Per una singolare eterogenesi dei fini, proprio nell’anno in cui si celebravano solennemente i primi quindici decenni unitari, la questione dell’indipendenza nazionale è tornata drammaticamente in primo piano. In molti hanno scorto nella guerra civile libica, nell’aggressione finanziaria e nei diktat europei culminati con il commissariamento “montiano”, un disegno di ridimensionamento della nostra sovranità politica ed economica. Tutte fantasie? Semplici ubbie?
Riteniamo di no. Al netto del complottismo e delle paranoie, l’Italia berlusconiana, nonostante tutte le sue contraddizioni e tutti i suoi ritardi e ingenuità, aveva incrinato collaudati equilibri geopolitici, rotto schemi economici pluridecennali, insidiato mercati sino a ieri preclusi. Un’Italia non più subalterna ma moderatamente protagonista non poteva non infastidire; da qui le manovre delle cancellerie europee e transatlantiche, l’ostilità dei potentati finanziari e delle centrali speculative straniere. Quando si traccerà — speriamo presto — un bilancio onesto ed equilibrato dell’attivismo internazionale dei governi Berlusconi, avremo finalmente una lettura chiara degli eventi di questi mesi e tanti lati — ancora oscuri e confusi — potranno essere decifrati e interpretati compiutamente. Rileggendo le vicende di oggi probabilmente ritroveremo nomi, sigle, bandiere, strategie di ieri e dell’altro ieri: una somma di presenze straniere ingombranti quanto incombenti nell’intera nostra storia unitaria.
In attesa della scrittura di uno dei capitoli più intriganti della saga berlusconiana vale perciò la pena di leggere “Il Golpe inglese” (Chiare Lettere, Milano), l’ultimo lavoro di Giovanni Fasanella, già autore di libri inchiesta sulle ”dimensioni nascoste” della politica nazionale come “Segreto di Stato” (con G. Pellegrino), “Che cosa sono le BR” (con A. Franceschini) e “Intrigo internazionale” (con R. Priore).
Il libro è importante e, non a caso, dopo una prima ondata d’interesse (“Corriere” in primis) su di esso è sceso il tetro silenzio dei recensori. Ma andiamo per ordine. Con la collaborazione di Mario Josè Cereghino, il giornalista di “Panorama” ha cercato di ricostruire le ingerenze britanniche nelle vicende di casa nostra dagli anni Venti all’omicidio Moro. Frutto di una lunga ricerca degli autori negli archivi di Stato britannici di Kew Gardens — lettere e informative della diplomazia e dell’intelligence, rapporti top secret — l’opera si sforza di chiarire alcuni lati nascosti (e spesso terribilmente spiacevoli) della nostra vicenda interna e dei rapporti con gli alleati occidentali e cerca d’offrire chiavi di lettura innovative su alcuni passaggi nodali del Novecento italiano.

Il “Partito inglese”

Indagando le politiche albioniche verso l’Italia, Fasanella e Cerenghino hanno ricavato un quadro inquietante: dal primo dopoguerra agli anni Settanta l’approccio britannico si è rivelato un susseguirsi continuo d’interferenze, pressioni, ricatti, operazioni segrete e guerra dichiarata, tutte miranti a “satellizzare” lo Stivale patrio. Dall’analisi dei documenti londinesi, a giudizio dei due ricercatori, si delinea «quello che si potrebbe definire il colpo di stato più lungo della storia, perché durato oltre mezzo secolo: il “golpe inglese” attuato in Italia dal 1924 (anno del sequestro e dell’assassinio del deputato socialista Giacomo Matteotti) fino al 1978 (anno del sequestro del presidente della Democrazia Cristiana, Aldo Moro) […] il tentativo complesso e multiforme, per la durata e le tecniche utilizzate, attuato da una nazione straniera, come la Gran Bretagna, per condizionare la politica interna ed estera di un altro paese. Con l’obiettivo di trasformarlo in una sorta di protettorato, una base da cui favorire e proteggere le proprie rotte commerciali, a cominciare da quella più strategica: quella petrolifera».
Nulla da obiettare. Di fronte all’enunciato fasanelliano — magari eludendo le iperboli giornalistiche che inevitabilmente rischiano di svilire la serietà di un lavoro in ogni caso interessante —, chiunque si sia interrogato sui limiti della nostra sovranità trova spunti e conferme ai propri ragionamenti, ai propri dubbi.
Gli esempi non mancano. Tra i tanti punti analizzati nel libro vi sono gli squarci aperti dagli autori — a riprova delle tesi tracciate decenni addietro da Franco Bandini e Giorgio Pisanò e rimbalzate negli anni Ottanta da Marcello Staglieno su “Storia Illustrata” — sui mandanti stranieri dell’omicidio Matteotti, il terribile delitto politico che scosse nel 1924 l’Italia intera e fece vacillare il primo governo Mussolini, e le rivelazioni sulla sorprendente sordina imposta in piena guerra (nel 1941) da Churchill sull’assassinio del deputato socialista e l’inedito profilo, ricavato sempre dalle carte di Kew Garden, dell’ambiguo Amerigo Dumini.
La vita del capo dei sicari di Matteotti è — parafrasando madame Bovary — un vero romanzo: nato in America, volontario in guerra, fascista, massone, agente doppio o triplo, ricatta Mussolini che lo fa arrestare più volte e, infine, lo spedisce in colonia con una lauta pensione. Nel 1941 è in Libia, dove gli inglesi lo arrestano e lo condannano a morte. Viene fucilato, ma sempre i britannici — o, secondo il morituro, Santa Rita da Cascia — riescono a resuscitarlo. Fortunosamente Dumini rientra in Italia e aderisce nel ’43 alla RSI, contrabbanda armi e diventa nel ‘45 un’interprete dei comandi alleati; viene arrestato, condannato e amnistiato nel ’53 (nel pieno della crisi anglo-italiana per Trieste, coincidenza che gli autori dimenticano…) dalla Repubblica antifascista. Con la seconda redenzione della città giuliana, Dumini torna in libertà e s’iscrive (o almeno sembra) al MSI; muore nel 1967, per un banale incidente domestico, nella sua casa romana. I suoi segreti lo seguono nella tomba.
Ma accanto al caso Matteotti — e l’assoluzione postuma di Mussolini e nuovi (antichi) sospetti sul mondo affaristico nazionale e anglo-sassone e sulla casa regnante —, Fasanella e Cerighino aprono, forti dei documenti ritrovati, un capitolo ancor più scottante: i terminali italiani del “partito inglese”.
Con molti imbarazzi, Filippo Ceccarelli, recensendo il libro su “Repubblica” del 20 settembre scorso scrive: «È pure una storia così ombrosa e intricata, questa tra l’Inghilterra del tardo imperialismo e l’infida Italia prima fascista e poi democratica, comunque proiettata nel Mediterraneo e perciò vissuta come una minaccia agli interessi petroliferi britannici in Medio Oriente, da potersi anche raccontare come una lunga vicenda che spinge Londra a cercarsi qui nello stivale una incredibile varietà di potenziali alleati. Anch’essi tuttavia più o meno leali, anglofili sinceri e improvvisati, fascisti della fronda e mercenari, Ciano, Grandi, casa Savoia, il generale Badoglio, il Duca d’ Aosta, poi aristocratici siciliani, separatisti con le dovute appendici mafiose; e sempre dignitari della massoneria, anche loro probabilmente con le avvertenze e le riserve di cui sopra. E poi, a seconda delle vicissitudini e dei rivolgimenti storici, è la volta di combattenti repubblichini come Borghese, di partigiani anticomunisti come quelli della “Franchi” o di iper-comunisti alla Moranino; per non dire degli imprenditori di genio come Olivetti, o di avventurosi e controversi uomini d’azione tipo Sogno, quindi intellettuali cosmopoliti alla Barzini, e spie, scrittori, ambasciatori, mestatori, salottisti, extraparlamentari e giornalisti borghesi cui far arrivare riservatamente – in qualità di “clienti”: questa la definizione di una struttura, l’Ird (Information Reserch Departartment) , che opera negli anni 50 e 60 – materiali da rendere pubblici sui loro giornali. È questo dunque il variegato “partito inglese”, gente rispettabile e lestofanti: tutti o quasi contattano gli uomini della diplomazia, della propaganda e dello spionaggio di Sua Maestà alimentando un brulichio di contatti intessuti con l’ambigua certezza che il controllo geopolitico, commerciale ed energetico della penisola è comunque determinante ai fini del grande gioco ad alto rischio della Guerra fredda».

Il colonello Mieli

Ceccarelli scrive bene (è un buon giornalista) ma dimentica “casualmente” alcuni nomi segnalati dagli autori. Uno in particolare: Renato Mieli, il padre di Paolo, uno degli uomini più influenti del panorama editoriale italiano odierno.
Il babbo dell’ex direttore del Corriere è il “colonello Merryl”, tra il 1943 e il 1947, uomo di punta dei servizi segreti britannici in Italia è uno dei responsabili, nell’Italia sconfitta, della riorganizzazione dell’industria dell’informazione, dell’editoria e dell’arte. Un potere enorme. Basandosi sulle carte desegretate, Fassanella rivela che l’ufficiale inglese è «in realtà un raffinatissimo e italianissimo intellettuale di origine ebraiche che risponde al nome di Renato Mieli (…) Renato è un fisico matematico laureatosi a Padova nel 1935, un militante del partito comunista che si rifugia in Francia a causa delle persecuzioni razziali. Poi, scoppiata la guerra, ad Alessandria d’Egitto si arruola nell’Esercito inglese, con il quale sbarca in Italia. Dove, su mandato britannico, fonda alcuni giornali e, nel 1945, la più grande agenzia di stampa italiana, l’Ansa (…)». Terminata tra il 1945-46 l’esperienza dei governi d’occupazione alleata in Italia, il “colonnello” smette la divisa britannica e si riscopre comunista e subito Togliatti — uno dei terminali di Stalin in Occidente — gli affida la direzione milanese de “l’Unità”. Un osservatore acuto come Enzo Bettiza scruta i percorsi di Mieli senior e annota: «mistero e clamore accompagnarono nei primi anni del dopoguerra il suo improvviso trasloco dall’esercito di Sua Maestà al partito di Ercoli-Togliatti. Nessuno, né allora né poi, seppe darsene una ragione definitiva. Un raptus emotivo? Un colpo di testa idealistico? Oppure un doppio gioco lungamente tessuto dietro alle quinte e guidato, a freddo, verso lo sbocco?».
Fatto è che Renato Mieli, alias colonello Nerryl, abbandona il PCI nel 1956. La giustificazione (nobile) è l’invasione sovietica dell’Ungheria, i comunisti che sparano sugli operai, i tanks sovietici contro un intero popolo. Ma, proprio in quegli stessi giorni, la Gran Bretagna, la Francia e Israele invadono l’Egitto nasseriano. È la crisi di Suez, il canto del cigno del colonialismo anglo-francese. L’Italia di Gronchi e Segni rifiuta ogni coinvolgimento militare, il PCI solidarizza con gli arabi e Mattei prepara il suo aereo per il Cairo. Gli inglesi devono ripiegare malamente mentre la mai sopita rivalità mediterranea si riaccende e — per una volta — gli italiani sono in vantaggio. Probabilmente, per il “colonnello” la sua missione behind the ennemy lines era giunta al termine. Con quali risultati? Una domanda ancora aperta.
E ancora, le carte di Kew Garden sulla convivenza tra settori del regime fascista e del neofascismo con l’intelligence alleata, confermano una volta di più le ricerche di Giuseppe Parlato, ampiamente illustrate nel suo fondamentale libro “Fascisti senza Mussolini” (il Mulino, 2006), ma Fasanella e Cereghino dimenticano altri aspetti di segno opposto ma non meno interessanti. Come ricordava Marco Tarchi, recensendo il lavoro di Parlato su “Diorama Letterario”, dopo il ’45 «gli ex fedeli di Mussolini s’imbarcarono nelle avventure più sconcertanti: molti intensificarono l’abbraccio con i nemici di solo pochi mesi prima – statunitensi e monarchici in testa – offrendo disponibilità per qualunque progetto controrivoluzionario, da chiunque diretto, mentre in qualche caso si andò addirittura oltre, come quando (le carte scovate da Parlato non lasciano dubbi) un gruppo di ex marò della Decima Mas collaborò con l’Irgun Zwai Leumi per far giungere di soppiatto imbarcazioni italiane agli attivisti sionisti, affondare una nave egiziana, realizzare un attentato contro l’ambasciata britannica a Roma e poi fornire armi detenute clandestinamente ai servizi segreti del neocostituito stato di Israele, atti non esattamente scontati da parte di alleati fino all’ultimo giorno del Terzo Reich». Casi isolati? Forse, ma a fronte dei contatti tra gerarchi “venticinqueluglisti” o “irriducibili” e gli agenti di Sua Maestà, è doveroso ricordare la lunga lotta intrapresa tra il 1946 e il 1954 dagli attivisti del MSI — sigillata dai caduti del ‘53 — contro le truppe britanniche nella Trieste occupata dagli alleati: la pagina più intensa e sincera scritta dagli “esuli in patria” nel lungo dopoguerra italiano.
Un lavoro importante ma incompleto

Alla luce di tutto sopra accennato, vale la pena di fare qualche considerazione e, magari, tracciare qualche ipotesi di lavoro alternativa.
Andiamo per ordine. Matteotti, Dumini, Mussolini, Borghese, Sogno, Mieli e poi Mattei, Moro, sono nomi, episodi, interrogativi che gli autori rimbalzano dai polverosi archivi britannici all’attualità, fornendo spunti per discutere — oggi, soprattutto oggi — e fissare dei punti di discussione. Sul nostro passato, sul nostro presente. Eppure il minuzioso lavoro di Fasanella e Cereghino non ha sollevato alcun dibattito serio, non creato alcuna tensione critica. Nemmeno nelle aree culturali irregolari o eterodosse. Perché?
Il “Golpe inglese” è forse un libro sbagliato, da proibire, da interdire oppure da relegare nel sensazionalismo? No. Con buona pace dei complottisti (quelli che intravvedono ovunque “la congiura demo-pluto” etc.…) e/o degli anglofili, riteniamo che l’opera rappresenti semplicemente una (bella) occasione perduta.
Scorrendo le pagine, il lettore avvertito rischia di rimanere deluso: vi è molto, moltissimo da aggiungere e più di qualcosa da correggere. E ancora, l’impianto è insufficiente e inficia materiali importanti che invece potrebbero offrire spunti per una rilettura forse parziale ma finalmente onesta della nostra storia nazionale.
Non sbaglia Fabio Andriola quando, sulle pagine di “Storia in rete”, definisce l’opera “un libro monco. Vuole essere un intero palazzo e invece rappresenta solo qualche piano. E tra questi piani, non ci sono né l’attico né il piano terra o il primo piano…”. Riprendiamo allora le coordinate “architettoniche” di Andriola e cerchiamo di fissare qualche piccolo mattone a sostegno (e critica) di una costruzione ambiziosa quanto incompleta.
Il libro dei due giornalisti sembra ridurre l’aspro contrasto che contrappose nelle decadi centrali del Novecento, un’Italia — prima troppo ambiziosa poi rovinosamente sconfitta, ma ancora non del tutto rassegnata — e il declinante ma sempre potente Regno Unito, a una somma di pesanti interferenze, ricatti, guerre aperte e segrete. Certo, vi fu tutto questo, ma vi fu anche altro, molto altro.
In quegli anni cruciali tra Londra e Roma si giocò una partita complessa sottile, spesso ambigua, sempre durissima. Uno scontro asimmetrico tra due giocatori: l’uno ancora altero e possente, ma cinico, esangue e spesso miope, l’altro debole, velleitario ma capace d’alternare machiavellismi e fellonia a sprazzi d’orgoglio e visioni coraggiose. Fu uno scontro evitabile poiché gli interessi e, soprattutto, i fini erano diversi, e non obbligatoriamente contrapposti. Ma, soprattutto per Londra, la posta in palio era troppo alta: il controllo del Mediterraneo.

Il concorrente italiano

Nel grande disegno imperiale l’Italia, sin dalla sua unità, rappresentava un elemento di disturbo. Per gli occhiuti strateghi d’oltre Manica la penisola— nonostante l’anglofilia di parte della sua classe dirigente, — rimaneva un dilemma: poco affidabile per essere eletta, come il Belgio e o l’Olanda, a junior partner, ma sufficientemente solida e ambiziosa per rifiutare un ruolo da satellite marginale come la Grecia o il Portogallo. Da qui le contraddizioni e le ambiguità che, dal 1814 in poi segnarono i rapporti anglo-italiani.
Qualche esempio. Mentre il regno Sardo ambiva (in visione antiaustriaca) a un rapporto privilegiato con Londra e i gruppi dirigenti settentrionali fissavano nell’Inghilterra il loro paradigma politico-economico, il governo britannico — nonostante la simpatia di settori dell’opinione pubblica e l’ostilità diffusa verso il Papa re — rimase a lungo scettico sull’ipotesi unitaria e lesinò il suo appoggio alla causa unitaria.
Come spiega Eugenio di Rienzo ne “Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee” — il nuovo saggio (ben più solido de “Il Golpe inglese”) dello storico romano su cui presto torneremo — al netto delle non disinteressate aperture fatte al congresso di Parigi del 1856, sino alla vigilia della seconda guerra d’Indipendenza gli interessi albionici rimasero concentrati sul Regno di Napoli, sulla Sicilia e sul suo zolfo, al tempo prezioso come oggi il petrolio (1). Preoccupata dalle politiche protezionistiche e filo russe di Ferdinando II, dagli anni Trenta dell’Ottocento al 1860 la Gran Bretagna cercò ripetutamente di destabilizzare la monarchia borbonica, e nel 1840 — quando Ferdinando minacciò le concessioni minerarie britanniche nell’isola — si sfiorò una guerra aperta. Solo l’esito vittorioso della campagna del 1859, l’attivismo di Napoleone III e il timore di un erede di Murat sul trono napoletano, convinse Londra a giocare apertamente la carta italiana e appoggiare la spedizione di Garibaldi. Il generale seppe essere riconoscente e, nel periodo della sua dittatura, tutelò con attenzione le concessioni britanniche sull’isola. E a Bronte, feudo della famiglia Nelson, i garibaldini di Bixio si dimostrarono implacabili…
Nel marzo del 1861, sempre in un’ottica antifrancese e anti papista, il Regno Unito riconobbe immediatamente il neo costituito regno d’Italia, ponendo una sorta d’ipoteca sulle sorti e i destini del giovane Stato. Un errore di valutazione. Nel segno della “terza Roma”, il gruppo dirigente post-cavouriano, costruì — sfidando l’irritazione delle cancellerie europee (Londra compresa)— una politica estera spregiudicata, spesso confusa ma certamente autonoma. Ma non solo, malgrado le debolezze strutturali, dall’indomani dell’Unità i governi italiani immaginarono strategie mediterranee, diedero inizio alla costruzione di una grande marina militare e di una moderna flotta mercantile e posero le basi per un’espansione oltremare. Sulle coordinate (ma senza l’abilità) di Cavour gli eredi del grande conte fissarono quelle che Carlo Jean definì «le due costanti della politica estera nazionale persistenti dal Risorgimento al terzo dopoguerra»: anzitutto il divario tra le aspirazioni dello Stato e la sua effettiva potenza; inoltre il tentativo di mediazione e bilanciamento fra Est e Ovest (cioè tra Germania e Francia), nonché fra Nord e Sud (ovvero tra Triplice Alleanza e Gran Bretagna).
Con pragmatismo la Gran Bretagna cercò di gestire e di contenere le ambizioni e velleità del protagonismo nazionale — certamente non ostile ma nemmeno subalterno agli interessi inglesi — e di moderare gli appetiti coloniali di Roma. Sebbene sino agli inizi del Novecento Londra considerò il nuovo regno un utile contrappeso all’espansionismo francese, l’impero rifiutò all’Italia nel 1863 la cessione delle isole Ionie e dal ’64 in poi neutralizzò a più riprese le sue ambizioni sulla Tunisia. La nostra stessa presenza nel Mar Rosso e in Africa Orientale fu attentamente monitorata dai governi inglesi che diedero il loro benestare a una limitata espansione solo dopo l’insurrezione mahdista del Sudan. L’accordo del Foreign Office si rivelò determinante anche per l’impresa della Libia nel 1911, ma la parallela conquista del Dodecaneso fu considerata un’intrusione nell’Egeo e una minaccia alle basi cipriote; da qui, nel primo dopoguerra, l’appoggio del Regno Unito alle rivendicazioni anti italiane di Atene e le manovre per limitare drasticamente la nostra influenza nei Balcani e nel Levante.
Assieme a questi passaggi che nella loro ricostruzione Fasanella e Cereghino trascurano, sarebbe valsa la pena di (almeno) accennare a un altro aspetto poco noto (al punto che gli autori lo ignorano del tutto) ma centrale dei rapporti bilaterali negli anni Venti: la questione del debito di guerra anglo-italiano. Come spiega Roberto Festorazzi nel suo documentato saggio “Sterline, dollari e cannoni” (Il Silicio, 2011), la regolamentazione del delicato dossier fu l’occasione per un primo scontro — felpato ma durissimo — tra il primo governo Mussolini e gli esosi e disonesti banchieri britannici. E ancora. Rintuzzate le esorbitanti richieste albioniche, la battaglia finanziaria tra Roma e Londra si riaccese attorno alla ventilata riforma del “gold exchange standard” voluta dalla City, una vera e propria “macelleria monetaria” che avrebbe eroso ogni sovranità statuale. Rifiutando ogni subalternità e sfidando con successo la speculazione mondiale a regia britannica, nel 1926 la Francia di Poincarè e l’Italia fascista difesero con successo il franco e la lira. Una pagina di storia monetaria che — anche alla luce degli avvenimenti odierni — andrebbe rivista e studiata.

Da Massaua a Malta

Su queste premesse si comprende meglio la somma irritazione del Governo di Sua Maestà dinanzi alla decisione mussoliniana nel 1934 di “chiudere i conti” con il regno del Negus; dopo più di un secolo gli equilibri mediterranei — e tutto ciò che ne conseguiva — venivano posti in discussione da un imprevedibile dittatore di una potenza minore.
Con l’impresa africana Mussolini completava le ambizioni del Risorgimento sabaudo e del Risorgimento democratico (si rileggano gli scritti colonialisti di Mazzini…) e lanciava una sfida geostrategica inusitata all’impero, senza però comprenderne appieno la profondità e l’ampiezza e sottovalutandone la reazione. Un errore fatale.
Gli uomini di Withehall — il ministero degli Esteri londinese— colsero invece la gravità della situazione. L’aperta contestazione della “piccola Italia” agli schemi imposti a Versailles nel 1919, infliggeva un colpo pesante non solo alla credibilità della Società delle Nazioni — un artificio precario ma necessario per le potenze occidentali — ma alla stessa tenuta dell’impero, un edificio maestoso ma fragile, reso sempre più precario dai movimenti anticoloniali indiani e arabi, dall’espansionismo giapponese in Asia e, non ultima, dalla spregiudicata concorrenza americana nel Golfo, in Persia e in Mesopotamia.
Non sorprende dunque che, sull’onda di una formidabile offensiva mediatica, l’opinione pubblica britannica trasformò in poche settimane — scordandosi come il rosa del British Empire colorasse buona parte dei mappamondi — quello che sino allora considerato nulla di più di un trascurabile e semi barbarico reame africano, in una causa della democrazia, un simbolo della libertà dei popoli, una lotta da appoggiare e sostenere ad ogni costo. In un vero casus belli.
L’Italia con il suo attivismo e le sue velleità, divenne presto per il governo imperiale non più lo spiacevole concorrente minore di un tempo, ma un avversario pericoloso da sconfiggere nel tempo più breve e con ogni mezzo. Una linea chiara, perseguita, con accenni e approcci diversi ma con la medesima determinazione, da tutti i primi ministri di Sua Maestà, da Baldwin sino a Eden, succedutisi in quei tumultuosi anni al 10 di Downing Street. Per i britannici, dalla crisi d’Etiopia sino alla spedizione contro Nasser del ’56 (e probabilmente oltre), l’annichilimento o/e la neutralizzazione dell’Italia divenne una priorità strategica.
Per Roma invece, politiche, strategie e obiettivi furono diversi nel tempo, talvolta contrastanti e, spesso, imposti dalle circostanze o dagli eventi. La crisi anglo-italiana sfociata rapidamente in aperta rivalità, rappresentò per Mussolini e il suo regime la fine della tradizionale politica “dell’equidistanza e del peso determinante”, voluta dal Duce e sviluppata dal 1929 con abilità e molte ambiguità da Dino Grandi. L’irrigidimento, dopo iniziali e sin generose aperture, delle potenze occidentali verso le ambizioni africane dell’Italia, costrinse Mussolini a giocare il tutto per tutto, sfidando in maniera aperta l’intero sistema internazionale e in particolare la “perfida Albione”. Vinse. Ma già all’indomani della rapida conquista dell’Etiopia, suggellata da un massiccio consenso interno, Mussolini cercò a più riprese un riavvicinamento con Londra — e i tentativi continuarono sino agli ultimi atti della catastrofe (2) —. Invano.
La frattura si rivelò insanabile quando agli inizi del 1938 il Duce, contro ogni sua previsione, dovette prendere atto della «totale indisponibilità britannica ad instaurare con l’Italia un rapporto di collaborazione nel Mediterraneo simile a quello esistente per l’Europa; a pervenire cioè a quell’accordo globale che Mussolini considerava il corollario essenziale della politica espansionistica fascista, e più in generale, l’avallo ultimo della politica di potenza dell’Italia»(3). L’inattesa e sempre più aperta ostilità anglo-francese con il perdurare della sotterranea e a poi aperta guerra economica — che aggravava le penalizzanti regole stabilite dal Commowealth nel 1932 a Ottawa con l’adozione della Imperial Preference — condotta, in piena sintonia tra i conservatori inglesi e i ministri del Fronte Popolare francese, con le sanzioni “societarie” e poi dal ben più insidioso soffocamento del commercio estero e dei vitali rifornimenti energetici (4) —, rappresentò per il regime una minaccia sempre più grave, sempre più incombente.
A peggiorare i già pessimi rapporti anglo-italiani, i servizi segreti italiani intercettarono nell’ottobre del 1938 altri inquietanti segnali. Su ordine dei loro governi ammiragli e generali inglesi, francesi e turchi stavano tracciando i piani per una “guerra preventiva” contro l’Italia da scatenare nel Dodecaneso — con l’ausilio di Istanbul — e completare con una breve ma micidiale campagna mediterranea con cui annientare la Regia Marina e determinare il crollo del regime: una lezione esemplare con cui liquidare la “bankrupt Italy” e un pesante monito agli altri concorrenti dell’impero. La crisi europea e l’aggressione tedesca alla Polonia interruppero ma non annullarono, con gran preoccupazione di Mussolini, i preparativi del piano.
Da qui la caduta nel baratro. Le tappe sono note: l’allineamento e l’ambigua alleanza con la Germania hitleriana, poi la non belligeranza, la frettolosa dichiarazione di guerra, le poche vittorie e le tante sconfitte, i tradimenti e gli eroismi, il tracollo, l’otto settembre. La resa incondizionata, l’umiliazione di Malta. La fine dell’indipendenza nazionale. Infine, il mesto consumarsi della dinastia sabauda e dei suoi referenti nell’ultima, inutile, illusione: la garanzia della sopravvivenza di una casta politico-militare ormai screditata in cambio dell’accettazione dell’usbergo britannico. Un errore, l’ultimo, dei Savoia. La caduta del Fascismo e il cambio di fronte, non segnarono la fine del confronto anglo-italiano, bensì l’inizio di un nuovo capitolo. Amaro, amarissimo per gli sconfitti, poco appagante, e infine, non redditizio per i vincitori.
Sarà la Repubblica nata nel 1946 e rafforzata dalla scelta forte del 1948, a far sì che la Nazione — scrollandosi di dosso lacci e laccioli con cui i britannici, sostenitori di una “pace cartaginese”, cercarono d’imbrigliarla — potesse sopravvivere come entità statuale e recuperare porzioni sempre più ampie d’autonomia.

L’arma del petrolio

Agli autori de “Il Golpe inglese”, al netto delle omissioni, dimenticanze e inesattezze che costellano il libro, va in ogni caso riconosciuto il merito d’aver individuato nella questione energetica uno dei principali punti d’attrito nelle relazioni tra Regno Unito e Italia. Con alcune avvertenze. Questo particolare aspetto del contrasto anglo-italiano — con le sue motivazioni e pesanti conseguenze — esula dalla polemica bilaterale e dalle rispettive politiche di potenza ma deve essere contestualizzato e inserito nel Great Game che oppose le due talassocrazie atlantiche per il controllo del “Mediterraneo allargato”, condizione centrale per il possesso delle immense risorse energetiche celate nelle sabbie del Vicino e Medio Oriente. Il petrolio.
Bisogna quindi tornare all’inizio del “secolo breve” — questo Novecento crudele e folgorante — quando l’”oro nero” si annunciò come la materia prima decisiva per lo sviluppo dell’intera economia mondiale. Chi lo avrebbe controllato avrebbe controllato il pianeta. Un assioma da subito chiaro alle élites anglo-americane che non tardarono a scontrarsi in un durissimo duello geoeconomico — una vera e propria “guerra fredda”— che oppose per più di mezzo secolo gli USA al Regno Unito, la vecchia madrepatria alle colonie ribelli d’oltreoceano.
Tutto iniziò nel 1917, quando il Senato degli Stati Uniti pubblicò un’allarmante indagine che prevedeva in tempi rapidi l’esaurimento dei ricchi giacimenti texani e californiani. Uno sbaglio clamoroso (5) ma gravido di conseguenze. Il rapporto scatenò nella classe dirigente statunitense — abilmente influenzata dalla già potente lobby petrolifera — un’ondata d’isteria collettiva. I nord americani, sino ad allora principali fornitori di petrolio della Gran Bretagna (e dell’intero impero), temettero di ritrovarsi, una volta seccati i giacimenti domestici, esclusi dalle promettenti fonti medio-orientale, un enorme tesoro semi inesplorato ma già in mano — con Lawrence e Allemby alle porte di Damasco — ai detestati cugini d’oltreatlantico. Una prospettiva inaccettabile per Washington che subito contestò apertamente — sventolando le bandiere dell’anticolonialismo e, in modo ben più convincente, minacciando drastiche ritorsioni commerciali e persino misure militari — l’egemonia inglese sull’area. Dopo defatiganti trattative nel 1928 Londra accettò finalmente un compromesso con gli Stati Uniti che sigillò la totale egemonia sull’area di sette grandi società angloamericane — le famigerate “sette sorelle” — e l’espulsione d’ogni possibile concorrente. Ma fu solo una tregua. Fragilissima. Gli inchiostri color porpora tracciati sulle mappe — il red line agreement —, non fecero in tempo ad asciugarsi che la corsa per il petrolio riprese.
Gli americani insofferenti dello status quo concordato con gli inglesi — un accordo per loro assolutamente insoddisfacente — ripresero ad erodere le posizioni britanniche nel Levante con pervicacia e spregiudicatezza, cercando ovunque sostegni, simpatie, amicizie. Ovunque. Anche nell’irrequieta Italia mussoliniana, sempre più insofferente dell’occhiuta presenza albionica in quello che il Duce amava chiamare “Mare nostrum”.
Nel periodo tra le due guerre, tra Roma e Washington si sviluppò sulla base di una oggettiva coincidenza d’interessi geopolitici ed economici, —ma anche, alla luce d’oggi, d’imbarazzanti “somiglianze” tra il new deal e il corporativismo mussoliniano —un confronto aperto e un rapporto, alla prova dei fatti, solido. Ricordiamo che fu grazie ai capitali statunitensi che il Duce, con la preziosa consulenza del conte Giuseppe Volpi e di Vittorio Cini, riuscì ad affrancare lo Stato e l’economia nazionale dalla tutela della City londinese e a lanciare l’imponente processo di modernizzazione degli anni Trenta. Ma non solo. Fu sempre grazie alla benzina statunitense — con grande irritazione di Londra e Parigi — che le camice nere su camions Ford arrivarono ad Addis Abeba e, qualche anno dopo, i legionari di Franco e Mussolini a Madrid.
Ancor più importanti furono però le moderne tecnologie americane cedute alla giovane industria petrolifera italiana. Non si trattò, ovviamente, di regalie: per gli investitori nord americani l’Italia era l’ideale partner (minore) nella lotta contro l’egemonia petrolifera britannica sul Medio Oriente. Un rapporto privilegiato che proseguì sino al 1940 con la sottoscrizione tra Standard Oil e Texaco con l’AGIP di un accordo per la costruzione di un gigantesco complesso di raffinazione in Italia del petrolio proveniente dalle concessioni USA in Barhein e in Arabia Saudita.
Sarebbe però errato ridurre la politica energetica del Fascismo a semplice appendice degli interessi d’oltreoceano. Si trattò invece di uno sforzo industriale e scientifico complesso, ben più serio di quell’immagine pasticciata — “l’AGIP era un ferrovecchio del regime” — tratteggiata da Fasanella e Cereghino nel loro libro. Non è questa la sede per ripercorrere i diversi aspetti della politica autarchica né le vicende d’anteguerra dell’Agip di Giarratana e Cobolli Gigli, ma va ricordato che le “incursioni” in Iraq, in Albania, nell’URSS e persino in Equador, i progressi nella produzione di benzina sintetica, la scoperta del petrolio in Libia e, soprattutto, il ritrovamento dei grandi giacimenti di metano nella val Padana confermarono le potenzialità italiane (6). Non a caso il partigiano Mattei — dopo aver appreso, nel 1945, dal fascista Carlo Zanmatti, responsabile durante la RSI dell’AGIP, cosa si nascondeva sotto la pianura padana e le sabbie africane —decise di salvare con ogni mezzo l’azienda che il governo di Roma (su forti pressioni britanniche ma anche statunitensi) gli aveva incaricato di liquidare. Vale pure la pena di rammentare che l’innovativo approccio di Mattei verso i paesi produttori— uno scandalo per il cartello petrolifero anglo americano — riprendeva le linee guida vergate tra il 1928 e il 1932 dal presidente dell’AGIP Alfredo Giarratana, un mussoliniano di ferro. Ma questa è un’altra storia.

Gli “amici” americani

La guerra mondiale sospese ma non interruppe il rapporto tra Roma e Washington. Proprio nel 1942, alla vigilia del crollo militare italiano, il contrasto anglo-americano si ravvivò una volta di più. Già nel convegno di Casablanca Roosvelt e Churchill iniziarono a discutere e a scontrarsi sulle rispettive zone d’influenza e i futuri assetti geopolitici e economici dell’area mediterranea e, ovviamente, sul destino del nostro paese e del suo patrimonio coloniale. Come annota Massimo de Leonardis: «Il teatro mediterraneo ed in esso in particolare l’Italia erano stati considerati di preminente interesse della Gran Bretagna, che vi giocava il ruolo di senior patner nella grande alleanza di guerra. Il Mediterraneo fu il principale teatro della rivalità anglo-americana, che si celava dietro la facciata della special relationship, e fu in Italia che, proprio per la precedente supremazia britannica, apparve più chiaro il passaggio all’egemonia americana» (7). Non è dunque casuale che proprio nel 1944, in un’Italia malamente sconfitta, la diplomazia statunitense segni il suo primo importante punto sul Foreign Office, liquidando, con gran rabbia di Churchill, lo screditato governo Badoglio e imponendo l’appena più presentabile ma apertamente anti monarchico ministero Bonomi.
Per Withehall il colpo fu duro. I britannici — già impegnati nella faticosa “normalizzazione” della Grecia — si ritrovarono spiazzati: la decisione americana sconvolgeva i loro progetti riguardanti il nostro paese e l’intero assetto mediterraneo. Ma non solo. L’intervento statunitense sulla scena politica italiana rompeva un disegno articolato e costruito nel tempo. Dall’anteguerra Londra si era convinta che per la nazione «che aveva sfidato la supremazia inglese nel Mediterraneo fino a trasformarlo nel Mare Nostrum, fosse necessaria una severa lezione di realismo». Garanti della “nuova Italia”, post o afascista ma assolutamente subalterna, erano la dinastia sabauda, l’oligarchia militare e civile anglofila e pezzi del defunto regime: «Per Winston Churchill e per Eden il presupposto della continuità monarchica era un dogma inattaccabile. Quanto alla formazione del governo, i militari sarebbero stati molto ben accetti; ma non sarebbe dispiaciuto nemmeno un governo costituito da dissidenti fascisti, coordinato da Dino Grandi»(8). Invece, proprio all’indomani dal trionfo di Malta, sigillo della resa incondizionata italiana, l’ingombrante alleato atlantico frantumava i sottili schemi prefissati a Withehall e restituiva all’Italia, ormai mero trofeo di guerra e prossimo “guardiaporte” dell’impero, un abbozzo di dignità internazionale e un ruolo come piattaforma strategica della politica mediterranea — apertamente anti inglese — di Washington.
Una chance inaspettata, che i governi di Roma del dopoguerra colsero al volo consci che, pur accettando un profilo basso e un’apparente subalternità agli interessi statunitensi, questi fossero una volta di più — nonostante il mutamento dei rapporti di forza — ampiamente coincidenti con quelli nazionali. Il primo banco di prova (un dato già sopra accennato e che Fasanella ignora del tutto) fu la questione di Trieste: la restituzione alla madrepatria della città giuliana, occupata dagli anglo americani e minacciata dalla Yugoslavia comunista, fu oggetto di complesse trattative tra l’Italia e le potenze occidentali. Si trattò di una lunga via crucis che si concluse con la perdita degli ultimi brandelli d’Istria e la salvezza di Trieste, in cui si evidenziarono nettamente le differenze tra l’atteggiamento della Gran Bretagna (celatamente filo yugoslava e, come dimostrarono i fatti del 1953, sempre pervicacemente anti italiana) e quello più pragmatico e politicamente vincente degli USA.
Negli stessi anni, Washington e Roma assunsero una posizione comune dinanzi all’esplosione del movimento anticoloniale in Africa settentrionale e nel Levante e la crescente presenza dell’Unione Sovietica sulle sponde del bacino.
In quel periodo come sottolinea Virgilio Ilari, «L’Italia si è comportata come fosse convinta che gli Stati Uniti le avessero riconosciuto uno speciale vicariato per il Mediterraneo, il Nord Africa e il Medio Oriente… il “terzomondismo” italiano, almeno quello della politica estera e commerciale, non ha mai avuto connotazioni anti americane, ma semmai anti britanniche e anti francesi». (9). Su queste coordinate si saldò un legame — diseguale e contraddittorio — tra la nuova superpotenza mondiale e il vecchio dolorante Stivale. Coperto dal mantello della fedeltà atlantica, il nostro Paese riuscì a recuperare un ruolo internazionale e a sviluppare una politica estera parzialmente autonoma (persino con ambizioni “terzaforziste”) e un forte attivismo commerciale, che intaccarono pesantemente gli interessi anglo-francesi nel Mediterraneo e nel mondo arabo.
Al prezzo d’enormi sacrifici e innumerevoli mediazioni nel primo quindicennio post-bellico la nuova Italia riuscì a rialzarsi, ritagliandosi un posto di prima fila in Europa e imponendosi come protagonista su mercati sino allora monopolio del nemico di ieri. Per di più trovando, con Enrico Mattei, le chiavi per aprire lo scrigno più prezioso di Britannia, le terre dell’energia. Paradossalmente, fu l’Italia di De Gasperi, Fanfani e Gronchi a cogliere, sotto l’occhio compiacente di Washington, alcuni degli obiettivi fissati da Mussolini alla vigilia della dichiarazione di guerra. Un successo importante quanto provvisorio.

Destabilizzare l’Italia

La crisi di Suez del 1956 determinò la fine dell’egemonia britannica sul Mediterraneo e sul Medio Oriente e anticipò la disgregazione dell’impero africano. Un passaggio epocale. Agli inizi dei Sessanta, con qualche dispiacere, l’establishment archiviò definitivamente i sogni di potenza e accettò finalmente la primazia degli Stati Uniti; al tempo stesso Londra s’impegnò con successo per rinforzare, a scapito dell’Europa e a tutela degli interessi della City, il suo rapporto preferenziale con Washington.
A differenza di De Gaulle — il guardingo generale reputava la Gran Bretagna il “cavallo di Troia degli USA in Europa” —, i governi di centro sinistra non compresero appieno il cambio di prospettive e, convinti del consenso americano e sopravalutando la rendita di posizione geopolitica dell’Italia, insistettero nelle loro spregiudicate iniziative economiche verso il mondo arabo e, sulle ali della “distensione” kennediana, aprirono canali commerciali autonomi con l’URSS. Decisamente troppo per le amministrazioni statunitensi: nel nuovo quadro post coloniale il protagonismo di Roma risultava nuovamente un elemento di disturbo da limitare o —su suggerimento britannico —da neutralizzare.
Non è un quindi caso che proprio negli anni successivi al “miracolo economico”, i poli di eccellenza scientifico-tecnologici italiani in settori strategici come il petrolifero, nucleare e informatico vennero brutalmente ridimensionati o addirittura smantellati. Se è nota l’insofferenza d’oltreatlantico verso l’attivismo di Mattei (ben raccontata da Nico Perrone nei suoi libri), ricordiamo il pesante veto statunitense alle politiche nucleari militari e civili nazionali che portò, dopo il controverso caso Ippolito, alla soppressione del CNEN e lo strangolamento della più che promettente industria informatica italiana (fu l’Olivetti a progettare il primo PC e i primi microprocessori del mondo…) per mano dei colossi USA.
Di fronte all’offensiva della potenza egemone contro le basi stesse del modello di sviluppo economico e sociale del Paese, il centro sinistra rivelò tutti i suoi limiti: a cavallo dei primi anni Settanta, Moro e i suoi alleati di governo — stretti tra le pressioni internazionali, le crescenti tensioni sociali e l’avanzata del PCI — preferirono ripiegare l’Italia su posizioni di subalternità limitando gli interventi ufficiali a un modesto cabotaggio mediterraneo e filo arabo e a qualche intrigo in Balcania.
Ma se la politica scelse un basso profilo, le imprese italiane (in primis l’ENI) continuarono a difendere e sviluppare i nostri interessi nel mondo. Con gran sconcerto dei nostri alleati. Nel 1969, mentre il successore di Mattei Eugenio Cefis firmava un importante contratto con Mosca per la fornitura di gas naturale, in Libia cadeva il trono dell’anglofilo re Idris.
Il colpo di stato gheddafiano a Tripoli aprì quella che Fasanella definisce a ragione «la partita finale tra Italia e Regno Unito». Il sostegno di Roma — imposto dai dirigenti dell’ENI malgrado la brutale cacciata degli ex coloni italiani— al bizzarro colonnello determinò la definitiva espulsione dei britannici dal nord Africa e dal Mediterraneo e l’inizio di un fruttuoso rapporto privilegiato con l’ex “quarta sponda” a spese dei monopoli anglo-americani. Nel 1971, grato all’Italia per aver sventato un golpe monarchico sponsorizzato dagli inglesi (l’operazione Hilton), Gheddafi allontanava dal suo paese anche le multinazionali americane e concedeva all’industria petrolifera nazionale una posizione di primazia. Una vittoria piena che per quarant’anni Londra e Washington rifiuteranno d’accettare.
Sommando parte di questi dati (ma scordandone altri….) e forti dei documenti d’archivio, Fasanella e Cereghino nei capitoli finali dedicati agli anni Sessanta e Settanta hanno cercato di ricostruire uno dei periodi più travagliati della vicenda unitaria, individuando nelle innegabili ingerenze britanniche una delle chiavi della “strategia della tensione”. La tesi è affascinante ma rischia di sviare chi cerca di comprendere le traversie della nostra Repubblica: imputare al Regno Unito (ormai malconcio) la regia principale degli interventi esogeni nella terribile crisi italiana post-68 ci sembra quanto meno fuorviante.
Sebbene la “neutralizzazione” dell’Italia sia stata da sempre un chiodo fisso del Foreign Office, la destabilizzazione dello Stivale o/e il suo controllo era (ed è) interesse anche di potenze grandi e medie, “amiche” e meno amiche. Accanto agli inestinguibili rancori britannici (e le interferenze dell’ambasciata e dei servizi di Sua Maestà), vi furono altre forze, ben più potenti e micidiali, che si accanirono contro il nostro Paese. Come ricordano Rosario Priore e Giovanni Pellegrino (due autori ben noti a Fasanella…) e avvertiva Francesco Cossiga, l’Italia in quegli anni tragici si ridusse a mero teatro di un duro scontro tra Est e Ovest e tra Nord e Sud. In questo gioco al massacro — punteggiato da attentati, omicidi, stragi ancora impunite — sicuramente Londra ha avuto un ruolo importante ma, dato per noi centrale, sempre sinergico agli interessi dei potenti “cugini” d’Oltreatlantico, parallelo al lavorio dei soci occidentali e israeliani e, ovviamente, ostile alle iniziative dei servizi comunisti e medio orientali.
In questa logica si spiegano gli studi della CIA e dei servizi londinesi su possibili golpe — ipotesi, peraltro, tutte bocciate: quale cancelleria poteva affidare le sorti di una potenza industriale occidentale a settori perdenti della società militare, circoli reazionari e manipoli di attivisti? —, la riattivazione della rete informativa e spionistica del dopoguerra e i ben più solidi e inquietanti traffici tra i servizi angloamericani —un’abitudine comune anche agli apparati francesi, tedeschi, israeliani, sovietici, cecoslovacchi e arabi — con l’estremismo di sinistra (BR comprese), segmenti “deviati” della nostra Intelligence e organizzazioni massoniche varie. Pagine ancora tutte da scrivere.

I quesiti aperti

Alcune considerazioni finali. Rischiando di ripeterci, riteniamo che l’indagine fasanelliana abbia l’indubbio merito di illuminare, almeno parzialmente, una serie di “buchi neri” della storia unitaria, ma rimane incompleta. Il libro, infatti, si chiude all’indomani della morte di Moro ed evita di inoltrarsi oltre. Prigionieri delle loro tesi, il giornalista e il suo consulente interrompono la loro ricostruzione con l’omicidio del leader democristiano e la marginalizzazione del PCI. Due eventi che a loro avviso avrebbero impedito o interrotto la modernizzazione del “sistema Italia”. Ci sia consentito di dissentire. Aldo Moro fu uomo di grande intelligenza ma dimostrò in tutta la sua carriera politica — e le sue lettere dalla prigionia lo confermano — non solo la sua personale fragilità ma anche e soprattutto l’incapacità del mondo cattolico di riassumere e rappresentare l’idea di Stato. Per quanto riguarda il partito comunista italiano ci rimane difficile considerarlo un soggetto democratico, autonomo e nazionale piuttosto che il terminale (politico e finanziario) di un’ideologia fallimentare e di una potenza totalitaria, straniera e ostile.
Eppure, vi sarebbero materiali da indagare e storie da scrivere. Possibile che negli archivi inglesi non vi sia nulla sulle stragi di Ustica, Bologna? Possibile che Cereghino e Fasanella non abbiano trovato riscontri alle accuse di Rino Formica dopo la mattanza ferroviaria del Natale 1984? Come mai non vi sono commenti a Kew Gardens sulle dichiarazioni fatte all’indomani della strage del rapido 904 dal ministro socialista — con l’avallo del Presidente del Consiglio Craxi — a “Repubblica”. Commentando il terribile massacro Formica disse «ci hanno avvertiti, ci hanno mandato a dire che dobbiamo restare al nostro posto… l’Italia è un poligono di tiro».
Sarebbe, altresì, interessante trarre dagli scaffali le impressioni di Londra sull’Italia che mandava le sue navi nel golfo Persico e i suoi soldati in Libano e poi in Somalia e schierava a Sigonella i suoi carabinieri contro i marines, oppure i commenti del Foreign Office sulla misteriosa crociera italiana del Britannia nel 1992 e le parallele vicende di Tangentopoli. E poi, gli allarmi della City e gli attacchi de l’Economist del Financial Times contro i governi Berlusconi.
Fasanella e Cereghino hanno preferito eludere queste pagine. Peccato. Ma talvolta su zampe di colomba — come la danza di Zarathustra — la Storia ritorna lungo sentieri inattesi…

Il golpe inglese
di Giovanni Fasanella e Mario Josè Cereghino
Edizioni Chiare Lettere, Milano, 2011
ppgg. 354 – 16 euro

1) Con Ferdinando II il consuetudinario rapporto anglo-borbonico entrò in crisi a causa della questione degli zolfi della Sicilia. Il re a causa di un calo dei prezzi dovuta alla sovrapproduzione decise di sottrarre la produzione dello zolfo siciliano (unica in Europa) agli inglesi — i quali ne disponevano a piacimento e in regime di monopolio sin dal 1816 — stipulando un vantaggioso contratto con la società francese Taix-Aycard. Il governo britannico assieme alle proteste inviò una squadra navale nel golfo di Napoli e alcune navi mercantili battenti bandiera duosiciliana vennero intercettate e scortate fino a Malta o Corfù. Ferdinando per tutta risposta intimò l’embargo a tutte le navi inglesi sorprese nelle acque territoriali del suo regno e inviò contemporaneamente in Sicilia un contingente di 12.000 soldati in Sicilia. Il 21 luglio 1840 grazie alla mediazione del re di Francia Luigi Filippo e del Metternich il contratto con i francesi fu annullato previo risarcimento dei danni ai britannici.

2) Accanto ai canali ufficiali (e ufficiosi) interrotti dal conflitto, si svilupparono tra 1940 e il 1945 una pluralità di contatti segreti ai più alti livelli governativi che s’intensificarono man mano che la sconfitta dell’Italia mussoliniana apparve inevitabile. Un contesto per molti aspetti ancora inesplorato che, come ricordava Renzo De Felice (“Rosso e Nero”, Baldini&Castoldi, 1995, pp. 135-148) potrebbe riservare ancora delle sorprese: come l’emergere del misterioso carteggio Churchill-Mussolini della cui esistenza il grande storico reatino si convinse negli ultimi anni della sua vita.

3)Liliana Saiu, “La politica estera italiana dall’Unità ad oggi“, Laterza 1999, p. 101.

4)Come si evince dalle carte di Felice Guarnieri (Felice Guarneri, “Battaglie economiche fra le due guerre”, Mulino 1988) — Ministro degli Scambi e delle Valute e uno dei migliori tecnocrati di Mussolini — nemmeno tre anni dopo la conquista dell’Etiopia, la situazione era drammatica: «il blocco dei traffici internazionali costò all’Italia, tra il 1932 e il 1938, l’avvenuto, pratico dimezzamento delle riserve auree, scese da 7144 milioni nel dicembre 1932 ai 3674 dello stesso mese del 1938». Vedi anche in Enrico Cernuschi, “La vittoria in prestito”, Iuculano Editore 2006, p. 46.

5) Tra il 1924 e il 1925 furono scoperti importanti giacimenti in California, Texas e Louisiana che, per uno dei paradossi della storia, aprirono sul mercato petrolifero internazionale un inatteso ciclo forti eccedenze.

6) Per un’analisi della politica energetica italiana a cavallo del secondo conflitto, Daniele Pozzi, “Dai gatti selvatici al cane a sei zampe, Marsilio, 2009, pp. 101-132; Mauro Canali, “Mussolini e il petrolio iracheno”, Einaudi 2007; Roberto Malocchi, “Gli scienziati del Duce”, Carrocci 2003, pp 58–155; Enrico Cernuschi, “Il grande gioco”, supplemento alla “Rivista Marittima”, ed. Ministero della Difesa, n. 8/9, 2004.

7) Massimo de Leonardis, “Il Mediterraneo nella politica estera italiana nel secondo dopoguerra”, il Mulino 2003, p. 63.

8) Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, Ennio Di Nolfo e Maurizio Serra, “La gabbia infranta”, Laterza 2010, p. 29

9) Virgilio Ilari, “Guerra civile”, Ideazione 2001, p. 106-107.