I morti si moltiplicano, i conti non tornano e i sospetti aumentano. Da ieri la Cina è di nuovo nel mirino. E non solo per la tardiva rettifica del numero delle vittime del coronavirus, ma anche per i crescenti indizi sulla possibile fuga accidentale del virus da uno laboratori di Wuhan.

Le accuse più pesanti arrivano dal premio Nobel per la medicina Luc Montagnier convinto che all’origine della pandemia vi siano le avventate ricerche condotte dagli scienziati cinesi impegnati nella ricerca di un vaccino contro l’Aids. Alle accuse di Montagnier s’aggiungono le rivelazioni attribuite alla dottoressa Shi Zhengli, una ricercatrice dell’Istituto di Virologia di Wuhan soprannominata «bat woman» perché impegnata da 16 anni in pericolose ricerche sui pipistrelli e sulla trasmissione all’uomo del Coronavirus responsabile della precedente epidemia di Sars.

Ma partiamo dalla mossa con cui Pechino ha rettificato, ieri, il bilancio delle vittime del Coronavirus nella provincia dell’Hubei innalzandolo da 2579 a ben 3869. I 1290 morti mancanti, pari a oltre il 50 per cento del bilancio fin qui ufficiale, sarebbero stati aggiunti dopo il computo delle vittime decedute in casa e rimaste quindi escluse nelle statistiche. La rettifica sembrerebbe credibile visto che le stesse omissioni, dovute all’assenza di tamponi e quindi di diagnosi certe, si registrano sia in Italia, sia negli Stati Uniti sia nel resto d’Europa.

La correzione è però assai tardiva e arriva dopo quella di metà febbraio quando le autorità locali vennero accusate di minimizzare il contagio e i bilanci moltiplicati del 45 per cento da un giorno all’altro. In verità, come ripetono medici e scienziati occidentali, nulla nei dati ufficiali cinesi sembra avere una logica e tutto fa pensare ad un numero di contagiati e vittime assai più alto. Trump lo dice chiaramente: «È molto più alto i quello che hanno dichiarato e molto più alto degli Stati Uniti».

Una tesi avvalorata dai ricercatori dell’Università di Hong Kong che stimano in circa 232mila le persone contagiate a fine febbraio nella sola provincia di Hubei. Una cifra quasi quattro volte superiore ai circa 82mila contagi ammessi dalle autorità cinesi dopo la rettifica di ieri. Il tentativo di esibire una presunta trasparenza potrebbe puntare ad acquisire una tardiva credibilità e arginare le imbarazzanti ipotesi di una diffusione accidentale del contagio dovuta alle scarse misure di sicurezza adottate nei laboratori di virologia di Wuhan.

La tesi è vigorosamente sostenuta da Montagnier che afferma di aver analizzato il genoma del Covid-19 individuandovi una sequenza del virus dell’Hiv. «Per inserire una sequenza dell’Hiv in quel genoma – ha dichiarato lo scopritore del virus dell’Aids – sono necessari strumenti molecolari e questo può esser fatto solamente in un laboratorio». Perplessità molto simili a quelle avanzate dalla «bat woman» Shi Zhengli che il 30 dicembre venne richiamata nel laboratorio di Wuhan per capire se i prelievi effettuati su due pazienti affetti da una polmonite «anomala» avessero dei legami con gli agenti patogeni raccolti nel corso dei suoi studi.

Intervistata da Scientific American a fine marzo la dottoressa ha negato che il contagio sia legato ai suoi studi, ma ha ammesso di averlo temuto. La ricercatrice esprime però seri dubbi sul fatto che il passaggio del virus da animale a uomo possa essersi verificato nel mercato di Wuhan come sostenuto da Pechino. Dopo l’intervista la «bat-woman» ha fatto sapere di aver abbandonato le attività di ricerca ed è stranamente e misteriosamente scomparsa dalla scena.