È del tutto evidente che il tema dell’immigrazione clandestina occupa ampi spazi sulla carta stampata e nelle trasmissioni televisive, ma nonostante l’eccezionale mole di approfondimenti il problema viene spesso decodificato tramite la passione dell’appartenenza politica. Cerchiamo quindi di far chiarezza delineando alcuni punti guida del problema.

Con la destabilizzazione della Libia l’Italia è stata oggetto di continui sbarchi di profughi e clandestini, tanto da costringere la Marina Militare ad una delle più grandi operazioni di salvataggio – denominata Mare Nostrum, iniziata nel 18 ottobre del 2013 e terminata dopo circa un anno – assistendo oltre 189mila immigrati, rimasti per lo più sul territorio nazionale. Visto il grande dispendio di uomini e mezzi e per tamponare il continuo flusso immigratorio, che stava assumendo proporzioni mai verificatesi prima nella storia, l’Europa sospese l’operazione italiana dando vita ad una nuova denominata Triton. Quest’ultima però alle dipendenze dell’agenzia europea Frontex, ossia quell’ufficio che ha il compito di pattugliare le aree marine e terrestri degli Stati dell’UE implementando accordi con i Paesi confinanti per la riammissione dei migranti extracomunitari respinti lungo le frontiere. Per cui si desume che già con Triton l’UE aveva fatto una scelta politica diversa dell’accettazione indiscriminata dell’immigrazione clandestina. In quel frangente non mancarono roboanti articoli di accusa da parte dei massimi organi europei per la mancata applicazione italiana di Frontex. All’inizio dello scorso anno, infatti, esponenti europei di spicco ricordarono più volte all’Italia che solo l’8% dei richiedenti avevano i prerequisiti per la richiesta di asilo. Ma parte della stampa italiana, come parte del suo corpo politico, ha preferito consegnare i tanti richiami europei all’oblio. L’inadeguatezza degli accordi di Dublino ha poi reso il problema ancor più pernicioso.

È del tutto evidente che la dimensione epocale assunta dall’immigrazione ha messo in crisi il sistema giuridico internazionale, evidenziando nuovi elementi non decodificati e normati come emerse con chiarezza sin dal caso della nave Aquarius. Precedenti accordi hanno fatto si che sull’Italia ricadessero i maggiori oneri logistici e di accoglienza, con dolorose ripercussioni economiche e sociali poiché colpivano una popolazione già stremata da anni di crisi economica e da un tasso di disoccupazione elevatissimo. Il problema dei flussi migratori s’innesta in quel processo attuato da anni di delocalizzazione industriale per cui mentre i primi si sviluppano dall’Africa e dall’Asia verso l’Europa, le imprese e i grandi gruppi industriali trasferiscono le fabbriche e intere catene produttive nei paesi d’origine proprio dei fenomeni migratori. Quindi la delocalizzazione industriale, congiuntamente alla crisi economica, ha acuito enormemente gli effetti dell’immigrazione di massa facendola percepire dalle popolazioni ospitanti come una delle cause principali del disagio economico e sociale strutturale in un mondo globalizzato.

Non bisogna poi essere degli economisti del calibro di Keynes o di Smith per comprendere che una quantità moderata d’immigrazione in una economia sana e in crescita può portare alcuni benefici, mentre una quantità immane d’immigrati in economie povere e stagnanti caratterizzate da grandi aliquote di disoccupazione non farà altro che aumentare il disagio economico e sociale. La questione quindi va per sua natura affrontata su più piani specifici che vanno da quello economico e quello politico, ma anche e soprattutto decodificato a livello normativo internazionale.

La vicenda della ONG Sea Watch ha maggiormente complicato la percezione del problema soprattutto in chiave italiana, dove si è contestata la politica del “porti chiusi” di Salvini. Così come bisogna essere consapevoli che tale espressione corrisponde ad uno slogan (e che i porti non possono essere chiusi se non in rarissimi casi), dovremmo essere altrettanto consapevoli che le ONG sono navi che afferiscono alle norme del diritto mercantile perché armate, ossia noleggiate ed equipaggiate, e che quindi l’Italia ed il ministro dell’Interno possono impedire l’attracco di navi straniere in base all’articolo 19 al comma 2 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del Mare firmata a Montego Bay. Mentre per la questione di “Stato di accoglienza” le competenze sono disciplinate dalla Convenzione di Amburgo del 1979, ma questa, quando fu varata, si riferiva allo status di naufrago tout court e non comprendeva un fenomeno così imponente (nel 2017 alla fine di luglio si contava ben 113.00 immigrati di cui oltre 95 mila in Italia, dati Unhcr). Per cui è evidente un buco normativo internazionale che s’inserisce pericolosamente in una totale assenza di politica estera comunitaria. Uno scenario alfine chiaro che dimostra come l’enorme mole d’immigrazione clandestina non possa essere risolto da un’unica nazione. Da qui la necessità di costruire “finalmente” una politica estera europea che sviluppi una propria strategia migratoria e mediterranea. Una “necessità” da troppo tempo rimandata. La persistenza di tante politiche estere nazionali, troppo spesso conflittuali tra loro, potrebbe compromettere definitivamente il ruolo internazionale europeo. È importante sottolineare come la natura e le logiche dei flussi migratori rispondono a dettami geopolitici.

Infatti l’incremento dell’immigrazione sul litorale libico è stato determinato dalla stipula di alcuni accordi bilaterali come quello tra Turchia e Europa e quello tra Marocco e Spagna tutti tesi a bloccare i flussi migratori. A causa di tali accordi un’enorme massa migratoria si diresse su l’unica direttrice rimasta aperta ossia quella libica-italiana. A sua volta il rifiuto italiano ad accogliere altre aliquote di immigrati senza un equo principio ridistributivo, avrebbe allentato enormemente la pressione sullo stato libico.

L’OIM (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) ha stimato che se a febbraio del 2017 v’erano oltre 700.000 migranti in Libia, ora tale numero sembrerebbe sceso a meno di 200.000. Va anche ricordato che l’indisponibilità italiana è stata anche parte del motivo della crisi del governo tedesco di poco tempo fa. Attualmente l’indisponibilità dei porti italiani ha comportato una recrudescenza dei flussi migratori in Spagna con grande disappunto del governo iberico che molto si è prodigato a far si che i porti italiani fossero riaperti.

È del tutto evidente, quindi, che per sua natura il problema dell’immigrazione, non possa essere risolto con meri accordi bilaterali, ma esso deve essere uno dei perni della politica estera europea. L’interdipendenza e le ripercussioni sui singoli stati sono di enorme portata per cui la tradizionale politica di concertazione tra singole nazioni non è sufficiente.