Nel tempo delle parole senza idee è fin troppo facile mutare fronte politico con la coscienza leggera. Del resto la negazione dell’esistenza della destra e della sinistra ad altro non è servita se non a legittimare il trasformismo più estremo che si sia mai visto facendo impallidire perfino la memoria di Agostino Depretis che non degnerebbe di uno sguardo i suoi tardi e maldestri epigoni. Passare da un fronte all’altro non è una novità, beninteso. Tuttavia l’archiviazione di esperienze politiche fondate non sullo “stato di eccezione” (comprensibili in alcuni frangenti storici), come avrebbe sostenuto Carl Schmitt, ma sull’affermazione del leaderismo personalistico, progressivamente divenuto una confusa “orgia del potere”, richiamando alla memoria le ammonizioni cinematografiche del geniale cineasta greco Costa Gravras, costituisce un precedente da non sottovalutare nelle dinamiche che precedono o accompagnano lo sfaldamento delle democrazie.
Insomma, il “tradimento” politico non è una novità. Semmai è la sfrontatezza con la quale si rinnegano alleanze e posizionamenti elettorali che hanno fruttato consensi e illusioni a lasciare interdetti.


Quando Matteo Salvini, presentatosi come il campione del sovranismo in una coalizione di Centrodestra, salta il fosso e in ottanta giorni stringe un patto di governo, esplicitato nella forma contrattuale che attiene al diritto privato piuttosto che alle aspettative pubbliche dei cittadini, con il suo avversario naturale cui nulla lo lega, segna la linea di confine, dalla quale non c’è via di ritorno, tra la politica delle idee e l’opportunismo partitocratico.
Se Palazzo Chigi vale la storia della Carroccio la sua presa è un “dovere”, come “doveroso” è per Luigi Di Maio e la corte grillina, nel nome dell’anti-ideologismo e l’ avalutatività del processo di formazione del consenso, incontrarsi con il “nemico” elettorale mettendo insieme le pulsioni elementari che ne caratterizzano la narrazione politica: la paura del diverso, l’eccitazione del giustizialismo, le virtù del pauperismo, l’invidia e l’odio sociale, l’abrogazione della grammatica istituzionale e l’edificazione di un tempio nel quale la quotidiana celebrazione delle contraddizioni viene spacciata come “politica del cambiamento”.


Una “politica”, a volerla con riluttanza definire tale, ma solo per comodità di comprensione, che smarcandosi da concezioni culturali consolidate, benché non statiche, piantata nella miseria lessicale e concettuale del sovranismo e nella più radicata storicamente (benché distorta per ignoranza) tradizione populista, ha preteso di innovare la prassi ed il costume pubblici. Entrambi i suoi pilastri sono stati costruiti con i fragili materiali dell’antipolitica forniti, non sapremo mai quanto inconsapevolmente, tanto dalle compagini di Centrodestra che di Centrosinistra che si sono avvicendate al governo del Paese negli ultimi venticinque anni.


Siccome l’improvvisazione, soprattutto quando s’intende conquistare il potere a scapito della coerenza (la virtù degli imbecilli, secondo i “ nuovisti” al di là della destra e della sinistra, ma piantati in una terra dove sperimenteranno le insidie che presto o tardi li assorbiranno), la classe politica che vagheggiava di aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno, di abolire la povertà, di creare le condizioni per la decrescita felice, di chiudersi al mondo respingendo senza nessun criterio centinaia di disgraziati vittime della ferocia schiavista e del tribalismo del quale l’Occidente poco o nulla si è curato, ha dovuto scegliere tra la rinuncia a cambiare ragionevolmente il sistema, secondo procedure e stili e percorsi autenticamente riformisti proponendo anche forme di democrazia diretta (che è tutt’altra cosa rispetto alla truffa demoniaca della “democrazia digitale”), o farsi inglobare dal sistema gettando alle ortiche la presunta carica rivoluzionaria, in realtà paravento della più squinternata pretesa che si sia manifestata nella storia repubblicana. Salvini ha scelto – non sapremo mai quanto consapevolmente la prima strada – mentre Di Maio ha imboccato la seconda.


L’uno e l’altro hanno giocato le loro carte ritenendo di vincere la partita del potere da alleati diffidenti, infedeli, negligenti. E quando le ragioni dell’uno e dell’altro sono entrate in rotta di collisione, il primo ha deciso di non integrarsi e restare quindi nel recinto dell’opposizione dal quale difficilmente uscirà in tempi brevi; mentre il secondo ha scartato il regalo avvelenato del “socio” e vi ha trovato quella sinistra che considerava il “male assoluto”, espressione dell’establishment, dei “poteri forti”, dello strapotere bancario, di Bibbiano e via seguitando.


Con questa sinistra, maledetta ogni giorno, ci fa addirittura il governo dopo aver votato al Parlamento europeo per la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, espressione di quel dominio tecnocratico trans-nazionale, secondo la vulgata populista, del quale tengono le redini il detestato Macron e la non amata Merkel.
Insomma, i grillini antisistema sono diventati i difensori del sistema, le guardie sulla frontiera post-populista, gli ascari insomma. E difficilmente rialzeranno la testa posto che il Pd – sul cui trasformismo dovremmo scrivere un saggio, datandolo dal 1989 – terrà a bada anche con la determinante funzione che eserciterà Giuseppe Conte, i furori (si fa per dire) e gli sbandamenti (sempre possibili) dei pentastellati. I quali non si offriranno in olocausto alla governabilità ed alla stabilità, ma proprio grazie alla negazione ideologica possono legittimare la nuova alleanza, stretta senza contratto, si presenteranno come i “responsabili” di un’Italia che nelle mani del “barbaro padano” stava finendo assai male. E poco male se il nascente governo passerà come il “governo di Biarritz”, quello del G7, secondo la propaganda salviniana, benedetto dai potenti della Terra che tutto sono tranne che populisti.


In definitiva, i grillini potranno ancora mostrare la “faccia feroce”, come direbbe in puro slang partenopeo il loro capo politico, ma dovranno accontentarsi di ciò che Conte – animato da ben altre ambizioni non circoscritte nel perimetro di Palazzo Chigi – gli permetterà, con l’appoggio decisivo dell’altra coppia anomala: Zingaretti-Renzi. Il M5S è nel sistema; incarna il sistema; ha devoluto la sua pallida anima al sistema che non ha neppure tentato di smontare; si è fatto tonno ed è comodamente rientrato nella scatoletta dove ha visto ciò che voleva abbattere e gli è piaciuto. Perfino il populismo avrebbe meritato una fine meno miserabile.


Quanto a Salvini, non abbiamo mai creduto che fosse un autentico cultore della sovranità, ma un “ sovranista”, appunto, neologismo peraltro poco convincente da usare per qualificarsi senza ricorrere a nazionalismo o patriottismo, nozioni impegnative e complicate da esplicitare. Se avesse davvero avuto a cuore la sovranità, infatti, avrebbe tutelato l’interesse nazionale, ma per farlo avrebbe dovuto avere quella cultura politica ed istituzionale che non ha mai dimostrato di avere e che – gli va riconosciuto – non ha mai rivendicato. L’ interesse nazionale si tutela e si salvaguarda con gli strumenti che si hanno a disposizione, piuttosto che con la spettacolarizzazione delle uscite propagandistiche. Si coltiva la politica internazionale per trovare le connessioni giuste a produrre effetti desiderati nel campo economico, sociale e perfino identitario; si persegue un’idea di nazione puntando sulla ricomposizione sociale e la pacificazione, non dividendo le componenti della comunità ed acutizzando le paure, ma prevenendo e smantellando i santuari della criminalità (colletti bianchi compresi); si analizzano le congiunzioni fattibili nel Mediterraneo e se del caso si stabiliscono rapporti stretti, di vera amicizia con l’Africa depauperata dal capitalismo selvaggio occidentale e dalle satrapie orientali dopo la decolonizzazione; l’Europa si può anche cambiarla nelle sue strutture, ma seguendo le regole (i Trattati) e soprattutto amandola profondamente nelle sue componenti storico-culturali perché nel vecchio Continente nessuno si senta un’isola, neppure coloro che geograficamente vi risiedono (cos’è l’Europa senza la Gran Bretagna? Lo intuiva l’imperatore Adriano, lo sapevano i monaci benedettini che l’evangelizzarono, l’immaginavano i grandi viaggiatori che la contaminarono con l’ellenismo e la latinità, giusto quanto riconobbe nel grande e ispirato discorso di Bruges Margie Thatcher or sono trent’anni); e l’immigrazione non dovrebbe essere un problema se l’interesse nazionale fosse al centro della questione dei flussi – questione atavica, del resto – da affrontare con consapevole energia, ma senza ultimatum che non accendono passioni, ma offrono il destro a tifoserie piuttosto eccitate per scoprirsi xenofobe (carattere sconosciuto nella nostra tradizione culturale).


Sovranità è decidere secondo il bene comune. Dante e Machiavelli non li abbiamo importati da Bruxelles. E allora se democrazia partecipativa e decidente deve essere – come personalmente auspichiamo – perché i sedicenti sovranisti non aprono una discussione seria sugli istituti rappresentativi e sulla forma più alta di responso popolare, il presidenzialismo? Tutta roba dimenticata, un’amnesia che ha prodotto il solo sconsiderato grido di battaglia da parte di Salvini: elezioni! Ma certo, chi non le vuole? Eppure proprio lui sa bene che fin quando c’è una maggioranza in Parlamento, tecnicamente non si possono mandare gli italiani a votare. Avrebbero dovuto chiederle anche i suoi partner elettorali quando lui li ha abbandonati per mettersi con il dirimpettaio nel nome dell’antipolitica?


L’uscita di Salvini (salvo pentirsene un po’ alla vergognosa) ha prodotto questi risultati: Conte leader con applauso internazionale; resuscitato Renzi riportandolo al centro della vita politica; rivitalizzato il Pd fino a regalargli il governo; tirato dalla tomba l’estrema sinistra che uno strapuntino nell’esecutivo pare esserselo conquistato; ridato fiato al Ms5 che l’aveva perduto per quanto il suo destino resti confuso. Soprattutto, Salvini ha posto le basi – se l’esperimento riesce – perché la maggioranza da lui oggettivamente agevolata elegga il prossimo presidente della Repubblica.
In Europa il Capitano – come veniva chiamato – non conta niente. Non è riuscito a formare neppure il gruppo sovranista a cui ambiva. Gli hanno voltato le spalle tutti o quasi i suoi ex-sodali (sovranisti sì, ma non fessi) da Orbàn che ha accolto la von der Leyen con tutti gli onori ed è restato nel Partito popolare a Pis polacco che si è iscritto nel gruppo dei conservatori; non ha rapporti con l’uomo nuovo della destra olandese Thierry Baudet, leader del Forum voon Democratie che ha sconfitto (ottenendo tre seggi alle europee) il salviniano cotonato Geert Wilders (zero seggi); ha rotto malamente con Nigel Farage. Gli rimane Marine Le Pen e poco altro. La campagna d’Europa, insomma, è stata un flagello.
Da ultimo l’endorsement per Conte di Donald Trump ha certificato la sua mortificante caduta di Salvini sul fronte internazionale. Nessuno se lo spettava dopo i cordiali colloqui di due mesi fa a Washington con Mike Pompeo ed altri esponenti dell’amministrazione. Molti si chiesero che fine avesse fatto il suo feeling con Putin. Nessun allarme, nessuno scandalo: se non si è di destra, di sinistra, né di nessun altra “famiglia” politico-culturale, si può stare con chiunque. Al populismo e al sovranismo non resta che il trasformismo. Che poi è orgia del potere. Poltrone, non idee.

Il Dubbio, 4 settembre 2019