Vanni Codeluppi è un sociologo ed i suoi studi includono i fenomeni comunicativi dei consumi, dei media e della cultura di massa. È professore ordinario in Sociologia dei processi culturali e comunicativi presso l’Università IULM di Milano, ha insegnato anche nelle università di Modena e Reggio Emilia, Palermo e Urbino. Trattasi di uno dei più grandi conoscitori delle opere e degli studi di Jean Baudrillard in Italia.

La peculiarità che lo contraddistingue dagli altri cultori di Jean, è indubbiamente quella di ampliare gli orizzonti e fornire al lettore degli ottimi spunti per ragionare sugli scritti del sociologo, filosofo, politologo e saggista francese. Il giusto stimolo per intraprendere degli studi e delle ricerche parecchio diversificati sugli argomenti trattati da le génie visionnaire de Reims​. Una dote rara cui tutti i saggisti anelano ed uno degli scopi ultimi della saggistica d’autore.

La sua è una passione che lo spinge inesorabilmente ad esaminare gli aspetti più interessanti del pensiero di Baudrillard, racchiusi in un pamphlet-dedica intitolato “Jean Baudrillard. La seduzione del simbolico”, edito da Feltrinelli. Un saggio agile e penetrante, dove le intuizioni a getto continuo di Codeluppi si intrecciano con quelle di Jean, per giungere a delle conclusioni che stimolano il lettore.

Analizzando attentamente la “modernità bloccata” dell’ideologia della crescita senza fine, la “transpolitica” e la “transestetica” descritte da Baudrillard. Riuscendo a saggiarne con il pensiero le corde gelide e fredde che danzano con l’estetica, una al fianco dell’altra, «ma senza più avere una finalità». È il caso di dire, una finalità priva di senso.

L’obbiettivo di questo scritto è quello di trattare agevolmente ma in profondità la natura del materialismo pratico delle società contemporanee, in specifico l’ambito economico e consumistico, i sistemi sociali odierni con la loro «natura immateriale e comunicativa», le disamini sulla guerra e sulle diverse tipologie di terrorismo ben descritte da Baudrillard, i frutti amari dell’estremizzazione del contesto sociale del capitalismo.

L’autore non poteva esimersi dal fare una comparazione tra le riflessioni di Benjamin e quelle di Baudrillard, entrambi convinti che la realtà sociale non si può analizzare seguendo i criteri della sistematicità della ragione umana, «ma portando quest’ultima in una condizione di eccesso». Nei lavori di Jean, il criterio della ragione e quello della razionalizzazione non trovano posto. Il distaccamento dall’analisi critica tradizionale, sviluppato autonomamente e con un pensiero critico privo di griglie, rispecchia il superamento delle cifre di un certo mondo accademico.

Una dote rara, un contraltare alle tesi antropologiche di Lévi-Strauss, al credere «che gli oggetti siano in grado di svolgere in tutte le culture sociali delle fondamentali funzioni di tipo simbolico». Questo mentre Jean, negli ultimi anni di vita, giunse invece alla lucida considerazione che come oggetto, bisogna intendere «tutto quello che tende a contrapporsi all’essere umano». A tal proposito, è molto interessante la comparazione con l’idea completamente opposta che aveva Heidegger, il quale pensava che «è l’oggetto che ci vede, è l’oggetto che ci sogna», arrivando a scrivere che «è il mondo che ci riflette, è il mondo che ci pensa». Tre filosofi, tre idee diverse e due giganti a confronto: Baudrillard e Heidegger, s’intende.

Ma gli spunti che invitano a ragionare altrimenti, prendono in esame l’insieme del processo ipertrofico di sviluppo, discorrendo lucidamente dell’oggetto antico, degli archetipi formali delle epoche passate che secondo Codeluppi, rifacendosi sì a Baudrillard ma dando sfoggio del suo acume, vengono raffigurati solo perché appartenenti a epoche passate in maniera utopica. Leggendo lo stralcio, viene subito in mente quella “retropatia” descritta da Zygmunt Bauman, «allo scopo di ridare vita a qualcosa che non esiste più», fissandosi su quella «strategia retrò» d’Occidente. Una delle tante.

In particolare, il riferimento va a quel canone ideologico che spinge ognuno a rivendicare una forma di verità, che non coglie tutte le sfumature della concezione storica liberal-progressista. Un dogma quasi irrevocabile per le società occidentali che al suo interno, coniuga più aspetti particolari delle due ideologie predominanti. Va da sé che questa sovrabbondanza e varietà risulti essere solo un accumulo. Se vogliamo, una seconda opportunità e lo stimolo a credere nelle riproposizioni di più feticci del passato. Quello strano déjà vu che dovrebbe avere oggi la funzione di rassicurarci.

Il metodo comparativo che è ben visibile in questo lavoro, diciamo più che necessario, evidenzia le diverse prospettive sull’analisi del consumo. Come è noto, Baudrillard la pensava diversamente da Gilles Lipovetsky. Ma tra i due, diciamolo, è Gilles che riuscì a comprendere quanto «un processo di crescente personalizzazione delle scelte degli individui» sia diventato in realtà «un processo frutto di un diverso assetto del sistema sociale»; l’automaticizzazione sviluppatasi «dalla metà degli anni settanta in tutti i paesi occidentali».

Incrociandosi e perché no, completando l’esposizione di Baudrillard sul consumo, nella sua essenza: «è un’attività di manipolazione dei segni». Trova spazio e non poteva essere diversamente, il ruolo della pubblicità nelle società contemporanee. Per dirla con Jean, «il mass medium più notevole della nostra epoca»: il suo processo di semplificazione del linguaggio e della comunicazione, riesce a diluire «le forme attuali d’espressione» ed a trasformarle in un contenitore vuoto, completamente «assorbito dalla pubblicità», al di là del vero e del falso.

Ma la metapubblicità ha varcato i confini di un messaggio pubblicitario molto attraente, aumentando il grado di persuasione e della manipolazione degli status symbol. Spingendo inesorabilmente, verso l’innalzamento di una mentalità nella quale «il pensiero del consumatore possa muoversi e possano successivamente concretizzarsi anche dei comportamenti d’acquisto», non strettamente collegati all’oggetto-merce. Un discorso che tocca anche la rappresentazione e l’astrazione dalla realtà che corre lungo l’etere, tutti i canali di comunicazione, la TV, l’informazione etc.

È davvero molto apprezzabile la disamina sulla “vetrinizzazione sociale”, «il fenomeno che sta diventando sempre più significativo nelle attuali società ipermoderne». Un’eredità che nonostante non possiamo certo considerare nostra, sin dalla nascita della vetrina nell’Inghilterra del Settecento. Nulla cui vedere con l’evoluzione senza controlla che vediamo oggi ed a tutto ciò che scorre negli schermi elettronici, agli individui che si «mettono in vetrina» “giocando” con le rischiosissime prestazioni del mettersi in scena, confondendo la tragedia con il dramma, la commedia e la tragicommedia con la psicopatia. Come ha scritto giustamente Codeluppi, «trattasi naturalmente di un’illusione», per il semplice motivo che «la “vera realtà” è quella che molto spesso le telecamere non catturano e che si trova dunque fuori dagli schermi». Una cosa ovvia ma non per tutti.

Un po’ quello che succede, pur su diversi livelli, alla grande Disneyland d’America, con le sue regole asettiche di un mondo infantile, che vuole estendere il concetto di Disney World o ricalcare quello della Biosfera II un po’ ovunque. Salvo però, glissare sui difetti dell’idealizzazione del “villaggio globale” che sono sotto gli occhi di tutti, soprattutto in questo periodo. E per quello che ci riguarda, facendoci trascinare dentro la «versione doppiata e dotata di sottotitoli» quale siamo diventati. Continuando a difendere una cultura che non ci appartiene a discapito della nostra.

Dall’11 settembre 2001 «l’immaginario e il reale sono entrati in collisione» ma non siamo a capire ancora a capire cosa sia accaduto. A darci una risposta è Codeluppi: «La realtà si è trasferita massicciamente dentro lo schermo e ha annullato la sua identità dentro di esso». Ma per arrivare a questa affermazione, è possibile farlo solo grazie ad una confutazione della tesi di Jacques Lacan, esponendo quella del tutto differente sul simbolo di Baudrillard. Secondo il quale «si manifesta oggi in Occidente soprattutto nella forma estrema del terrorismo».

A questa aberrazione che corrisponde purtroppo al vero, dobbiamo aggiungere la cancellazione della morte che collima con lo spirito del terrorismo e con quello dell’epoca in cui viviamo. Per l’uomo occidentale non vi è una fine. Perlomeno, un qualcosa che porti alla fine del sistema occidentale. Dunque, per Baudrillard l’unica soluzione possibile è aiutare il “suicidio del sistema”: «bisogna che il sistema stesso si suicidi in risposta alla sfida moltiplicata della morte e del suicidio».

La domanda che tutti ci poniamo è d’obbligo: basta attendere che i popoli europei comprendano l’abisso che separa la cultura occidentale da quella europea? È già un passo in avanti. Ma se non si elimina la confusione tra il mondo reale e le sue rappresentazioni, siamo giunti solo a metà dell’opera. Cosa che Codeluppi ha capito perfettamente. Chapeau!

 

Jean Baudrillard. La seduzione del simbolico

Di Vanni Codeluppi

Edizioni Feltrinelli, Collana Eredi, 05/03/2020

Ppgg. 160, euro 14.00