Se l’apertura del Canale di Suez nel 1869 e il successivo raddoppio del 2015 hanno significato rinnovata centralità del Mediterraneo l’opportunità oggi come allora non è stata ancora pienamente colta dalla portualità meridionale.
I fattori sono molteplici. Innanzitutto si rileva, per l’economia meridionale, scarsa attenzione nelle politiche nazionali ed europee volte ad arginare l’emergente rischio di parziale emarginazione connesse alle strategie cinesi della Belt and Road Iniziative e, più in generale, dei flussi mediterranei rispetto alle reti TEN-T europee. Il Mediterraneo è un mercato appetibile per il Dragone cinese e, non a caso, il Pireo è diventato il pilastro della presenza cinese in un’ Europa che è già parte della Nuova Via della Seta.


L’Italia, ed in particolare il Sud, naturale piattaforma logistica del “Mare Nostrum” è fortemente penalizzata dalla concentrazione oligopolistica delle grandi compagnie di container shipping che con lo sviluppo del “gigantismo navale” hanno abbandonato i porti hub di Taranto e Gioia Tauro e ormai raggiungono direttamente i porti del Northern Range bypassando le tradizionali rotte mediterranee.
Il Mediterraneo, in questo nuovo scenario economico, può ancora giocare un suo ruolo attraverso l’implementazione dello short sea shipping il cui fattore di successo è l’alternativa marittima alla strada per il trasporto su gomma e garantisce una fetta di mercato considerevole nonostante la ferrovia sia il valore aggiunto per l’intermodalita’ con l’Europa continentale.


Il ruolo dei porti meridionali dipende da una strategia nazionale che, nell’attuale contesto geopolitico, non può più essere rimandata. Il rafforzarsi della direttrice di traffico mediterraneo dopo l’ampliamento del Canale di Suez rappresenta un’imperdibile occasione per il Mezzogiorno considerata la sua vocazione naturale ad essere la piattaforma logistica del Mediterraneo, area cruciale di traffici e non solo di crisi migratorie o problemi di instabilità politica come quella libica.
Il turismo crocieristico verso il Golfo Persico e le rotte dei feeder dello short sea shipping sono la punta di diamante del nostro armamento ma non basta: occorre dotarsi di una rete portuale efficiente per competere con le “roccaforti” cinesi e giocarsi una partita importante nella Maritime Silk Road. Altro importante pivot possono essere le Zone Economiche Speciali che dovranno trasformare i porti in driver di sviluppo.


E veniamo al porto di Salerno che è quello che più ci interessa per capire come dovrebbe collocarsi lo scalo nella nuova dimensione “di Sistema” voluta dalla riforma portuale del 2016. Il porto di Salerno sembra difatti un porto non catalogabile né tra quelli definiti di transhipment e men che meno tra quelli denominati gateway per un motivo fondamentale: non ha aree retroportuali e collegamenti ferroviari e se non verranno rapidamente realizzate le prime non avrà alcuna possibilità di sviluppo logistico. Un futuro incerto? Tutt’altro. Con l’attuale gestione “virtuosa” delle banchine e il futuro dragaggio potrà sicuramente recitare un ruolo di primo piano nel Sistema Portuale Campano e nel Mediterraneo in virtù del suo consolidato “ranking” raggiunto negli ultimi decenni.
Tornando allo scenario internazionale è indubbio che il raddoppio di Suez consente di sfruttare l’enorme potenziale del gigantismo navale ma, ancora una volta, la dotazione infrastrutturale della portualità meridionale, ancora insufficiente, obbliga a raccogliere una nuova sfida logistica: riallinearsi o morire. Senza questo decisivo step non potrà sfruttare quello che, geograficamente, sembra essere un grande vantaggio della Penisola: la centralità. Come ci insegna la storia, non sempre la geografia è fattore decisivo per esercitare quello che gli studiosi di geopolitica chiamano il potere marittimo. La competizione marittima è più agguerrita che mai e se l’Italia, ed il Mezzogiorno in particolare, non adeguera’ i propri porti, sarà difficile non farsi stritolare dalla morsa, costituita dai porti del Nord Europa, dal Pireo cinese e dai porti del Nord Africa, che ci attanaglia sempre di più.