore esterno. La voce di George Floyd che si lamenta (“per favore, non posso respirare”) colpisce subito lo spettatore; il video comincia a distanza ma un avvicinamento verso la vittima è condotto prima tramite lo zoom, e poi tramite un avvicinamento fisico verso l’azione per concludersi con un primo piano verso il volto a terra schiacciato dal ginocchio del poliziotto. A questo punto avviene l’inaspettato, Derek Chauvin guarda in macchina e non ha alcuna reazione; nel linguaggio cinematografico è un elemento noto come rottura della quarta parete ed indica la consapevolezza che c’è un narratore che sta seguendo l’azione.

C’è un elemento che rende iconica la posa del poliziotto e fa diventare comprensibile la reazione della comunità afroamericana: il senso di consapevolezza d’essere osservato, rende la posa simile ad un’ostentazione di sottomissione e questo comporta che, evidentemente, una comunità che si vede minacciata in modo così esplicito, oltretutto da qualcuno che è il difensore dell’ordine costituito, reagisce in modo violento. Questo filmato è un esempio di come sia velleitario il progetto di una società multiculturale, se il presupposto su cui si si basa sono i rapporti di forza, che diventano anche gerarchici, tra le comunità che lo formano.