Prendiamo sul serio le ultime dichiarazioni del Ministro Fioramonti, nel senso che non intendiamo considerarle come esternazioni estemporanee in attesa di smentita o aggiustamento, ma – come in effetti sembrano essere, consultando le fonti che le hanno riportate – novità che egli è determinato a calare nella realtà scolastica entro pochi mesi.

Il Ministro infatti dichiara che “L’anno prossimo l’Italia sarà il primo Paese al mondo dove lo studio dei cambiamenti climatici e dello sviluppo sostenibile sarà obbligatorio”. E di seguito precisa che “tutte le scuole dedicheranno 33 ore all’anno, circa un’ora a settimana, alle questioni relative ai cambiamenti climatici”. Più oltre il Ministro fa presente che “molte materie tradizionali, come geografia, matematica e fisica, saranno studiate in una nuova prospettiva legata allo sviluppo sostenibile” e che “l’intero ministero sta cambiando affinché la sostenibilità e il clima siano al centro del modello educativo”.

Non possiamo affermare che questo sarà il colpo finale all’insegnamento fondato sui saperi disciplinari, come altri stanno sostenendo con preoccupazione. Non lo possiamo semplicemente perché  riteniamo che, qualora il Ministro Fioramonti dovesse durare alla guida del suo Dicastero, sicuramente dovremo assistere ad altre consimili iniziative, a testimonianza di una creatività che difficilmente potrà esaurirsi da un momento all’altro.

Pertanto ci limitiamo a dedicare  alla questione alcune note brevi quanto circostanziate, evitando generalizzazioni e giudizi pregiudiziali.

Dopo l’introduzione dell’ora obbligatoria di Educazione Civica (peraltro non attribuibile all’attuale Ministro) quella di Climatologia (o come verrà chiamata) sarà il secondo insegnamento “debole” introdotto nei programmi, o in quel che ne resta. Debole sia perché allocato in orario ridottissimo, sia perché si può facilmente immaginare che esso sarà ridotto a quella serie di luoghi comuni che il pensiero ambientalista e climatista ha diffuso negli anni recenti, luoghi comuni peraltro contestati da numerosi studiosi. Si tratterà oltre tutto di un insegnamento fortemente ideologizzato, che come tale si presterà a critiche e susciterà dissidi, ma soprattutto sarà occasione per quella colonizzazione del pensiero di alunni e studenti che non deve diventare lo scopo, né primario né secondario, della scuola italiana.

Al di là di questo rischio, che consideriamo peraltro una certezza, rimane l’aspetto che indicavamo per primo, cioè quello di una “debolezza” disciplinare che si inserisce peraltro in un flusso di sperimentazioni e iniziative il quale già per conto suo, ben precedentemente alle dichiarazioni del MInistro Fioramonti,  muoveva verso un modello di scuola fondato sull’intrattenimento e la socializzazione. Ci riferiamo principalmente alla didattica “per competenze”, la quale ha fortemente annacquato i saperi là dove i docenti non hanno fatto appello a doti personali di serietà e di passione per le loro discipline di riferimento. E che conosce oggi la sua degna consacrazione nell’ottalogo delle “competenze chiave europee”, vero monumento alla semplificazione dei saperi e allo smarrimento della propria identità storico-culturale, tanto è vero che lo studio della Storia neppure vi è contemplato.

Il passaggio dedicato dal Ministro alle  “materie tradizionali, come geografia, matematica e fisica” le quali “saranno studiate in una nuova prospettiva legata allo sviluppo sostenibile” suscita poi diverse perplessità, la più lieve delle quali è che discipline dai profondi contenuti teorici vengano ridotte a saperi ancillari rispetto ad altri saperi dubbi e impalpabili. Insomma ombre di  sogni, come diceva qualcuno. Non resta che sperare che l’immenso retaggio della nostra tradizione culturale, unitamente alla realistica saggezza dei docenti, nonché all’amore degli stessi per ciò che hanno scelto di studiare ed effettivamente hanno studiato, possa quanto meno mitigare quanto sembra profilarsi all’orizzonte,  perché la scuola rimanga sede di studio, riflessione, educazione, e non spazio-tempo di chiacchiere stravaganti e ideologie alla moda