I commentatori sono tutti d’accordo. Con la fuoriuscita di Silvio Berlusconi dalle istituzioni parlamentari si avvia una nuova era politica. La “Terza Repubblica” è gia iniziata, centrodestra e centrosinistra sono cantieri aperti per rimodulare assetti interni e costruire nuove sintesi. Nuove alleanze che non necessariamente ricalchino il modello bipolare conosciuto fino ad ora, si profilano all’orizzonte. Il governo delle larghe intese, seppur dettato da una situazione inedita e da un momento emergenziale, può fare scuola ai diligenti discepoli del neocentrismo. La partita si gioca tutta all’interno di quello che fino ad ora è stato il Popolo delle Libertà. Quello che fino ad oggi è il più grande partito del centrodestra è ormai da tempo scosso dalle convulsioni di gruppi dirigenti che mostrano visioni prospettiche divergenti se non antitetiche. La concreta possibilità che la figura carismatica e unificante del Cavaliere venga estromessa dalla politica attiva ha attivato un meccanismo che, nonostante le dichiarazioni, difficilmente potrà trovare una sintesi unitaria. Lo “strappo” di Alfano sul sostegno al governo Letta, forse al di là delle intenzioni, ha avuto l’effetto di un richiamo irresistibile per una serie di personaggi uniti dal comune codice genetico democristiano e dalla voglia matta di archiviare il bipolarismo a favore della costruzione della nuova “Balena bianca”.

 

 

 

Oggi è il ministro della Difesa Mario Mauro, ex-Pdl ora Scelta Civica a lanciare un appello al collega degli Interni. “Ora servono gli Stati generali dei moderati (“alfaniani”, Udc e “montiani” ndr) e Alfano può svolgere un ruolo importante se il profilo non estremista del Pdl si consolida” – ha detto Mauro. Obiettivo di questa operazione, sempre secondo il ministro, “il superamento della forma-partito Pdl così come oggi è conosciuta. Perché penso – ha spiegato – che sia tutt’altro che campata in aria l’idea di una aggregazione politica che, facendola realmente finita con gli estremismi, ricomponga un’area di responsabilità e chiamiamola pure di centrismo o centralità politica che si faccia carico dei prossimi difficili anni”. Ma come sempre è la Sicilia a distinguersi ogni qualvolta nascono nuove formule e alleanze politiche (non tutte coronate da successo per la verità).

 

 

 

E così l’esca agli “alfaniani” l’ha lanciata ieri il ministro per la Pubblica Amministrazione e Semplificazione Gianpiero D’Alia. Messinese e democristiano dalla nascita, l’uomo forte di Casini nell’Isola ha usato le colonne del Giornale di Sicilia per lanciare il suo appello. “Alfano e i moderati del Pdl hanno fatto una scelta coraggiosa e ora non devono perdersi in un bicchiere d’acqua pensando di poter convivere con chi la pensa in modo diverso da loro. Si perderebbe una grande occasione” ha affermato D’Alia. Quale sarebbe questa imperdibile occasione politica? Si tratterebbe di costruire “un sistema politico nuovo  che da un lato veda insieme moderati e riformisti in un nuovo soggetto politico ancorato al Ppe e dall’altro una nuova formazione che superi il Pd”. Detta così l’idea funziona, peccato che per gli affezionati al bipolarismo, alle scelte chiare, ai partiti che si presentano con programmi e valori alternativi, alle coalizioni che dicono prima e nettamente “come” e “con chi” vogliono governare tutto questo puzza. Il sostegno del neo-Pdl al governo nazionale di Enrico Letta, il ruolo determinante dell’Udc siciliano nella candidatura e nella vittoria di Rosario Crocetta sono precedenti chiari. D’Alia in Sicilia è stato abile nello sposare un candidato di sinistra, il più a sinistra del Pd, facendolo diventare elemento di sintesi per ambienti e interessi vari. E la rottura del governatore con il suo partito d’origine ha già avuto lo stesso effetto del miele con le mosche. All’Ars non soltanti deputati in libera uscita dalle loro liste, ma anche pezzi significativi del Popolo della Libertà hanno dichiarato la loro disponibilità a sostenere il governo, ovviamente in nome della “responsabilità”.

 

 

 

Dietro la decadenza di Silvio Berlusconi, quindi, si gioca una partita ben più grande tra chi vuole archiviare il sitema bipolare per sostituirlo con un neo-centrismo pronto alla mediazione sempre e comunque, e chi vuole mantenere un sistema nel quale si confrontano due coalizione distinte e alternative. Per comprendere cosa accadrà bisognerà vedere come evolve il confronto tra gli “azzurri”. Angelino Alfano promette continuità politica, ma la sua leadership è minacciata da un altro giovane ex-Dc di belle speranze, Raffaele Fitto. “Nessuna guerra, nè epurazione” afferma l’ex presidente della Regione Puglia, che propone: “Azzeriamo tutte le cariche (quindi anche quella di segretario del Pdl di Alfano), facciamo un congresso vero ed eleggiamo tutti gli organi dalla base al vertice”. Una tesi che non è piaciuta a Dore Misuraca, punto di riferimento “alfaniano” in Sicilia che ha bollato come “destabilizzante” la proposta Fitto. Ma non tutti sembrano pensarla allo stesso modo. Perché a sposare la tesi del percorso congressuale è l’ex ministro dell’Agricoltura, anch’egli democristiano di lungo corso Saverio Romano. “Oggi il centrodestra tutto ha bisogno di una verifica politica che passi da una grande partecipazione dei suoi elettori per scegliere la linea politica e la sua rappresentanza” – ha affermato il coordinatore di Cantiere Popolare – . E per rendere più esplicata la sua posizione chiosa: “Ci aiuta da una parte Ernesto Galli della Loggia quando auspica un centrodestra alternativo alla sinistra, e dall’altra ci preoccupano Epifani e Cuperlo che vorrebbero un centrodestra subalterno alla sinistra”.

 

 

 

In conclusione il confronto dentro il Popolo delle Libertà passa certamente dagli atteggiamenti che anche in Sicilia assumeranno gli uomini di Alfano. La partita che si gioca non è soltanto l’appoggio trasitorio e eccezionale al governo Letta o al governo Crocetta, ma comprende lo sviluppo di una visione politica che potrebbe stravolgere il sistema così come lo abbiamo conosciuto, ripescando dalle nebbie del passato il fantasma della Prima repubblica. Ovvero quell’attitudine alla mediazione continua, sulla scorta della “responsabilità” e della “governabilità”, non solo sui programmi, ma anche sui principi che oltre un ventennio fa aveva ucciso la politica in Italia.