La fine dell’anno di Emmanuel Macron si annuncia molto triste. Il discredito che lo circonda era inimmaginabile dodici mesi fa quando, sull’onda dell’elezione, se non proprio a sorpresa quanto meno data per probabile, la maggior parte dei francesi che lo avevano votato immaginavano che le agognate e promesse riforme sociali, economiche ed istituzionali si sarebbero concretizzate. Libero dall’ipoteca dei vecchi partiti il giovane presidente, la sua permanenza all’Eliseo sembrava tranquilla. Troppo tranquilla. Al punto che, cedendo ai suoi impulsi caratteriali, ha cominciato a pensare che da presidente dei francesi poteva trasformarsi in una sorta di autocrate. Il gabinetto costituito con pochi fedelissimi, qualche transfuga socialista e qualche altro post-gollista, un po’ di amici del vecchio François Bayrou, il centrista per tutte le stagioni, gli garantiva un’agibilità che nessun altro dei suoi predecessori aveva avuto, tranne forse il generale De Gaulle.

Macron ha così cominciato a percorrere una strada in salita, lungo la quale ha dimenticato la Francia per farsi statista europeo e mondiale: prima ha ritenuto di poter riformare le istituzioni comunitarie, con l’avallo di Angela Merkel; poi ha rivolto il suo sguardo oltre l’Atlantico e, complice la Brexit, ha trovato un posto in prima fila alla Casa Bianca, dove serpeggiava inquietudine per le scelte del Regno Unito, coronato da un discorso al Congresso che, nelle sue intenzioni, avrebbe dovuto fare epoca.

Ma Trump è un animale politico poco duttile e perfino ingrato. I rapporti tra i due capi di Stato si sono rivelati complessi e contraddittori. A Parigi, durante le celebrazioni per l’anniversario della fine della Prima Guerra Mondiale, lo scambio di “cortesie” è stato piuttosto ruvido ed originato da polemiche fuori dal tempo, come i costi della partecipazione americana all’Alleanza atlantica. Un tema non proprio di stretta attualità e di grande interesse visto come vanno le cose nel mondo.

Per non parlare di altre querelles, dallo scenario libico al neo-imperialismo macroniano che certamente non tranquillizza gli strateghi del Pentagono, né lo stesso Trump geloso custode delle prerogative statunitensi sull’Occidente e convinto sostenitore di un’Europa vassalla del suo Paese.

Ma ai francesi, al di là del riconoscimento di una grandeur posticcia, non importa molto delle manovre internazionali del loro presidente fino a quando non mettono a rischio l’incolumità della nazione. E, francamente, non si sentono tranquilli di fronte all’integralismo islamico che in Francia ha il suo pied-à-terre inespugnabile a quanto sembra.

Sono piuttosto le tasse, l’incertezza del futuro, l’ombra dell’impoverimento gravante soprattutto sul ceto medio a preoccupare quanti un anno fa nutrivano perfino speranze eccessive sulle politiche annunciate da Macron. I gilets jaunes hanno dato il senso alle inquietudini dei francesi, mentre il presidente, sempre più isolato dai cittadini e sempre più condizionato da ristrette cerchie oligarchiche, si proponeva come il terminale politico-istituzionale dei ricchi. Il campione del mondialismo. L’assertore dei sacrifici per tutti tranne per chi poteva sostenerli. La sua “Rivoluzione” non è finita alla Bastiglia, ma all’Eliseo e la circostanza si è rivelata insopportabile per quanti faticano ad arrivare a fine mese grazie al carovita insostenibile.

La questione dell’aumento dei carburanti è stato il pretesto per la rivolta. Ma già il “caso Benalla” e le dimissioni di tre ministri eccellenti, tra cui quello della Transizione ecologica, Hulot e dell’Interno Collomb, denunciavano la crisi profonda della presidenza rivoluzionaria, segno che En Marche! si era fermata.

Agli scandali di Palazzo, coinvolgenti l’entourage macroniano, si sono sovrapposte le manifestazioni violente degli esclusi. E non sembra che la tregua natalizia abbia portato il rasserenamento sperato dopo i tredici minuti del discorso televisivo con il quale Macron ha promesso riforme inattuabili senza sforare pesantemente i parametri europei. Come dire: tra il dire ed il fare c’è di mezzo… Bruxelles dove, per quanto il presidente conti amici compiacenti, non è facile far accettare ai partners europei le richieste di Parigi mentre a loro si chiedono strette economiche prossime allo strangolamento.

I gilets jaunes non si arrendono. Sembra che vogliano costituirsi in movimento politico. Troverebbero parecchie sponde. Venti sigle si sono già registrate in rappresentanza del movimento. Florian Philippot, ex-braccio destro di Marine Le Pen, ha registrato “Gillets jaunes ” in vista delle elezioni europee del maggio prossimo, secondo il quotidiano l’Opinion.
Al giornale che ne ha dato la notizia ha rivelato che intende guidare una lista di candidati “metà patrioti, metà gialli”. Non si sa quanto è credibile l’operazione posto che Philippot nei sondaggi è accreditato dell’1% e al massimo può rosicchiare qualcosa al Rassemblement national. I concorrenti nell’accaparrarsi le simpatie dei gilets jaunes del resto sono molti tanto all’estrema sinistra che all’estrema destra, ma intelligentemente sia Jean-Luc Melénchon che Marine Le Pen sono stati finora molti discreti rifiutando di strumentalizzare l’ancora confuso e contraddittorio movimento.

Da un recente sondaggio Ifop, il 13% degli intervistati ha dichiarato di voler votare per un candidato dei gilets jaunes alle europee. Philippot, non si fa scoraggiare dallo scarso radicamento del suo partito e, tanto per non avere rimpianti, ha registrato il marchio il 30 novembre scorso, ma ha detto che deve ancora ottenere il parere l’Istituto nazionale per la proprietà industriale, che prenderà la decisione di ammettere o meno il simbolo che richiama i protestatari da affiancare a quello dei Patriots.

Macron ha di che preoccuparsi, comunque. I partiti si organizzano, i vecchi che aveva demolito si ricompongono, nuovi soggetti avanzano, la polemica dei populisti conquista maggiori e più agguerrite platee, lui osserva quasi attonito la sua progressiva caduta che i sondaggi impietosamente certificano.

Per di più faccende private e personali, si dice a Parigi, gli hanno fatto perdere la sicurezza in se stesso. Brigitte, la compagna e poi moglie che lo ha ispirato per buona parte della sua vita, è finita nel tritacarne delle polemiche social per una foto non proprio edificante. Ha inopportunamente, infatti, posato al fianco di Marcel Campion in un mercatino di Natale, a Parigi. Campion, 78 anni, è un uomo d’affari francese che ha fatto fortuna con il luna park di Parigi. È affettuosamente conosciuto come il “re dei parchi divertimento”e possiede, tra l’altro, la celebre ruota panoramica che domina gli Champs Elysées dalla Concorde. Nel settembre scorso è inciampato in clamorose dichiarazioni omofobe, attaccando funzionari comunali che avrebbero voluto spostare il suo parco giochi fuori Parigi. Li ha definiti ‘gay pervertiti’. Ma, per mettere una toppa al buco ha poi aggravato la sua posizione asserendo di non avere ‘nulla contro gli omosessuali, tranne quelli che sono un po’ pervertiti’. Ora, dopo tre mesi Campion è tornato ad animare le cronache grazie allo scatto con Brigitte Macron, che ha visitato il suo parco giochi insieme ai nipoti.

Il quotidiano “Le Parisien” ha postato la foto sui propri profili social, scatenando nuove polemiche. E a Parigi, nei bistrot e tra i mercatini poco affollati, ci si domanda che necessità aveva la première dame di farsi ritrarre abbracciata e sorridente ad un uomo che nella comune opinione passa per essere omofobo.

Neanche la musica sembra che rassereni Macron in questi giorni. Qualcuno dice che le due ali dell’Eliseo non siano in comunicazione. Ma si esagera, quasi certamente. Forse un brindisi la notte di Capodanno metterà tutto a posto. O quasi.