Si è concluso il primo giro di consultazioni da Mattarella e l’impressione è di assistere a un gioco delle tre carte su scala parlamentare. D’altronde, era ampiamente previsto: la legge elettorale voluta e approvata in tempi in cui i conti avrebbero permesso solo una coalizione di grande centro è costruita apposta per non far vincere nessuno.

Perciò cominciamo col restituire al mittente il goffo tentativo renziano-piddino di smarcatura: nessuno ha la maggioranza, non si può liquidare la responsabilità di governo “a chi ha vinto”. D’altro canto, una legge elettorale proporzionale costringe a uno spirito proporzionale, ovvero nessun veto alle alleanze all’interno dell’ arco costituzionale. Solo che qui di archi costituzionali ce ne sono tre: quello appunto del centrosinistra, che esclude al momento tutti tranne sé stessi; quello del centrodestra, che coinvolge tutti meno il PD; quello dei cinque stelle, che coinvolge tutti meno Berlusconi.

 

Le ragioni di Di Maio sono chiare: l’alleanza col centrodestra la vuole fare, eccome, ma può farla solo da contraente forte e quindi deve dividere il centrodestra. Non avrebbe altro senso infatti dire un no così secco a Berlusconi e dire un nì, quasi un sì, a Renzi, che di Silvio è il figlio (politico) illegittimo. E se il bifrontismo 5Stelle nelle potenziali alleanze con Lega o con PD li mette in una situazione di vantaggio tattico, contemporaneamente apre questioni politiche non di secondo conto. Qual è il vero programma dei 5 Stelle, se possono indifferentemente portarlo avanti sia con la Lega che con il PD? Quali sono le priorità? È giunto il momento in cui sceglieranno un’identità, tra l’anima più populista e quella progressista, o riusciranno a proseguire in quell’ambivalenza che ha fatto fino ad oggi la loro fortuna politica?

 

Al giro di carte, il vincitore risulta senza dubbio Salvini. Avrà la barba incolta che non piace a Berlusconi, avrà i difetti che avrà, ma resta l’unico a sembrare di aver capito quel che vuol fare da grande. Il governo? No.

 

La vera trappola di questo giro elettorale è infatti che gli unici che potrebbero formare un governo – 5 Stelle e Lega, appunto – sono gli unici che non hanno alcun interesse a farlo. Come mai? Perché da un lato dovrebbero accettare pesanti compromessi per farlo, e dall’altro stanno, entrambi, vertiginosamente aumentando nei sondaggi. Anche con la legge elettorale attuale, entrambi avrebbero grandi vantaggi a tornare alle urne: Salvini si mangerebbe forse definitivamente il resto del centrodestra, i 5 Stelle consoliderebbero la loro posizione e probabilmente arriverebbero al 40%.

 

Ecco allora che il gioco è quello di tornare alle urne senza sembrare i responsabili del ritorno alle urne; è da questo punto di vista che Salvini si dimostra in vantaggio: nessun veto né chiusura irragionevole e senso di responsabilità. Di Maio e compagnia sono invece costretti dai numeri a essere un più drastici. Lo scenario, pur confuso, l’ha compreso bene anche Berlusconi, che pur nel rispondere per le rime ai 5 Stelle ripete il mantra del dobbiamo fare un governo, non dobbiamo tornare al voto.

 

Chi dimostra di non aver capito nulla è per ora il PD, che certo ha bisogno di stare all’opposizione, ma ha ancor più bisogno di tempo per ricostruirsi: forse a fine mese lo capirà, forse no. Al momento l’impressione è quella di un bluff malriuscito. Nel frattempo sta riuscendo a spaccarsi anche sul come fare opposizione: in uno scenario così incerto, è bello avere almeno qualche confortante certezza.