Il Giorno del Ricordo dovrebbe essere un’occasione di riflessione, rispetto della memoria, condivisione di valori comuni e anche di simbolico e postumo risarcimento, ammesso che sia possibile, nei confronti degli esuli dalmati e giuliani, vittime per decenni di una indegna congiura del silenzio dopo aver subito il dramma dell’esodo costellato di violenze ed angherie di ogni tipo persino in Patria. Lo ha detto senza mezzi termini il Presidente della Repubblica Mattarella:

“una pagina tragica della nostra storia recente, per molti anni ignorata, rimossa o addirittura negata: le terribili sofferenze che gli italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia furono costretti a subire sotto l’occupazione dei comunisti jugoslavi […] una persecuzione contro gli italiani, mascherata talvolta da rappresaglia per le angherie fasciste, ma che si risolse in vera e propria pulizia etnica, che colpì in modo feroce e generalizzato una popolazione inerme e incolpevole”.

Mattarella stavolta ha usato parole estremamente chiare ed anche coraggiose, che attribuiscono ai fatti, senza reticenze, il loro vero nome: pulizia etnica, persecuzione, eccidi efferati di massa, cupa tragedia, sciagura nazionale, senza dimenticare gli aspetti più odiosi della vicenda come l’ostilità” patita in Italia dagli esuli e le sue motivazioni.

Senza tralasciare il problema, gravissimo, della manipolazione della storia: “Esistono ancora piccole sacche di deprecabile negazionismo militante. Ma oggi il vero avversario da battere, più forte e più insidioso, è quello dell’indifferenza, del disinteresse, della noncuranza, che si nutrono spesso della mancata conoscenza della storia e dei suoi eventi.”

Per queste parole tutti dobbiamo ringraziare il Presidente, al quale però ci permettiamo di ricordare, sommessamente, che oltre alle parole servirebbero anche alcuni semplici fatti: una visita ufficiale alla celebrazione di Basovizza il prossimo 10 febbraio, ad esempio, e la revoca della massima onorificenza della Repubblica Italiana concessa il 2 ottobre 1969 da Giuseppe Saragat a Josip Broz – Tito, a tutt’oggi Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana. Onorificenza destinata a “ricompensare benemerenze acquisite verso la Nazione” tra le quali è ben difficile inquadrare il trattamento da lui riservato a migliaia di Italiani.

A quanto si è visto, però, a sinistra le fondamentali parole del Presidente Mattarella le hanno ascoltate in pochi. Sicuramente non le hanno ascoltate i talebani dell’ANPI che hanno aperto le danze organizzando al Senato un convegno giustificazionista senza contraddittorio (secondo le loro abitudini) dal titolo “Il fascismo di confine e il dramma delle foibe” (tesi sottesa: le foibe sono solo la conseguenza dei “crimini” Fascisti) nel quale l’unica relazione su “Il dramma delle foibe” è stata tenuta con la qualifica di “storico” da un certo Franco Cecotti, segretario del comitato provinciale dell’ANPI di Trieste nel cui sito web, accanto al suo nome, sono esposte in bella mostra le fotografie di vecchi reduci titini, frequentatori della sezione, che sfoggiano le loro decorazioni comuniste e soprattutto la tipica bustina con stella rossa dei partigiani slavi, la stessa che molti degli italiani poi spariti nelle foibe devono avere visto al momento dell’arresto (ma forse sarebbe meglio dire sequestro) e probabilmente una delle ultime cose che hanno visto prima di finire inghiottiti dalle voragini del Carso.

Il copione della giornata conferma l’isterismo, l’ignoranza e la coda di paglia di una sinistra che sa benissimo di essere la nipotina sciocchina del PCI di Togliatti che concordò direttamente con Tito, Gilas e Kardelj, in nome della comune ideologia, la cessione agli slavi comunisti di una parte del territorio nazionale, lo sterminio dei “nemici di classe”, cioè degli italiani legati in qualche modo alle istituzioni e alla cultura nazionali o anche solo benestanti o istruiti, e la cacciata di tutti gli altri con la forza e con il terrore dopo averli derubati di tutto. Mettendo anche a disposizione di Tito e della sua impresa le sue forze militari, ennesimo esempio di tradimento e asservimento allo straniero, un classico della storia italiana.

E’ questo che ogni 10 febbraio rende così isterici i politici di sinistra e per tutto il resto dell’anno gli integralisti dell’ANPI così determinati a riscrivere la storia a modo loro nascondendo e ignorando i fatti scomodi, confondendo ed annacquando le responsabilità, manipolando la realtà storica.

Quest’anno nel mesto catalogo dei comportamenti fuori luogo troviamo, ad esempio, il gesto isterico e inutile di Debora Serracchiani, mediocre figurina della nomenklatura PD, che quando a Basovizza ha preso la parola Maurizio Gasparri, che interveniva in veste istituzionale come rappresentante del Senato, ha abbandonato la celebrazione, tirandosi dietro i colleghi Luigi Zanda e Tatjana Rojc, in segno di “protesta” perché la “Foiba di Basovizza ormai è palcoscenico della destra sovranista“. Strano atteggiamento da parte della fazione politica che da anni strumentalizza senza scrupoli la Giornata della Memoria.

Poi abbiamo il solito assortimento: sindaci di sinistra che fanno finta di niente e ignorano la ricorrenza disapplicando una legge dello Stato, altri che organizzano improbabili convegni pseudo storici affidandoli ad ANPI, CGIL e ARCI salvo poi scoprire, cascando dal pero, di avere commissionato in realtà un comizio negazionista perché l’improbabile “storico” di turno si è documentato a senso unico su “lavori pubblicati dall’Anpi e dai lavori del gruppo di resistenza storica che porta avanti da anni studi sulla questione”. Per non parlare del vero e proprio delirio senza senso di quelli che per esaltare “l’accoglienza” paragonano nei discorsi ufficiali l’Esodo Giuliano Dalmata all’odierna immigrazione dall’Africa. Peccato che il concetto di ”accoglienza” del PCI di allora, predecessore del PD, fosse un po’ diverso da quello dei suoi nipotini buonisti di oggi: i militanti comunisti di Bologna preferirono versare il latte sui binari piuttosto che distribuirlo ai profughi istriani stipati su un treno che fu costretto a ripartire subito tra le minacce e gli insulti.

Non riusciremo mai a considerare aventi diritto ad asilo coloro che si sono riversati nelle nostre grandi città. Non meritano davvero la nostra solidarietà né hanno diritto a rubarci pane e spazio che sono già scarsi” scriveva l’Unità il 30 novembre 1946 a proposito dei profughi istriani, dalmati, giuliani, che secondo i comunisti nostrani erano solo “impauriti dall’alito di libertà che precedeva o coincideva con l’avanzata degli eserciti liberatori”, che quell’alito di libertà in realtà portasse direttamente in fondo ad una foiba era evidentemente un dettaglio irrilevante. Copione rispettato, dunque, anche quest’anno.

Volendo qualcosa di nuovo ci sarebbe. FDI rielaborando un’idea già attuata per le vittime della Shoah realizza una serie di pietre d’inciampo da posizionare a Trieste in ricordo dei caduti delle foibe. Peccato che la pietra dedicata a Norma Cossetto, forse la vittima più famosa, riportasse una data di morte inverosimile: maggio 1943 anziché ottobre.

Uno strafalcione grossolano e senza senso: chiunque dovrebbe essere in grado di sapere che nel maggio 1943 Mussolini era ancora in sella, la Venezia Giulia e la Dalmazia ancora sotto il controllo italiano e le foibe erano solo una curiosità geologica.Tutti dovrebbero sapere, soprattutto chi ha sempre avuto questo tema al centro della propria azione politica, che tutto è iniziato con l’8 settembre in conseguenza del disfacimento dello Stato e dell’Esercito Italiano. Invece, troppo impegnati a sfruttare la photo opportunity e a comparire dovunque sia possibile, i fratellini incredibilmente non si sono accorti di niente e si sono fatti immortalare a destra e a manca, Giorgia Meloni compresa, tenendo in mano, bene in vista, lo strafalcione storico.

Un esempio di superficialità, faciloneria e approssimazione che la dice lunga sul livello culturale di una certa destra, che per la verità di questo non si è mai preoccupata troppo.