In questi ultimi giorni, con una speciale accentuazione, le maggiori testate giornalistiche lasciano sbizzarrire i loro rinomati editorialisti in analisi sempre solenni e pompose sulle situazioni nazionale ed internazionale.

   Da alcuni esempi si avverte la necessità, il bisogno, rimasti insoddisfatti, di un riequilibrio deciso e del recupero o meglio ancora dell’acquisizione di obiettività nella ricostruzione dei processi storici.

   Sabino Cassese, il maestro accademico di Giulio Napolitano e di Bernardo Mattarella, figli degli due presidenti della Repubblica, è sceso in campo, difendendo con conclusioni paradossali, la bocciatura da parte della Consulta del ricorso di 37 senatori per la mancata discussione della legge di bilancio.

   Senza accorgersi di imitare le madri e le insegnanti della scuola per la prima infanzia, pronte al richiamo dei bambini, affinchè non ripetano errori, l’ottantatreenne Cassese ha lodato la decisioni dei membri della Corte, della quale, tra mille altre istituzioni, ha fatto parte per i canonici 9 anni (novembre 2005 – novembre 2014), spiegando che “il disegno di legge di bilancio a partire dall’anno prossimo deve essere approvato con le procedute indicate dall’articolo 72 della Costituzione”, in vigore, come sanno anche … le pietre da oltre 70 anni.

   Per fortuna Stefano Passigli, già ordinario di Scienza della politica, ha condannato, con argomentazioni rigorose e soprattutto serie, lo scavalcamento subito dal Parlamento, cui è stata preclusa la possibilità di un “adeguato esame” della manovra finanziaria.

   E’ stato poi avviato a Montecitorio il dibattito per la modifica delle norme, sempre inserite nella Carta di 71 anni or sono, sui referendum, con abbassamento nel numero delle firme necessarie alla presentazione delle proposte e principalmente nel quorum necessario alla validità della consultazione stessa. Si tratta di limiti irrisori ed irridenti la volontà popolare, a livelli quasi di assemblea condominiale. Va sempre rammentato che Macron, tanto osannato ed ora meritatamente contestato, è stato eletto con il suffragio del 32% degli elettori francesi.

   Di fronte alla situazione inglese si sono riaffacciati gli elitari critici, militanti nella sinistra snob, dello Brexit, parlando dei limiti e dei rischi della estensione indiscriminata del voto. Si è ammesso però che “il clima politico europeo, lo spirito dei tempi se vogliamo, è però formato anche da spinte che prevedono il ricorso continuo della cosiddetta democrazia diretta”.

   Purtroppo nel nostro paese, in cui la situazione è degenerata – per dirla con Enrico Letta – per “un mix tossico di autoconservazione e machiavellismo politico”, da attribuire a Berlusconi e a Renzi, si giustifica questa intenzione, in linea con il livello demagogico presente sin dalle espressioni più elementari dell’attuale esecutivo, in maniera puerile per un esempio della Svizzera, nazione confinante ma incredibilmente estranea al resto dell’Europa.

   Non poteva davvero mancare sulla scena Ernesto Galli della Loggia, impegnato nello studio della globalizzazione, formula sotto cui si sono camuffate le grandi potenze vincitrici dell’ultimo conflitto, senza sancire o meglio esprimere una riprovazione dell’ “investimento ideologico”, al fondo del quale doveva esserci, come chi scrive modestamente denunzia da sempre, “la continuazione della propria egemonia nel nuovo secolo”.

   Nel campo del liberismo e dell’economia di mercato, senza frontiere e senza vincoli ideologici e soprattutto ideali, si è riproposto Alberto Mingardi. In un suo volume, fresco di stampa,  lamenta lo scarso esiguo, addirittura misero, riconosciuto alle liberalizzazioni e all’apertura dei mercati. Sorvola sul fatto che il liberalcapitalismo traffichi sempre più intensamente, recte più proficuamente e spudoratamente, con Stati egemoni, assolutistici ed autocratici come la Cina, o con altri, chiusi in tradizioni vincolanti insuperabili, come gli Emirati Arabi.