Londra è pronta a salutarci. La crisi dei migranti, grande levatrice del sovranismo, disegna nuove crepe. Berlino rischia di crollare sotto i colpi di un’imminente recessione. E in tutto questo Gyorgy Matolcsy, presidente della Banca d’Ungheria annuncia che è ora di cercare una via d’uscita dalla trappola dell’euro. Certo l’Ungheria di Viktor Orban non il paese più amato da Bruxelles. Ma ascoltare il presidente di una banca centrale che – alla vigilia della Brexit e di un’imminente recessione continentale – liquida l’euro come una valuta nata senza rispettare le «indispensabili condizioni preliminari» non è un bel segnale. Eppure a Bruxelles nessuno muove un dito. Nei saloni di palazzo Berlaymont, come nella prima classe del Titanic, nessuno vuole guardare l’onda che sale. L’orchestra continua a suonare e i burocrati a ritmare i consueti passi di danza sul piano inclinato del baratro.

In questo clima surreale la presidente della Commissione Ursula Von der Leyen non sembra più la prima ballerina, ma una goffa anatra zoppa. A metà luglio, prometteva e sognava di cambiare l’Europa in cento giorni. Cento giorni per trovare soluzioni condivise sui migranti. Cento giorni per spazzar via le nebbie del cambiamento climatico. Cento giorni per raggiungere un «verde» accordo europeo capace di traghettarci, da qui al 2050, alla soglia o all’utopia delle emissioni zero. Oggi danza sull’orlo del baratro. In oltre tre mesi non ha potuto varare nemmeno la Commissione da presiedere. E così, a oltre cinque mesi dall’elezione del Parlamento europeo facciamo ancora i conti con quella di Jean-Claude Juncker e compagnia.

Le commissioni, infarcite dalla sinistra, non perdonano a Ursula di aver sbarrato la strada al socialista olandese Frans Timmermans. E peggio ancora d’esser la figlia di un compromesso franco tedesco materializzatosi grazie ai voti di Viktor Orban. Le prime fucilate le sono piovute addosso quando ha osato proporre non un «identità», non una Weltanschauung non una Visione del mondo, ma più banalmente uno stile di vita europeo. Il rassegnato silenzio con cui s’è inchinata al pensiero unico l’ha salvata.

Da settembre ad oggi le hanno affondato, record senza precedenti, tre dei 27 commissari proposti. E non è finita. Mentre molte incertezze s’addensano sui candidati di Ungheria e Romania la battaglia decisiva resta quella su Thierry Breton, il candidato all’Industria proposto in segno di sfida dal presidente francese Emmanuel Macron dopo la bocciatura di Sylvie Goulard. A Breton potrebbe non andare meglio. Ex ministro dell’economia e oggi presidente di Atos, gigante mondiale nella gestione dei dati aziendali, il candidato francese è un sorta d’improponibile ossimoro vivente rispetto ai mantra europei sul conflitto d’interessi. Un mantra quasi sacro per Margrethe Vestager, la Commissaria danese per la Competizione e vice presidente della Commissione famosa per aver affossato la fusione tra il gruppo Alstom e Siemens. La vittima finale di questa guerra per bande, a cui s’aggiungono le rivalità con il Consiglio europeo ed Europarlamento, rischia però di essere la von der Leyen. Ulteriori ritardi potrebbero rinviare la nomina della Commissione al prossimo gennaio.

Ma un’ulteriore paralisi mentre l’Europa affronta l’uscita della Gran Bretagna, la crisi della Germania, le minacce della Turchia e la concorrenza di Cina e America potrebbero persino portare alla scelta di un nuovo presidente. A quel punto l’acqua, però, sarà già nella sala macchine. E nei saloni di palazzo Berlaymont potrebbero spegnersi le luci.