Una disputa che sa di autodeterminazione, spesso include le capacità di un popolo capace di reagire alle ingerenze che si annidano nel profondo di diversificate pieghe della storia. La presidentessa della nuova Argentina Cristina Fernández de Kirchner, è intenzionata a non dimenticare un conflitto capace di lacerare frammenti di memorie angoscianti. Una controversia in grado di superare anglicismi e rivendicazioni territoriali percepibili a chilometri di distanza.
Un arcipelago (Malvine o/e Falkland) di idee e rivendicazioni pungenti; nel 179° anniversario di una disputa interminabile, nel ricordo di 74 giorni di una disastrosa guerra che ha visto protagoniste due nazioni agli antipodi, la Gran Bretagna e l’Argentina, nell’anno in cui i cinque continenti subivano il fascino indistinto di un prossimo mondiale di calcio quello del 1982, in cui l’Italia di Bearzot riuscì a sovvertire ogni pronostico vincendo il terzo titolo mondiale. La “ lady di ferro” Margaret Thatcher metteva a dura prova i nervi saldi del generale argentino Leopoldo Galtieri e la junta militar guidata dal generale Jorge Videla, annichilendo un’opinione pubblica resa sterile dall’evento sportivo.
Nonostante siano passati trenta anni, Cristina Fernández medita e, di colpo lancia un guanto di sfida in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, articolando in ogni sede mediatica e politica i diritti nazionali e le incertezze dovute alla militarizzazione dell’arcipelago per mano inglese, risvegliando l’interesse internazionale per una pagina di storia abilmente orientata a classificazioni secondarie: il totale disinteresse verso eventi giudicati infinitesimali, utopistici. Forme di una disinformazione che non colgono impreparata una donna, un’odierna “Dama de la speranza”, la quale porta in dote i 400 km che dividono le Islas Malvinas dalla Tierra del Fuego come se fossero un’estensione congenita, movimentata dalle onde dell’Oceano Atlantico ma, geograficamente unita.
Carattere e ragioni inversamente opposti all’incedere di un percorso storico costellato da disordini operai di un’Inghilterra di inizi anni 80 in piena recessione economica, irrimediabilmente propensa ad un’accelerazione contro alcune specifiche tangibilità nazionalizzate quali la British Leyland, i ferrovieri e gli addetti alla commissione delle acque, i minatori. Tumulti che destarono all’epoca un’improvvisa etichettatura del governo inglese disposto a tutti i costi a risanare l’azione inesistente dei sindacati, mediante la destrutturazione dei capi saldi dell’imprenditoria nazionalizzata ad appannaggio delle nuove sperimentazioni nel campo della telecomunicazione e delle nomenclature private, purché di stampo liberale.
Avvenimenti capaci di catalizzare l’immediatezza di una fase risolutiva dove le ambivalenze sociali furono vittime illustri di una combinazione patologica del loro stesso intercalare, rilevatosi il solito maldestro pour-porì da miscelare sapientemente alla taumaturgia spettrale di stampo sovietico dell’epoca.
Le dichiarazione della Kirchner non cadono in un vuoto asintomatico dalle pregiudiziali patriottiche. Risvegliano amabilmente scenari offuscati dall’incedere degli anni, mai capaci di minare la determinazione verso le attualissime esigenze britanniche di rinnovato mantenimento dei siti coloniali. Un coraggio il suo, non incline a delazioni anacronistiche capaci di acutizzare il difficile rapporto tra i due stati.
L’oggetto del contendere sembrerebbe il ritrovamento di alcuni giacimenti petroliferi reperibili nel fondale sottostante l’arcipelago delle Falklands/Malvinas. La Dama fa spallucce e contrattacca a ciò che pare un’opera accusatoria dalle dinamiche lontane anni luce dai diritti e dagli espropri subiti in un’area di 4.700 miglia quadrate: le conseguenti accuse dell’uso di una dialettica nazionalista mirata ad accostare ed esaltare l’operando della presidentessa, culturalmente ed etimologicamente contigua al governo argentino di Videla, rivelano un’allarmante regia di doppi giochi e tiri mancini antecedente la questione Malvinas. Non vi è ombra di dubbio che l’ardore argentino dia serie preoccupazioni a chi tenta di rifarsi di una verginità politico-strategica e a chi da sempre non è capace di sotterrare l’espansionismo perduto, le ambizioni di un’egemonia letteralmente ridotta a vapore acqueo in America Latina.
La Casa Rosada si ama e si onora nel nome di un’autosufficienza a lungo relegata nei percorsi e nelle anse di un Default, che ad oggi, fu per l’Argentina provvidenziale. La nazionalizzazione di YPF (l’azienda leader del mercato dei combustibili in suolo argentino) è la conseguente suddivisone dell’apparato produttivo e delle esportazioni mediante il reintegro in patria dei proventi, prefigurandone l’assorbimento da parte dell’humus argentino e la successiva acquisizione dei fondi pensione e delle aerolinee. Un paso doble in grado di suggestionare e al tempo stesso di lasciare interdetto ogni sostenitore dei mercati forti.
Razionalità e alma di un’epoca mai sopita, consapevolezza di anni bui in cui l’immissione di capitali esteri da parte del Fondo Monetario internazionale, vide nell’ex Presidente Carlos Menes una facile sponda a cui rilegare il ruolo di Gran Giurì dei sovrabbondanti saldi dell’operosità argentina. Saldi e svendite che toccarono i principali settori, spaziando dalle amministrazioni dell’acqua, delle poste, delle aerolinee e dei carburanti, cedute senza esclusioni di colpi alle multi compagnie estere.
D’altronde, la Spagna incalza e non è l’unica Nazione-cordata ad avere interessi dell’equivalente italiano, europeo, in America del Sud. Lunga data e lunga mano inseguendo la rotta del grande volume di argillite petrolifera. Non a caso, materiale combustibile dalle caratteristiche uniche: non necessita di un trattamento per l’impiego energetico, indubitabilmente capace di attirare l’interesse dei giganti dell’oro nero. Il quotidiano El Pais solletica Cristina quanto un veneto dinanzi un piatto di Bigoli “in saor.” Le dichiarazioni di un’ipotetica guerra fredda, economica, spagnola e argentina, scuotono dal torpore massmediatico. Un Eco, non Umberto, risuona lontano: Las Malvinas fueron, son y serán argentinas. Così vuole il vento?
Senz’anima e senza prostrazioni, una donna e una Nazione sfidano le ingiurie di un establishment votato alla globalizzazione. Un tango milonguero, alla luce del sole.