Con un intervento ospitato sulle pagine del Corriere della Sera lo scorso 12 gennaio, il Ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha portato un contributo autorevole al dibattito sul tema della semplificazione, di cui tutti parlano ma che raramente viene affrontato nel merito, correndo il rischio di apparire ai più come una serie di buone intenzioni che nessuno sa poi mettere in pratica concretamente. Eppure, è un dato di fatto, di semplificazione l’Italia ha un urgente e ciò vale sia in termini economici, sia considerando il rapporto tra il cittadino e la Pubblica Amministrazione. Per questo, non posso che essere d’accordo con il Ministro Tremonti quando dichiara che l’impalcatura legislativa italiana rappresenta un freno allo sviluppo economico del Paese e che quella della semplificazione sia una sfida prioritaria che dobbiamo assolutamente affrontare in modo deciso. Norme inutili e tempi d’attesa biblici condannano l’Italia a posizioni di classifica poco edificanti negli indici di libertà di impresa: 73° posto generale e dietro a tutti i principali paesi europei. Per avviare un’impresa in Italia servono in media 10 giorni (6 in Danimarca), 257 per la concessione edilizia (137 in Francia, 69 in Danimarca) e 27 giorni per la registrazione della proprietà (solo 2 in Svezia). Per aprire un ristorante occorrono 71 adempimenti e 20 uffici da contattare. Non solo: le associazioni di categoria lamentano se possibile ancora con più forza le lentezze e i vincoli pesantissimi che l’imprenditore deve affrontare anche e soprattutto durante la vita della sua azienda. Spesso, una modifica nella struttura produttiva, magari un ampliamento in grado di portare nuovo lavoro, vengono resi vani da una burocrazia soffocante, anacronistica e incomprensibile. E’evidente, come suggerisce Tremonti, che l’art.41 della Costituzione sull’iniziativa economica privata vada aggiornato e rivisto. Ma questo non basta. Dice bene il Ministro quando distingue tra abrogazione e semplificazione. Non servono, infatti, fantasiosi falò per eliminare le leggi. Serve un effettivo processo di semplificazione per snellire le pratiche burocratiche e ridurre i tempi d’attesa che però non può essere imposto dall’alto. Bisogna intervenire ascoltando le esigenze e i problemi delle categorie produttive e dei cittadini. Solo dopo aver raccolto le idee e le proposte di chi effettivamente tutti i giorni ha a che fare con la burocrazia ci si può sedere attorno a un tavolo e prendere decisioni operative. Da quando mi sono insediato come Assessore regionale alla Semplificazione e Digitalizzazione questa è proprio la strategia che ho adottato, incontrando le realtà economiche, politiche e sociali delle 12 province lombarde. Qui entra in gioco il secondo passaggio: l’analisi singola del problema. Non possiamo permetterci di prolungare ulteriormente i tempi rimandando tutto alle grandi riforme per ridisegnare il quadro normativo generale. Le singole tematiche che non funzionano devono essere affrontate singolarmente secondo il metodo anglosassone. Solo così si può dare la certezza al cittadino o all’imprenditore che il problema verrà realmente risolto senza aspettare. Si tratta di una vera e propria rivoluzione che deve partire da una nuova visione della Pubblica Amministrazione che coinvolga i cittadini, le imprese e le associazioni di categoria attraverso azioni che si basano sull’accessibilità e la digitalizzazione dei servizi, la trasparenza e lo snellimento burocratico oltre alla tutela dei consumatori. Tutti i soggetti devono parlare una lingua “comune” dove le figure professionali e gli amministratori locali ricoprono un fondamentale ruolo di mediazione. I comuni, ad esempio, rappresentano il primo punto d’ascolto per i cittadini e le loro richieste anche in materia di semplificazione. Costituiscono un laboratorio essenziale di idee e progetti. Basti pensare che in Lombardia ci sono 1545 comuni di cui il 71% ha una popolazione inferiore a 5 mila abitanti. Dobbiamo fare in modo che questi Enti locali interagiscano tra di loro: conoscere le buone prassi messe in campo e poi estenderle a tutti. Se invece continuiamo a pensare che la comunicazione debba essere solo unidirezionale e calata dall’alto, allora il processo di semplificazione rimarrà solo un concetto astratto, buono per i titoli dei giornali.